Il Corpo del Tempo: Anna e Anna trent’anni dopo

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Ho voluto leggere il copione de «Il corpo del tempo» scritto, diretto e interpretato da Anna Dego insieme ad Anna Stante, dopo avere assistito allo spettacolo presentato in unica data romana (per ora), il 2 dicembre 2025, al Teatro Cometa Off, e ho avuto l’ulteriore conferma della distanza che corre tra drammaturgia e scrittura scenica.
Tra il testo e lo spettacolo fatto e finito. Non è un giudizio di valore, ma una constatazione su cui vale la pena spendere due parole.

La domanda che mi sono fatta dopo la prima scorsa del copione è: mi sarei mai aspettata lo spettacolo che ho visto? La risposta chiaramente è no, ma nemmeno avrei immaginato una messa in scena possibile. Avrei pensato a una bozza, a un’impalcatura provvisoria da smontare e rimontare una volta individuato il filo conduttore. Il principio che lega i dialoghi stringati, le domande lapidarie su massimi sistemi e loro inevitabili ripercussioni esistenziali (“Tu sei più attratta dalla soglia, dal bivio o dal labirinto”), le riflessioni sulla bellezza, sull’importanza di salvaguardare la forma e sulla riconosciuta necessità del superfluo, sulla fortuna che non è detto che premi i migliori, sull’arte che “prima di darti le ali ti spezza le gambe”, sulla scelta di vita di Anna Karenina, sui criteri per avere successo nello spettacolo, sul corpo che forse è più onesto delle parole. Forse, perché le parole si sono prese la loro rivincita: “le parole, per le donne sono il miglior afrodisiaco”.
Si chiude più o meno così un testo in cui si parla di tutto, si ricorda, si reinventa, si rivive il passato, si rallenta, si scarta di lato, si accelera e di nuovo rallenta. Scene che si giustappongono senza un ordine prevedibile, segmenti di esistenza anche bislacchi che potrebbero ascriversi a future forme di teatro dell’assurdo.
Ma così è la vita, viene da dire. Non più logica di una pochette da cui tirar fuori uno spazzolino da denti, un rossetto, una rivoltella da puntarsi alla tempia.
Eppure rispetto alla Winnie beckettiana di Giorni felici, la vita di due amiche di mezza età che si rivedono dopo trent’anni è molto meno straniante e molto più vicina alla nostra.
Siamo assurdi anche noi. In corsa perenne verso destinazioni improbabili, in gara con il tempo che non ha i nostri tempi e che nostro malgrado non è passato “più adagio”.

Perché? Perché sulle cose non sappiamo più indugiare abbastanza.
Si ispira al saggio del filosofo coreano e docente a Berlino Byung-Chul Han, Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose questo testo e questo spettacolo.
Dove Anna e Anna non parlano del tempo come fanno gli inglesi quando non sanno che dire, ma lo incarnano qui e ora: nelle situazioni che ci mostrano, nelle confidenze che si scambiano, nei momenti che rivivono di cui ci mettono a parte.
Momenti che fluiscono random, in modo prismatico, ogni faccia un pezzo di vita, un ricordo, una rivelazione.

Il punto è come realizzare uno spettacolo compiuto a partire da frammenti scomposti di due vite diverse che per raccontarsi hanno soltanto due corpi e due voci. Sul tavolo trent’anni vissuti a distanza, mariti figli attacchi di panico musei poesie citazioni colte e più o meno colte interlocutori svariati capitati o malcapitati nei rispettivi percorsi.
Per esempio il (o la) regista che ti ha provinato per sbaglio chiedendoti di essere una bomba in valigia e poi di trasformarti in un popcorn in padella.
Sic. Perché ai provini succede anche questo. Tu ti prepari una tarantella e poi ti tocca interpretare un popcorn. Garantiscono che è successo davvero. Che fa parte del curriculum vitae. Che non è una disavventura sporadica. Però la tarantella l’avrebbe danzata lo stesso. Il suo “punto di vista sulla tarantella” di questo spettacolo è un momento topico da godere in diretta. La pittoresca vendetta a vaccinazione compiuta di due attrici navigate che fanno il verso ai registi aguzzini.

Un momento divertentissimo che raccontato così non si capisce come faccia a stare dentro una riflessione sul tempo.
La risposta sta in quello spazio plastico di creazione che si situa tra la scrittura scenica e la drammaturgia.
Un’intercapedine tra la parola e il gesto in cui è lievitato un lavoro a due che ha ricucito sulla scena le fratture del tempo. Usando i mezzi che offre il teatro, la danza, la pantomima. Accordando con fluidità e coerenza linguaggi diversi, trasformando un bozzetto in un disegno compiuto, e mantenendone intatta verginità e freschezza. Una delizia.

Il Corpo del Tempo
ispirato a Il Profumo del tempo di Byung-Chul Han
drammaturgia e regia Anna Dego
interpreti Anna Dego e Anna Stante
disegno luce Aldo Mantovani
consulenze musicali Nicola Ostrogovic
costumi Anna Stante
ufficio stampa Pamela Calligaris
organizzazione Monica Parodi
produzione esecutiva Antego

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