Appuntamento di altissimo profilo musicale il 16 marzo 2026 nella Sala de Concerts del Palau de la Música Catalana e un atto di memoria, un omaggio intensamente pensato a Nikolaus Harnoncourt, nel decimo anniversario della sua morte, avvenuta il 5 marzo 2016.
In programma, i sei Concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach, nell’ordine BWV 1046, 1048, 1050, 1049, 1051, 1047, affidati al Concentus Musicus Wien sotto la guida artistica di Stefan Gottfried, con Erich Höbarth e Theona Gubba-Chkheidze come violini solisti indicati nel programma di sala.
In una serata così concepita, il valore simbolico era fortissimo: il Concentus Musicus Wien non è un ensemble qualsiasi, ma la formazione fondata da Harnoncourt, quella stessa compagine con cui il maestro contribuì a cambiare per sempre il modo di ascoltare Bach e l’intero repertorio barocco, riportandolo a una dimensione più mobile, più viva.
Il programma di sala del Palau ricorda proprio come la lettura harnoncourtiana dei Brandeburghesi, registrati nel 1964, si allontanasse dalla tradizione romantica per recuperare spirito cameristico, timbri storici e chiarezza filologica; e la presenza di Gottfried, che dal 2015 guida artisticamente l’ensemble ha dato alla serata il tono di una continuità musicale autentica. La grande qualità di questo concerto è stata proprio questa: non il monumento, ma il respiro. Non la commemorazione irrigidita, ma la sensazione che quella lezione interpretativa sia ancora fertile, ancora capace di generare energia, fantasia, contrasto, canto.
I Concerti Brandeburghesi, del resto, sono un laboratorio inesauribile di invenzione: Bach li concepisce come “Six Concerts à plusieurs instruments”, ciascuno con una strumentazione differente, quasi come se ogni pagina fosse un esperimento timbrico e formale a sé. È questo il motivo per cui l’esecuzione integrale ha assunto il valore di un vero percorso: sei modi diversi di pensare il concerto, sei modi diversi di far dialogare i solisti con il gruppo e col basso continuo. Il Primo Concerto Brandeburghese in Fa maggiore, BWV 1046, con il suo carattere festoso e aristocratico, ha aperto la serata in maniera ideale. È forse il più espanso e cerimoniale della raccolta, anche perché, a differenza di molti altri, si articola in quattro movimenti e culmina in quella magnifica successione di Menuetto, Trio, Polonaise, Menuetto, Trio che gli conferisce una dimensione quasi teatrale. La sua peculiarità sta anche nella ricchezza dell’organico, dove violini, 3 oboi e corni naturali si intrecciano in un gioco luminoso e solenne. In questa pagina il Concentus Musicus Wien ha dato subito il meglio di sé: suono terso, articolazione nitida, slancio danzante e una gioia sonora che non scade mai nel fragore, ma resta sempre disciplinata, elegante, scolpita.
Qui il violino solista di Erich Höbarth ha offerto una guida raffinata, mai sopra le righe, capace di unire autorevolezza e leggerezza. Il Terzo Concerto in Sol maggiore, BWV 1048, così diverso dal primo, ha mostrato l’altro volto di Bach: quello dell’energia pura, della scrittura per archi che si fa architettura in movimento. La sua particolarità più evidente è l’assenza di fiati e di un vero solista individuale: tutto nasce dalla tensione collettiva della corda, da quel moto serrato e pulsante che rende il pezzo quasi una macchina perfetta di ritmo, imitazione e slancio.
