Teatro Stabile di Catania , alla Sala Futura “Argo ” di Letizia Russo , regista Serena Sinigaglia

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Dal 29 gennaio 2026 al 1 febbraio , alla Sala Futura del Teatro Stabile di Catania è in scena Argo , una produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Teatro Stabile di Bolzano, commovente e coinvolgente riflessione sul peso della memoria. La piéce è tratta dal romanzo  Storia di Argo (2006)  di Maria Grazia Ciani , scrittrice, traduttrice e grecista  istriana che in esso narra  della  fuga dall’ Istria dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.  Una storia al femminile, narrata da una donna e con una compagnia tutta al femminile , a cominciare dall’autrice, la giovane drammaturga romana  Letizia Russo,  con un terzetto di attrici straordinarie – Ariella Reggio, Maria Ariis e Lucia Limonta – dirette dalla apprezzata e snsibile regista Serena Sinigaglia.

Lo spettacolo, che si avvale delle scene di  Andrea Belli , dei costumi di Valeria Bettella , e delle luci e suono di Roberta Faiolomette al centro il rapporto con il passato e con la memoria tra generazioni. 

Ho capito che non avrei potuto mettere in scena un libro così intimo e tanto meno limitarmi ad adattarlo” spiega la regista Serena Sinigaglia. “Avevo bisogno di un’autrice che, ispirandosi al tratto lieve e rarefatto del libro, scrivesse un testo originale rispecchiando lo sguardo di chi, come me, ha conosciuto da lontano quella storia. Volevo che il testo fosse ambientato nell’oggi e che presentasse un confronto tra tre generazioni di donne. Ed è così che è arrivato “Argo”, aggiunge la Sinigaglia.

“Argo” racconta di Vera, 85 anni, Beatrice, sua figlia, 55 anni e Carla figlia trentenne di Beatrice, che saranno interpretate da Ariella Reggio, Maria Ariis e Lucia Limonta. Vera ha l’ alzheimer e la figlia decide di portarla un’ultima volta a Pola da dove è scappata quando era solo una bambina: uno “strappo” di cui non ha mai più parlato.

“Ora – spiega la regista – tra le pieghe della sua coscienza annebbiata, le fa visita un solo ricordo, flebile, quello di un cane che si chiamava Argo. Le tre donne si trovano così, chilometro dopo chilometro, a fare i conti con sé stesse e col peso dei loro rapporti, coi silenzi e coi non detti, con la memoria che svanisce della nonna, con il desiderio di libertà della figlia, con le difficoltà della madre di non conoscere la propria madre, chiusa nei suoi ricordi e ora irrimediabilmente malata. È un testo che, in maniera lieve e delicata, prova ad affrontare un tema importantissimo e direi quasi scabroso, quello del ‘peso della memoria’. Certi vissuti, certi nodi, certi ricordi possono diventare un fardello insopportabile se non si è disposti a lasciarli andare. Solo lasciandoli andare, si può andare “oltre”, oltre i rancori, oltre il male, tutto il male, verso un nuovo futuro”.

Le foto sono di Laila Pozzo

 

 

 

 

 

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