Non la poetica, quanto la voce di Enzo Moscato è la protagonista dello spettacolo di Roberto Andò Non posso narrare la mia vita, rappresentato al Teatro Mercadante di Napoli a cavallo delle festività natalizie, poi in proseguimento presso il Piccolo di Milano dal 16 al 25 Gennaio 2026.
Una voce che narra attraverso i frammenti e i ricordi gli episodi descritti nei testi del più grande drammaturgo napoletano dell’epoca post Eduardo.
La voce in palcoscenico ha le fattezze fisiche di un attore napoletano della contemporaneità, Lino Musella, in scena vestito di bianco, come un’anima del passato che si muove tra scrivanie, vecchi libri, spartiti e sedie di cinema, completando la sua mise con pellicce e tacchi a spillo, che diventano sue complici in una sorta di balletto/sfilata che avviene verso la fine dello spettacolo.
Ma oltre alla voce che narra il frammento, le sensazioni, i giorni lontani dell’infanzia, ulteriori protagonisti del lavoro di Andò sono i quartieri spagnoli di Napoli, in cui Moscato trascorse la propria infanzia, rappresentati scenicamente da Gianni Carluccio con una imponente scalinata sulla quale i frammenti dei ricordi prendono vita e si traducono in immagini potentissime della gente che popola lo spazio della città in cui il drammaturgo ha vissuto: i balconi sospesi nell’aria, il Sant’Antonio col bambino alla sommità delle scale, i personaggi che popolano i vicoli: le cummarelle affacciate ai balconi, un cameriere che non riesce a rendersi visibile, probabile metafora delle difficoltà che Moscato stesso ha dovuto affrontare in vita nonostante la sua bravura, un vecchio decadente che puntualizza e completa tutta la narrazione, citando anche un caustico estratto da Rasoi riferito al sonno in cui il popolo versa pur essendo passata ‘a nuttata, e che in fine di spettacolo si trasforma in un grottesco Pulcinella, orrifico nelle visioni dell’autore almeno quanto il Sant’Antonio che domina la scalinata.
Altro elemento fondamentale della scena è la piscina posta anteriormente alla scala, quasi in proscenio, nella quale la gente dei quartieri scende a rinfrescarsi abbandonando le proprie miserie, dimenticandosi di colpo il torpore in cui versava nelle scene precedenti.
Anche la vasca si trasforma così da presenza silente e metaforica a luogo vitale, in cui prende forma uno spensierato quadro di ristoro domenicale, interpretato dalle voci e corpi della città Nikita Abagnale, Mariarosaria Bozzon, Francesca Cercola, Gabriella Cerino, Nicola Conforto, Mattia Coppola, Vincenzo D’Ambrosio, Matteo Maria D’Antò, Ciro Giacco, Eleonora Fardella, Mariano Nicodemo, Maurizio Oliviero, sempre magistralmente rievocato dalla voce narrante.
Qui, come anche nelle scene che si svolgono sulle scalinate, i costumi di Daniela Cernigliaro e le coreografie di Luna Cenere contribuiscono ad allestire un quadro estremamente curato, in cui assumono rilievo quegli elementi che rimandano alla rappresentazione della città del primo dopoguerra, con la riapertura degli stabilimenti balneari.
Non ultima attenzione va data ai momenti musicali, curati dal musicologo e compositore Pasquale Scialò, che prendono vita direttamente in palcoscenico con le voci di Flo e di Lello Giulivo, accompagnate in scena da musicisti dall’aspetto ancora una volta decadente, che compongono un mirabile teatrino/varietà, molto presente nella seconda parte dello spettacolo, che meriterebbe per la sua accuratezza una recensione a parte.
Andò costruisce con questi elementi uno spettacolo dal taglio semplice ma efficace, che sa sfuggire alle banalità narrativa abbracciando la rappresentazione del frammento che dalla vocalità si trasmette alle scene, alle coreografie, alla musica, configurando un allestimento in cui tutti gli elementi assumono lo stesso rilievo.
Un racconto di pensieri, ricordi, sensazioni, volutamente frammentato, ma nel quale ogni frammento è indispensabile, coerente e significativo.
Angela Caputo
Foto Lia Pasqualino