Fuori dalla stanza di Marco Balma del 2007 è una commedia scritta sull’onda di un fenomeno, tristemente noto in Giappone dagli anni ’80, che si è esteso in molte società occidentali, ed anche in Italia, quello di giovanissimi che decidevano di chiudersi in una stanza, non uscendo più di casa e rifiutando ogni relazione.
Il testo nel 2024 è diventato un’opera teatrale, sempre diretta dal versatilissimo autore, e portata in scena dalla Compagnia degli Evasi di Catel Nuovo Magra (SP). Selezionata come opera in concorso al Festival Nazionale Teatro XS Città di Salerno per attualità del tema, e con numeri in crescita del fenomeno legati all’aumento del disagio giovanile, è stata portata in scena al Teatro Genovesi domenica 8 marzo, alle ore 19, con il palcoscenico diventato un vero e proprio setting terapeutico, cioè la stanza dove Francesco (Davide Grossi), il giovane protagonista, ha deciso di diventare ‘invisibile’ a sé stesso, alla famiglia ed al mondo intero. Non ci sono accenni alla dipendenza da internet o al fenomeno dei like e del bullismo, fenomeni più recenti di nuovo disagio giovanile dopo la pandemia da COVID-19 che si è complicato ancora di di più. La stanzetta, con scarni arredi e illuminata solo dalla luce artificiale, è la ‘prigione’ senza sbarre del ragazzo, che resta seduto per ore davanti ad una finestra con le tapparelle abbassate, immerso in un muto/muro di silenzio che qualcuno dovrà rompere, qualcuno al di fuori della famiglia e di sua madre, donna addolorata e impotente. Questo qualcuno è Stella (Monica Moro), una brava psicoterapeuta, molto solare nonostante il suo nome, scelta da Clara (Sabrina Battaglini), madre del ragazzo, per aiutarlo a ritrovare la voglia di vivere ed il desiderio dei suoi amici, dello studio e del basket.
Il ragazzo dovrà attraverso il suo aiuto ritrovare il sé stesso più autentico e smarrito, sempreché lo accetti, e coinvolta sarà la madre stessa che dovrà riscoprire il suo rapporto con il figlio, gettandogli l’esca risolutrice di un sostegno accogliente. Questi inizialmente è chiuso e muto alle provocazioni dialettiche di Stella, impegnata a costruire un canale di comunicazione con lui ed a conoscerne il vissuto, comune a tanti altri ragazzi. I genitori sono separati, il padre, un noto e affermato medico, è assente e poco gratificante verso il figlio, con la madre che lo ha sposato solo per status sociale, saranno quindi la povertà dell’affetto paterno ed il ripiego della madre, iperprotettivo e non accogliente nel modo giusto, a determinare gravi crepe nella sensibilità di Francesco e problemi di adattamento.
Complice poi una delusione amorosa, il ragazzo reagirà al senso di inadeguatezza con la fobia sociale ed il rifiuto di ogni interazione umana.
La terapeuta, intanto, attraverso una serie di stimoli positivi ed il sapiente uso della ‘parola’ capace di suggerire ed evocare, in un percorso che non sarà semplice neanche per lei, cercherà di portare la luce negli angoli più oscuri della personalità del ragazzo, forzando con giuste modalità, tutte le volte che sarà necessario, i suoi rifiuti. Mentre agirà anche sull’inevitabile senso di colpa della madre, suggerendole la strada dell’amore e dell’accoglienza per arrivare al cuore e ai desideri del figlio, infatti è soltanto attraverso l’amorevole accettazione di sé che Francesco potrà riappropriarsi delle sue passioni e della vita. Il rapporto terapeuta-paziente sarà altalenante, fatto di alti e bassi, serve la fiducia di Francesco, e non mancherà neanche il difficile momento, contemplato nelle terapie, di un suo scivolamento emotivo verso la donna, provando un’attrazione/sostegno che, con coerenza e professionalità, Stella ricondurrà entro i confini più chiari del rapporto paziente-terapeuta. La chiave di volta della ‘rinascita’ del ragazzo è ritrovare la sua passione, autentica e personalissima, che gli aveva illuminato la vita già a quattro anni. Un’energia più appagante di qualsiasi amore, che non sveleremo, basti soltanto dire che è una ‘luce’ che ognuno possiede, a modo suo, occorre averne consapevolezza, il proprio personale segreto per catturare l’essenza ed il significato del mondo.
Un mondo che ora ritorna ad appartenere Francesco e che continuerà ad esplorare, infatti saranno le cartoline di viaggio intrapreso e spedite alla madre, con una misteriosa annotazione significativa, di cui Stella verrà a conoscenza, a mettere quest’ultima in pace con sé stessa, facendole capire che, nonostante il prezzo pagato per la coerenza avuta, ha fatto la cosa giusta.
“Un’ora di riflessione e forse di speranza attraverso i sentimenti messi in gioco; il primo dei quali è semplice, scontato e forse banale, ma pur sempre meraviglioso e potente: l’amore” queste le parole di Marco Balma, il pluripremiato autore e regista spezzino, per rendere la cifra del suo spettacolo. E siamo attraverso queste parole al cuore della rappresentazione, capace di leggerezza e semplicità nonostante il terreno d’azione spinoso e problematico, che trova tante famiglie impreparate ma alle quali suggerisce una strada, dando nel buio una luce di speranza. Bravissimi i tre interpreti Davide Grossi, Monica Moro e Sabrina Battaglini, tutti molto autentici e convincenti, mentre il minimalismo sia registico che acustico – il dolce e altalenante refrain musicale di Sad beautiful tragic (Taylor’s version) di Taylor Swift, ripetuto ad ogni stacco di scena, ha sottolineato di un’intimità del dolore, l’atmosfera introspettiva dell’opera, ma anche le più piene colorazioni della ‘rinascita’ e la pacata forza della speranza – si rivelano una precisa scelta di prospettiva che lascia in rilievo la scrittura drammaturgica e le intonazioni attoriali debitamente calibrate sui personaggi. Il pubblico ha applaudito convintamente, portando con sé informazioni su uno spaccato di realtà problematico e certamente più diffuso di quanto alle statistiche ed ai casi attenzionati.
Marisa Paladino