“JOAN MIRO’: PER POI ARRIVARE ALL’ANIMA” ALLA BASILICA DELLA PIETRASANTA

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Fino al 19 aprile 2026 è possibile visitare la mostra “Joan Miró: per poi arrivare all’anima”, alla basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta di Napoli. Curata da Achille Bonito Oliva con Vittoria Mainoldi, la retrospettiva conta oltre cento opere tra litografie, acquetinte e acqueforti appartenenti a collezioni private, divise in sette aree tematiche; l’evento racconta l’arte del maestro catalano e il rapporto profondo che ebbe con la parola, la grafica e le diverse tecniche di stampa. Organizzata da Navigare srl, in collaborazione con Lapis Museum, la mostra si avvale del patrocinio del Comune di Napoli, del Consolato di Spagna e dell’Instituto Cervantes.

Bonito Oliva

Nella mostra viene esaltata la libertà espressiva del pittore catalano Joan Mirò. Un artista felicemente indeciso su tutto, con un linguaggio che non si ferma davanti a niente e a nessuno e che fonda una doppia valenza dell’artista: il nomadismo culturale e l’eclettismo stilistico. Mirò è un artista disinibito totalmente e costruttivo che, alla fine, ci lascia un linguaggio che resta nella storia perché frutto di una misura che lui riesce a dare alle forme che realizza. Mirò lo possiamo definire un po’ un napoletano – dopotutto Barcellona è come Napoli. L’artista, vivendo in una città che non ha perbenismo e non gioca sulla retorica della speranza, è instabile come un partenopeo. La sua è un’arte di grande elaborazione, frutto di una profonda analisi interna, non manda messaggi, esprime la sua visione che il pubblico deve interpretare, rielaborare e far sua”.

L’esposizione

Mirò, a proposito della sua arte dichiara nel 1933: “Ho difficoltà a parlare della mia pittura, poiché nasce sempre in uno stato allucinatorio, suscitato da un contraccolpo qualsiasi, oggettivo o soggettivo che sia, e di cui non sono in alcun modo artefice. Quanto ai miei mezzi di espressione, sempre più mi sforzo di giungere al massimo grado di chiarezza, di potenza e di aggressività plastica, ossia di risvegliare dapprima una sensazione fisica, per poi arrivare all’anima”.

Tra le principali opere in esposizione, notevoli le litografie a colori “Centenario Mourlot” (1953), frutto della collaborazione dell’artista con la storica stamperia Mourlot; “Serie II, blu e rosso” (1961), fulgido esempio della sua ricerca cromatica. “Los vigias (Les guetteurs)” (1964), opera di grande formato e “Midi le trèfle blanc” (1968), acquaforte acquatinta a colori, che mostra le tecniche incisorie di Mirò. “Oda a Joan Mirò” (1973) è la sintesi della sua poetica.

Sette le aree tematiche che mostrano il dialogo tra arti visive e letteratura. Grande spazio alla litografia, importante mezzo di invenzione artistica, come si evince dai volumi “Lithographe I” e “Lithographe II”. Un settore poco conosciuto dell’arte dell’artista catalano qui restituito in tutto il suo valore.

Affascinato dalla parola, dalle potenzialità della calligrafia, soprattutto quella cinese e giapponese, la impiega come segno autonomo, anticipando la Poesia Visiva degli anni ’60 del Novecento.

La terza area tematica, “Femmes, Oiseaux, Personnages”, esalta la figura femminile, la natura e, in particolare, gli uccelli ed i “Personnages”, creature ibride frutto di un universo immaginario e personalissimo.

La quarta area, “Scrittori, Artisti, Amici”, mette in luce i suoi rapporti con poeti, scrittori, artisti nonché la dimensione collettiva e relazionale del suo lavoro. Mirò illustrò diverse opere del dadaista Tristan Tzara, del surrealista Paul Éluard, dello scrittore etnologo Michel Leiris, del poeta “sovversivo” René Char, del poeta e sceneggiatore Jacques Prévert, dell’innovatore e sperimentatore Raymond Queneau e dello scrittore e artista plastico Joan Brossa. La sezione “Musica e teatro” rivela l’interesse dell’artista catalano per le sperimentazioni ispirate da queste forme espressive, le collaborazioni con musicisti e la creazione di copertine di dischi. Ricca la sezione“Ubu Roi”, con le litografie dedicate al personaggio creato da Alfred Jarry, padre della Patafisica. Miró dedica al Re litografie, incisioni, disegni e sculture, con un’interpretazione fortemente simbolica.

Vicino ai surrealisti, con le sue forme espressive esuberanti e antinaturalistiche, Mirò ha creato immagini iconiche frutto di una costante ricerca tra arte visiva e parola. La sua libertà espressiva trascende i confini dell’esperienza per raggiungere il mito, con una pittura che s’incontra con la poesia. Nei suoi novant’anni di vita realizzò un numero enorme di opere, crescendo artisticamente pur rimanendo fedele al proprio stile unico, originale, che lo colloca tra i più grandi artisti di tutti i tempi.

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