Se non lo trovi lì vuol dire che non esiste.
Una considerazione ormai diffusa riguardo a certi bazar asiatici che hanno colonizzato le nostre città. Soluzioni facili e a buon mercato a portata di mano e di qualunque tasca, a volte l’ultima spiaggia, una vera salvezza.
Ammetto che mi sono chiesta se la scena di “Diciassette cavallini”, spettacolo di Rafael Spregelburd prodotto dal Teatro Due di Parma visto al Teatro Eleonora Duse di Genova, non fosse stata rimediata in un negozio del genere.
Accatastando di tutto, facendo della saturazione una linea guida e, per il pubblico, un avvertimento.
Qui si accumula, si trattiene, si aggiunge. Attorno al grande cavallo realizzato con palloncini gonfiabili di plastica rossa, tra il kitsch e il naif, ci sono sedie, palloni, costumi da bagno, indumenti intimi e no, canestri da basket, biciclette, piante verdi da appartamento, lampadari, vasi, sanitari, attaccapanni, una cucina, orologi, sdraio da mare e pure un grammofono e un pianoforte. Poi ogni tanto l’occhio cade su qualcosa che ancora non avevi individuato. O che forse prima non c’era. Come il talamo che troneggia a inizio secondo atto.
Dicevo linea guida. Ovvero l’idea che il teatro sia un luogo di transito, il punto zero tra passato e futuro che, lascia intendere Spregelburd, sono le due sole possibili declinazioni di tempo. Nel mezzo, il non più e il non ancora in cui tutto si concentra e tutto precipita. In modo caotico, disintegrato, generando urti, rimbalzi di senso, cortocircuiti e traiettorie non prevedibili. In quel punto ci siamo noi, c’è il teatro e ci siamo noi che al teatro assistiamo, qui e ora, un po’ come Giano Bifronte, stretti tra due opposte direzioni temporali e da esse sollecitati.
Così si spiega la saturazione che non è più soltanto cumulo indistinto di oggetti ma ininterrotta emissione di input da tentare di organizzare.
Lo sanno bene gli attori perfettamente addestrati a prendersi benevolmente gioco del pubblico, con un certo gioviale sadismo, al punto che uno di loro, no so se dentro o fuori copione, è sceso in platea e ci ha detto “non ci state capendo niente eh”.
In effetti ci sentivamo un po’ messi alla prova, ma anche noi non senza divertimento. Perché lo spettacolo ha ritmo, tempi perfetti, un senso del gioco che al pubblico arriva e contagia. E allora tanto vale lasciarsi travolgere, tanto vale arrendersi a questo inarrestabile caos da loro abitato come se nuotassero in un liquido amniotico, unico possibile mare in cui navigare.
Tanto vale rinunciare a cercare l’apollineo nel dionisiaco, prendendo atto che è dall’ebbrezza, prima di tutto, che siamo spinti ad agire, creare, animare di materia viva il principio ordinatore.
Gli attori lo sanno e in questa materia ci sguazzano, i personaggi un po’ meno.
Così si sforzano di contenerla, inquadrarla, organizzarla in strutture date e rassicuranti.
E siamo alla psicanalisi.
Qui infatti c’è uno psicanalista che pretende di psicanalizzare persino Cassandra. Di smontare ogni sua certezza riguardo agli eventi nefasti che dichiara di prevedere. Come? Ricorrendo alle più elementari (e usurate e superate) intuizioni che sembrano esse stesse oggetto di indagine da parte del regista: ciò che si teme è in verità ciò che si desidera.
Siamo all’inizio, la prima parte che si intitola “L’Oracolo invertito”, dove domina il principio ordinatore di Apollo che di Cassandra è mentore e protettore: una tentazione all’ordine, più che la sua realizzazione, che si scontra con il caos che l’ha generato e che dal caos viene vanificato.
L’ordine è un miraggio, i nessi causa – effetto inattendibili, le previsioni inaffidabili.
A meno che non ci si affidi alle grazie di Dioniso accogliendo il caos come principio di liberazione.
E siamo alla seconda parte, “I diciassette cavallini” (come il numero dei greci usciti dal ventre del Cavallo di Troia), dove si procede dal futuro al passato nella ricerca, smentita e impossibile, delle cause che hanno determinato gli eventi.
Allora anche Cassandra non è più (o non solo) profetessa di disgrazie ma il tramite di una totalità informe, bella e brutta, che è chiamata a captare e rimandare. Profetessa sì ma di un senso nascosto, sfuggente, inafferrabile, non verbalizzabile una volta per tutte, che nel teatro si compie.
Il testo, tradotto da Manuela Cherubini, risente di un certo didascalismo quando si racconta del mito; ci sono qua e là certe lungaggini di cui si potrebbe fare a meno e a volte l’impressione è quella di un timore di andare perduti, di non voler tralasciare nulla saturando, appunto, un contenitore già ampiamente denso. Mi domando se l’essere regista di un proprio testo sia sempre la soluzione migliore.
Tuttavia l’intento di articolare la contemporaneità con tutti i suoi idoli, dalla psicanalisi abusata al capitale, con la mitologia, è certamente pregevole e in buona parte riuscito.
Scritto e cucito addosso agli attori in sede di gestazione, è indossato come una seconda pelle e si sente.
Diciassette cavallini
scritto e diretto da Rafael Spregelburd
traduzione di Manuela Cherubini
con Roberto Abbati, Valentina Banci, Laura Cleri, Davide Gagliardini, Luca Nucera,
Massimiliano Sbarsi, Pavel Zelinskiy
scene Alberto Favretto
costumi Giada Masi
luci Luca Bronzo
musiche Alessandro Nidi
fonica Andrea Romanini
produzione Fondazione Teatro Due
durata: L’oracolo invertito 1h e 35 minuti; I diciassette cavallini 1h e 15 minuti