Ha chiuso con successo la IV edizione di “We Love Enzo”, rassegna omaggio al mondo poetico di Enzo Moscato ideata da Claudio Affinito con Casa del Contemporaneo. In “Sala Assoli Moscato” è andato in scena “S-ENZ”, adattamento drammaturgico di e con Giovanni Ludeno; musiche di Paolo Polcari; paesaggio visivo di Roberto-C.
Giovanni Ludeno
Giovanni Ludeno è un attore di teatro e cinema e volto noto della tv. Ha lavorato, tra gli altri, con Mario Martone, Edoardo De Angelis, Marco Tullio Giordana e Nanni Moretti. Noto al grande pubblico nel ruolo di Antonio Forte, protagonista con Luisa Ranieri della serie televisiva “Le indagini di Lolita Lobosco”, ha partecipato a fiction come “Vincenzo Malinconico, avvocato d’insuccesso” e “Noi della Sanità”. Il suo omaggio vivo, bruciante alla drammaturgia, al teatro, alla filosofia di Moscato emoziona, gettando sale sulla ferita sempre aperta della vita, come riflessione del tempo presente.
“S-ENZ – spiega Ludeno – è il titolo di una caduta vocalica, di una frattura: una O che se ne va, un trattino che separa il SE. Ciò che emerge è, prima di tutto, un’assenza, una mancanza. Resta il nome. Resta la vita più vita di tutte le vite. Il nome è quello di un poeta, di un canto mai smesso, mai finito; di un racconto lunghissimo, antico e ancora a venire; di un pensiero, una preghiera, un gioco. È il nome di uno scugnizzo, ENZ, che fattosi poeta è rimasto per sempre”.
Lo spettacolo

Paolo Polcari in “Sen-z” da Enzo Moscato – ph©Pino Miraglia
Ludeno entra nel buio della scena con il volto bianco, gli occhi cerchiati di rosso, con il suo incredibile fuoco di fila di racconti e spezzoni di versi moscatiani, accompagnato dalle musiche dal vivo di Paolo Polcari, magnificamente intrecciate alle parole, anch’esse di una sonorità assoluta. Ludeno cuce insieme, in una drammaturgia elegante e poetica, versi da “Gli anni piccoli” e “Occhi gettati”, e dai testi come “Luparella” e “Partitura”. Inframmezza ai testi teatrali testi filosofici e metateatrali, recitati con intensità, a memoria, in un’affabulazione continua che lascia il pubblico senza parole. Riemerge, nel suo racconto, la cultura stratificata, la lingua sonora, la dimensione scenica come “alambicco alchemico”, come ricerca del doppio, come sconfinamenti per saggiare i limiti – ossimorica pretesa. Completano l’originale drammaturgia il “paesaggio visivo” dei disegni proiettati sul fondale nero a cura di Roberto Cyop: fiori, volti, ferite, donne, segni evocativi del mondo moscatiano. Nel racconto di Ludeno entrano citazioni di Dante e di Leopardi, di Libero Bovio e i silenzi eduardiani, con la scrittura di fantasmi, di ritornanti, di morti-non morti, di zitelle “devote e iconoclaste” che sognano di trovare marito “baciando il pesce nella spasella” e pregando San “Rafele”, dell’incontro tra “Columbrina” e il suo Pulcinella ritornato dagli inferi. Nei ricordi entrano pensieri-schegge, che bruciano, portati via come cenere: la neve a Napoli nel 1956, la neve che è utopia, illusione, speranza, invisibilità, come il teatro. “È dal sottosuolo dei sensi, non dal fenomenico, che nasce la mia scrittura, dalla città porosa e inafferrabile”, spiega Ludeno che con le sue schegge poetiche, filosofiche, restituisce il Teatro come continua ricerca/trad-invenzione della vita, bruciante omaggio a Moscato più vivo che mai. Interminabili applausi ad ogni replica.