Il 3 febbraio 2026, al Teatro Mercadante, è andato in scena “Specchi. Gaza e noi”, dialogo teatrale in forma di studio scritto e interpretato da Paola Caridi e Tomaso Montanari, con Nabil Bey Salameh, prodotto dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. “Specchi. Gaza e noi” è il terzo appuntamento del ciclo di eventi organizzati al Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, che ha visto la partecipazione di Massimo Cacciari in “Segni di apocalisse. La catastrofe culturale dell’Occidente” e di Anna Foa e Paolo Di Paolo in “Quale pace. Israele, la Palestina e noi”. L’incasso della serata di “Specchi. Gaza e noi” è stato devoluto a favore di Emergency, a sostegno delle attività umanitarie a Gaza.
I protagonisti
Paola Caridi: giornalista e saggista, si occupa di storia politica contemporanea del mondo arabo. È stata corrispondente dal Cairo e poi da Gerusalemme per Lettera22, associazione di cui è fondatrice e presidente. Da oltre vent’anni si occupa di storia politica contemporanea del mondo arabo.
Tomaso Montanari: storico dell’arte, saggista e intellettuale. Professore ordinario di Storia dell’arte moderna, è rettore dell’Università per Stranieri di Siena. I suoi studi si concentrano in particolare sull’arte del Seicento e sul patrimonio culturale.
Nabil Bey Salameh: cantautore, etnomusicologo, giornalista e scrittore. Nasce a Tripoli, in Libano, da genitori palestinesi originari di Jaffa, costretti all’esilio durante la Nakba. Negli anni Ottanta fonda il gruppo Al Darawish e nel 1997 i Radiodervish. Dal 1998 al 2007 è corrispondente in Italia per l’emittente televisiva Al Jazeera Arabic. Insegna Etnomusicologia presso il Conservatorio di Lecce.
Il dialogo teatrale

I protagonisti del dialogo teatrale
Le parole dei due autori sono intrecciate con la voce e i suoni di Nabil Bey Salameh che rappresenta lo spirito della Palestina. I dipinti di Marco Sauro, che rappresentano una kefia, una rete, il mare, un melograno e un ulivo, completano la scena essenziale, poetica. Alberi e frutti e mare ma anche filo spinato raccontano Gaza, con il suo mare che è vita, occhi di bambini che brillano dell’intelligenza del mondo intero. Le vie dell’acqua di calviniana memoria aprono a dimensioni senza confini, dove, nonostante tutto, c’è ancora qualcuno vivo. Le nostre macerie morali ci fanno ignorare gli indifesi, anziani, disabili, bimbi, malati cronici, persone fragili che non meritano neanche di sedere al tavolo dei negoziati, nel Board of Peace. Il cuore nero del genocidio: del popolo di Gaza non rimarrà neanche la memoria. Cinquemila anni di storia sbriciolati, come racconta Caridi che l’ha vista, vissuta, Gaza la bella. Gaza come Beirut, Gerusalemme, Atene, Istanbul, Palermo, Napoli, tanti aspetti della stessa identità mediterranea, delle stesse radici che affondano nei millenni di storia. Tradendo Gaza tradiamo la nostra stessa appartenenza. Non abbiamo il diritto di uccidere le città, come affermava Giorgio La Pira, e dunque i nostri valori sono menzogne, le leggi carta straccia, il diritto internazionale che esiste “ma solo fino a un certo punto”. Montanari cita il bambino in fuga, la strage degli innocenti, i profughi di ieri e di oggi, Papa Francesco. Dobbiamo avere almeno fede nell’arte, come forma di resistenza e di rivoluzione. Abbiamo dimenticato l’umanità, il saperci guardare e riconoscere. Noi non siamo l’Occidente superiore e giusto ma solo una parte dell’umanità – e di certo non la migliore. Pensiamo al colonialismo. Se lo capissimo faremmo tutti rotta su Gaza, come fosse Terra Santa, nella quale entrare togliendoci le scarpe, come in un tempio. Papa Francesco sentiva che Dio era a Gaza, nell’umanità che si riconosce nella sofferenza. Lì è ancora possibile essere umani. Gaza è lo specchio nel quale riconoscerci, leggere le nostre colpe collettive ma anche ritrovare il senso smarrito, la luce all’orizzonte, il rumore del mare. Un dialogo necessario, importante, a lungo applaudito dal pubblico al Mercadante.