Sabato, domenica e lunedì: il classico non tramonta

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Del teatro amo la presenza dell’attore. L’incombenza, anche. Pare ovvio. Pare. Parrebbe. Dovrebbe. Forse. Amo il corpo che si fa gesto e segno risonante. Amo la voce che si fa corpo, sostanza materica e sensoriale. Per dire che sacrificare la presenza scenica a un’immagine proiettata su uno schermo non mi è mai parsa una grande trovata. Anche quando l’attore è presente sulla scena, non piccolo ma rimpicciolito da una gigantografia di sé o di una sezione di sé che inevitabilmente (e appositamente) intercetta lo sguardo dello spettatore e ne condiziona la fruizione. In peggio, secondo me. Soprattutto quando è questa la cifra insistita dello spettacolo tutto, ricorrente come un leit motiv che si fagocita il corpo, lo ridimensiona, a volte lo neutralizza. De gustibus.
Motivo per cui avevo deciso di non sottopormi a tre ore di regia di Luca De Fusco che da questo punto di vista è sempre formidabile.
Ma poi gli attori, poi Eduardo, poi una commedia che è un capolavoro, poi amici e colleghi usciti contenti, che ci sono cascata e ho fatto bene.
Perché questo Sabato, domenica e lunedì che ha debuttato il 25 novembre 2025 al Teatro Argentina di Roma dove sarà in scena fino al 4 gennaio 2026, è uno spettacolo davvero godibile, senza trovate e artifici di sorta ma con belle invenzioni che scommettono (facile) su una compagnia ferratissima, decisamente un bel capitale per allestire senza intoppi questo teorema rigorosissimo in cui tutto torna, tutto si incastra e si risistema sotto gli occhi del pubblico, mentre assiste e partecipa al ménage quotidiano di una famiglia della Napoli piccolo borghese degli anni sessanta che si appresta al rituale convivio settimanale, il pranzo della domenica con l’immancabile ragù amorevolmente cucinato dalla mater familias (Teresa Saponangelo), in un andirivieni di figli domestiche fidanzate parenti amici vicini di casa e cerimonie e lusinghe più o meno sincere e più o meno accorate.
Tutto nella norma dunque, se non fosse per lui, il pater familias che assiste in silenzio senza dire una parola. Solo qualche freccia avvelenata che sì, arriva a destinazione ma senza riuscire veramente a ferire. Nessuno capisce il perché sia sempre più cupo, torvo, incattivito. Ma è colui che tacendo calamita gli sguardi. Più tace più i suoi pensieri si fanno ingombranti, più si defila più si dilata la sua presenza sulla scena. La gelosia si fa corpo. Il corpo dell’attore, appunto. Sarebbe stato un peccato vedere Claudio Di Palma, nel ruolo di Peppino Priore, appiattito su uno schermo, sia pure con lo scopo di renderci meglio partecipi dei suoi sospetti ridicoli incisi sul volto.
Di questa commedia si è detto che anticipa questioni come il divorzio, certamente le sfiora, ma al centro non c’è la famiglia come istituzione né il matrimonio da salvaguardare in quanto tale, ma la fragilità degli esseri umani, l’incapacità di manifestare i propri sentimenti e, prima ancora, di riconoscerli e di nominarli, la mancanza di dialogo che genera malintesi che visti da fuori appaiono comici.
Non è una commedia sulla famiglia ma sull’analfabetismo affettivo e l’afasia sostanziale che ugualmente copre il mutismo di uno e la logorrea di altri.
Non è una commedia degli equivoci ma sul lento emergere di sentimenti repressi, sul loro delinearsi agli occhi degli altri, sulla comprensione sopraggiunta resa possibile dalla parola.
Di cui Eduardo era un mago e che questa fedele messa in scena ha ben preservato.
È attraverso la parola così come si dà nella scena di riconciliazione tra Rosa e Peppino, che viene fuori il carattere di entrambi, la logica ferrea dell’una, il suo buon senso antico e inattaccabile (“Ti accorgi delle cose belle quando ti vengono a mancare”) e l’amoroso risentimento dell’altro.
Una sincera resa dei conti, la verità del cuore che passa anche dall’uso dei toni di voce più bassi, sommessi, intimi e confidenziali, che contraddicono al momento giusto sia il silenzio sia quella ininterrotta cascata di parole del primo atto, i gridolini acuti, i richiami, che alla cadenza napoletana sembravano quasi fare il verso.
Bravo e adeguatamente sprovveduto e serafico il Luigi Ianniello di Paolo Serra, divertentissimo l’Antonio Piscopo di Francesco Biscione, il vecchio padre di Rosa, tutto manie e devozione al nipote e ai cappelli, un feticcio da accarezzare e coccolare fino a sformarlo. O a trattenerlo a sé con una mossa rapida da prestigiatore che dello spettacolo è una scheggia che resta. Molto bella la scena del pranzo nella quale si passano i piatti come a farli volare sopra le teste.

Sabato, domenica e lunedì
Di Eduardo De Filippo
Regia Luca De Fusco
Con Teresa Saponangelo, Claudio Di Palma e con e con Pasquale Aprile, Alessandro Balletta, Anita Bartolucci, Francesco Biscione, Paolo Cresta, Rossella De Martino, Renato De Simone, Antonio Elia, Maria Cristina Gionta, Gianluca Merolli, Domenico Moccia, Alessandra Pacifico Griffini, Paolo Serra, Mersila Sokoli
Scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
Luci Gigi Saccomandi
Aiuto regia Lucia Rocco
Foto di Tommaso Le Pera
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Biondo di Palermo, LAC Lugano Arte e Cultura

Tournée
Teatro Mario del Monaco, Treviso, dall’8 gennaio all’11 gennaio 2026
Teatro Comunale, Bolzano, dal 15 gennaio al 19 gennaio 2026
Teatro Sociale, Trento, dal 22 gennaio al 25 gennaio
Teatro Carignano, Torino, dal 27 gennaio all’8 febbraio 2026
Teatro della Pergola, Firenze, dall’11 febbraio al 19 febbraio 2026
Teatro Era, Pontedera, dal 21 febbraio al 22 febbraio 2026
Teatro Bellini, Napoli, dal 24 febbraio all’8 marzo 2026.

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