In un’esecuzione come questa, tale concerto diventa il banco di prova della coesione dell’ensemble, e il Concentus Musicus lo ha risolto con impressionante compattezza. Ne è emersa una lettura vibrante, scattante, ma al tempo stesso sorvegliata, in cui ogni linea appariva necessaria e ogni ingresso sembrava generare il successivo con naturalezza inesorabile. Il Quinto Concerto in Re maggiore, BWV 1050 rappresenta uno dei vertici assoluti dell’intera raccolta e, in un certo senso, della storia del concerto stesso. La sua unicità risiede nel trio concertante formato da flauto traverso, violino e clavicembalo, ma soprattutto nella celeberrima cadenza virtuosistica del clavicembalo alla fine del primo movimento: un passaggio che fa del cembalo non più un semplice sostegno armonico, bensì un protagonista assoluto. È musica che guarda avanti, che anticipa sviluppi futuri del concerto per tastiera. In questa prospettiva, la presenza di Stefan Gottfried al cembalo, la sua guida non si è limitata a coordinare, ma ha dato forma dall’interno alla tensione del discorso. Attorno a lui, il violino di Höbarth e il traverso di Annie Laflamme hanno costruito un dialogo fluido, nobile, mai esibizionistico, in cui la brillantezza tecnica si è trasformata costantemente in eloquenza musicale. Dopo l’intervallo, il Quarto Concerto in Sol maggiore, BWV 1049 ha introdotto un clima diverso, più mobile e scintillante. La sua peculiarità è la scrittura concertante che oppone il violino solista a due flauti dolci, creando un effetto di eco, inseguimento, davvero unico. È una pagina in cui tutto vive di agilità, di chiarezza, di finezza, quella grazia luminosa che Bach sa ottenere anche nelle architetture più complesse. Qui è emersa con grande naturalezza la presenza di Theona Gubba-Chkheidze, violino solista il suo fraseggio, immaginato in equilibrio costante con le due linee dei flauti, si prestava perfettamente a rendere il carattere mobile, quasi aereo, di questa musica. È uno dei Brandeburghesi più “sorridenti”, e l’ensemble ne ha restituito tutta la vivacità senza perdere un grammo di precisione. Il Sesto Concerto in Si bemolle maggiore, BWV 1051 è forse il più enigmatico della raccolta e certamente uno dei più affascinanti. La sua singolarità è clamorosa: non ci sono violini. Bach affida il discorso a viole da braccio, viole da gamba, violoncello, contrabbasso e cembalo, creando una sonorità più scura, calda, vellutata, quasi introspettiva. Questo sesto concerto ha offerto alla serata un momento di densità timbrica e di nobile raccoglimento. È musica meno appariscente, ma non meno straordinaria: anzi, proprio l’assenza del violino costringe l’ascoltatore a entrare in un mondo intermedio, di mezze ombre, di impasti morbidi e pieni di tensione. In questo concerto il Concentus Musicus è stato particolarmente convincente, perché ha evitato qualunque pesantezza e ha lasciato emergere la trama interna con sobrietà e profondità. Infine, il Secondo Concerto in Fa maggiore, BWV 1047 ha chiuso il percorso con un’esplosione controllata di energia e splendore. La sua peculiarità consiste nella combinazione davvero inconsueta dei solisti: tromba, flauto dolce, oboe e violino. È forse il Brandeburghese più audace dal punto di vista timbrico, perché mette insieme strumenti dalle nature diversissime e li costringe a convivere in uno spazio sonoro comune. L’effetto, è abbagliante: la tromba naturale svetta, ma non domina, anche se deve fare i conti con le problematiche di intonazione naturale che dovuta al tempo piovoso, rende ancor più difficile l’esecuzione, il flauto dolce alleggerisce; l’oboe incide con eleganza ; il violino cuce e rilancia. È una scrittura che richiede equilibrio, lucidità e coraggio, e proprio per questo è perfetta come finale. La serata si è conclusa con una pagina di virtuosismo gioioso e luminoso, nella quale il senso dell’omaggio a Harnoncourt è apparso chiarissimo: non un Bach imbalsamato, ma un Bach rischioso, acceso, vivo. A rendere speciale questo concerto è stata, la coerenza tra contesto, programma e identità degli interpreti. Suonare al Palau de la Música Catalana l’integrale dei Brandeburghesi in memoria di Nikolaus Harnoncourt, con il suo stesso ensemble e con una direzione nata da quella scuola, significa confrontarsi con un’eredità enorme. Il merito del Concentus Musicus Wien e di Stefan Gottfried è stato quello di trasformare questa eredità in un linguaggio naturale, vivo, rigoroso. Ne è venuta fuori una serata di grande fascino, in cui la filologia non ha mai soffocato l’emozione e in cui la precisione stilistica si è tradotta continuamente in piacere dell’ascolto. Un omaggio degno, sentito e musicalmente ricco, che ha ricordato non solo chi fosse Harnoncourt, ma soprattutto perché la sua lezione continui ancora oggi a parlare con tanta forza.
Gabriella Spagnuolo