Al Teatro Mercadante di Napoli in scena, fino al 18 gennaio 2026, “Il lutto si addice ad Elettra” (“Mourning becomes Electra”), di Eugene O’Neill. Lo spettacolo si avvale di regia e scene di Davide Livermore che con questo testo completa il percorso su classici quali l’ “Orestea” e “Il giro di vite” di Henry James, attraversando epoche e luoghi differenti tra archetipi e psicanalisi, tra tragedia e dramma borghese. “Il lutto si addice ad Elettra” è una trilogia composta dai drammi “Il ritorno” (in quattro atti), “L’agguato” (in cinque atti) e “L’incubo” (in quattro atti).
Davide Livermore
“Il testo di O’Neill non è una semplice riscrittura dell’Orestea – spiega Livermore – ma è una creazione totalmente nuova che si compie aderendo perfettamente alla propria contemporaneità. Un classico che si riverbera ancora oggi ben oltre il ‘900: un affresco familiare, un viaggio affascinante e inquietante tra mito archetipico e moderna psicoanalisi, tra dramma borghese e tragedia (…)
Questo titolo è anche una dedica ideale allo spettacolo che quasi trent’anni fa debuttò proprio a Genova con la regia di Luca Ronconi, a dieci anni dalla sua scomparsa. In quella edizione Elisabetta Pozzi, tra le più grandi attrici della sua generazione, interpretava Lavinia e oggi, come in un gioco di specchi e riverberi, interpreta il ruolo di Christine allora interpretata da Mariangela Melato. (…) L’operazione di O’Neill è stata geniale, fondare il teatro contemporaneo americano partendo dalla più grande trilogia della storia, che ancora ci parla di noi, in modo potente. Ci parla di eredità, di drammi e traumi familiari, anche a chi crede di non averne, siamo tutti coinvolti. Per me questo testo è l’affermazione della tragedia nella nostra epoca. La Tragedia non è qualcosa di immoto, “si muove” e si adatta in maniera plastica alla contemporaneità in cui viene riscritta”.

I protagonisti della tragedia
Il cast
“Uno dei migliori cast che ho avuto nella mia vita”, afferma Livermore: Elisabetta Pozzi (Christine Mannon); Paolo Pierobon (Ezra Mannon);Linda Gennari (Lavinia Mannon); Marco Foschi (Orin Mannon); Aldo Ottobrino (Adam Brant); Carolina Rapillo (Hazel Niles); Davide Niccolini (Peter Niles). I costumi sono di Gianluca Falaschi, le musiche di Daniele D’Angelo, le luci di Aldo Mantovani. Presentato dal Teatro Nazionale di Genova in coproduzione con CTB – Centro Teatrale Bresciano.
La recensione
Eugene O’Neill trasporta il mito degli Atridi nell’America alla fine della Guerra di Secessione, nella famiglia borghese dei Mannon, provinciale e puritana. Livermore, a sua volta, trasporta la vicenda alla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’altoparlante annuncia la messa in onda del radiodramma di O’ Neill. La scena si apre in uno spazio costruito con piani obliqui in bianco e nero che creano profondità come un labirinto dell’anima. Uno specchio rimanda l’immagine dei protagonisti. La famiglia Mannon attende il ritorno del padre, il generale Ezra, che reca notizie del figlio Orin, anche lui arruolato. La figlia Lavinia, vittima del complesso di Elettra, attende impaziente il ritorno del padre, morbosamente amato. La ragazza detesta sua madre Christine, sicura che abbia tradito il marito. Christine confessa alla figlia di avere una relazione con Adam Brant, novello Egisto, capitano di clipper e cugino di Ezra. Adam, incoraggiato da Christine, corteggia Lavinia. Ezra, tornato a casa, novello Agamennone, sarà avvelenato dalla moglie Christine, novella Clitemnestra. Anche Orin, novello Oreste, fratello di Lavinia, ritorna a casa cambiato dagli orrori della guerra, vittima del complesso di Edipo, attratto dalla madre. Lavinia decide di vendicarsi spingendo Orin a uccidere in un agguato Brant. Lo racconta poi alla madre che si suiciderà, spingendo a sua volta anche Orin al suicidio, divorato dal senso di colpa. Lavinia si identificherà a tutti gli effetti con la madre assumendone le fattezze. La giovane si seppellirà in casa per espiare colpe individuali e collettive. La tragedia greca diviene dramma psicologico, di strindberghiana e ibseniana memoria. La vicenda è storia esasperata, universale, a rappresentare l’uomo, le sue fragilità, i suoi crimini e la sua coscienza. L’analisi freudiana prende il posto degli dèi e il fato diventa interiore. Il senso religioso, il divino del tribunale di Eschilo, l’aeropago, diviene qui responsabilità personale. Il coro è sostituito dal “chiacchiericcio” dell’epoca moderna e la catarsi deve scaturire dalle azioni di ogni uomo, dall’autoanalisi. “L’approccio di Livermore fa sì che affrontiamo O’Neill con un taglio quasi cinematografico, in una prospettiva “metateatrale”. Con Livermore siamo dentro la tragedia, lo dobbiamo essere fino in fondo, ci lasciamo travolgere”, spiega Elisabetta Pozzi, grande protagonista del dramma nel quale la maledizione di tanti lutti è che in fondo, “i morti non muoiono”, interiorizzati, fantasmatiche presenze. Gli attori sono tutti bravi nei ruoli, nel restituire tutta l’ambivalenza della natura umana, la solitudine di fronte al proprio destino, l’ineluttabilità del fato. Gli oggetti in scena, i fiori neri, i tagli di luce e la sapiente scelta delle musiche di D’Angelo, sulla scia dei Maderna e Ghedini, sottolineano alla perfezione, nella regia impeccabile, potente di Livermore, la tragedia senza tempo di Eschilo/O’Neill che riguarda tutto il genere umano, nella Storia che per tipi e passioni è destinata a ripetersi.