A Galleria Toledo in scena il poetico “Charta” di Bernardo Casertano

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Dal 20 al 22 febbraio 2026, per la prima volta a Napoli, “Charta”, lo spettacolo di e con Bernardo Casertano, è approdato al Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo (produzione di Fortezza est e Teatro Akropolis).

Bernardo Casertano

Attore, regista e volto noto di cinema e tv, è da poco andato in onda su Rai 1 nella miniserie diretta da Michele Soavi “L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro” nel ruolo di Giove. Nato a Caserta, si diploma presso l’Accademia del Teatro dei Cocci a Roma. Si forma e lavora con: Odin Teatret di Eugenio Barba, compagnia Dynamis, Giancarlo Sepe, Danio Manfredini, Roberto Latini, Ilaria Drago, Anton Milenin, Sabino Civilleri, Manuela Lo Sicco (compagnia Sud Costa occidentale di Emma Dante), Roberto Castello, Muta Imago, Kevin Crawford (Roy Hart Theatre), Jean Paul Denizon, Francesco Villano.

Il monologo

L’autore spiega:- “Provo a rappresentare Pinocchio che rincorre un desiderio fortissimo, quello di diventare padre, ma lo fa con le gambe di legno, non quando diventa bambino. Quando Pinocchio impara a leggere diventa un essere mediocre, perde il legno e con esso l’inorganico, l’infanzia e si avvia a diventare un bambino perbene, cioè un cittadino che può esprimersi solo attraverso l’ottusità dei proverbi. Alla fine, Pinocchio insegnerà a leggere al padre analfabeta con l’arroganza che è propria della paternità; nessuno è padre a un altro, del resto”, cita l’attore da “Bene Crudele”.
“Charta”, termine latino che sta per carta, è l’ultimo capitolo della trilogia dell’autore sulla condizione umana, composta da infanzia, età adulta e genitorialità. Spettacolo per un solo attore con sagome di carta, è la riflessione sulla possibilità di diventare genitore. Cosa accade quando il figlio diventa padre, in un simbolico cambio di prospettiva? Cosa ne è dell’energia, della curiosità per la vita, dell’anarchia e sconsideratezza infantile? “Charta” trae spunto da due testi, “Affabulazione” di Pasolini e “Pinocchio” di Collodi nella trasposizione di Carmelo Bene, ma anche dal Pinocchio “parallelo” di Giorgio Manganelli, dove il bambino dovrà sfidare e convivere con il suo legno. Le sagome di carta, che si sbriciolano man mano che crollano le illusioni e dominano le rigide regole e l’indottrinamento del mondo adulto, sono momenti poetici, impalpabili, evanescenti. L’autore immagina un mutamento di prospettiva spaventoso, quanto può esserlo la genitorialità attesa e pretesa quasi dalla società, con la sua retorica su famiglia e ruoli ben definiti. La lingua che adopera Casertano è un magnifico grammelot di napoletano/veneto/italiano, del quale, a tratti, si percepisce solo la musicalità in un racconto “sbilenco”. Pinocchio, burattino, può assumere su di sé il ruolo di padre. Contro l’omologazione, l’educazione volta all’obbedienza e al lavoro, Pinocchio affronta a suo modo la paternità, ma rimanendo spontaneo, reale, di legno, oltre il linguaggio e la forma, con la dolorosa consapevolezza dell’impossibilità di essere liberi. Pensieri ponderosi ma raccontati con leggerezza da Casertano, in una poetica messa in scena.

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