“Nunca más” di Gerry Moio, teatro civile al Festival Teatro XS Città di Salerno

0

Nunca más (in spagnolo “mai più”) così titola il rapporto della Comisión Sabato di indagine sui fatti dei desaparecidos (scomparsi) della dittatura militare argentina.
Nunca más era anche l’espressione usata per i sopravvissuti all’insurrezione del ghetto di Varsavia dopo le atrocità dei nazisti.
E Nunca más  è il titolo dello spettacolo scritto da Gerry Moio, che ne è anche interprete insieme al Gruppo di Attività Teatrali Peppino Mancini di Fasano (BR), andato in scena domenica 12 aprile 2026 al Teatro Genovesi di Salerno, regia di Mimmo Capozzi e aiuto regia Pia Cofano.
Un dramma psicologico che gioca su rimandi diversi grazie al protagonista, l’ambiguo giornalista Nahuel Echeverri (Gerry Moio) corrispondente di un giornale di Buenos Aires che raccoglie, in una periferica e un po’ sinistra redazione, le testimonianze di quattro sopravvissuti alle repressioni della dittatura militare degli anni ’70.
Un monito affinché non si ripetano certi orrori, ma in un intreccio di chiaroscuri ed essenzialità, a tratti crudele, il giornalista dietro alla scrivania di legno massiccio s’inabissa, molto disinvoltamente, anche  in ruoli ben diversi dal corrispondente, divenendo l’inquisitore che interroga con una forte pressione psicologica o il fantomatico aguzzino che tormenta l’inconscio delle sue vittime.
Ė posto in alto rispetto ai quattro intervistati, i quattro sono seduti più in basso, in penombra, le spalle al giornalista e rivolti dritti al pubblico, sono immersi in un’atmosfera carica di attesa.
Sullo sfondo i fatti della repressione della dittatura militare in Argentina contro gli oppositori, avvenuti tra il ’76 e il 1983, con alla base la ricerca storiografica di Irene Sansonetti. I quattro sopravvissuti Taty Almedia, Pablo Diaz, Adolfo Scilingo e Victoria Donda sono realmente esistiti e nel dramma si raccontano, guardando dritto al pubblico, quasi a richiamare con fermezza la responsabilità collettiva della memoria. Parla per prima Lidia Almeida detta Taty (Ketty Loconte), una madre attivista del movimento le Madres de Plaza de Mayo – chiamate anche “las locas” cioè le pazze – movimento di donne che dal 1977 ogni giovedì marciano con i fazzoletti bianchi per chiedere verità sulla scomparsa dei figli.
La donna si definisce ‘ orfana di figlio ’ del ventenne Alejandro, il minore dei suoi tre figli, ragazzo sensibile e mente brillante, il cui impegno politico contro le ingiustizie sociali non era gradito al regime e, per questo, sequestrato e fatto scomparire.
Uno…due…tre…quattro declama Pablo Diaz (Alessandro Leogrande), l’unico reduce di un gruppo di 235 giovani sequestrati e rinchiusi nel centro di detenzione militare “Pozo di Banfield”, che racconta di questo luogo di torture e umiliazioni, subite sistematicamente insieme ai compagni, e di un salvacondotto che lo risparmierà dalla morte, a differenza degli altri 234 giovani gettati in mare con i ‘voli della morte’. In quegli anni migliaia di giovani e oppositori furono sequestrati e fatti scomparire nel nulla, in fosse comuni, o scaricati da aerei militari nell’Oceano o nel Rio de la Plata, il più grande fiume argentino.
A due di questi voli ha partecipato Adolfo Scilingo (Danilo Angiolino), altro testimone e ufficiale di marina che descrive, con assoluto distacco, quanto avveniva su quegli aerei, ma il racconto diventa ad un certo punto confessione di un’ossessione, un incubo nell’incubo. Quell’insopportabile baratro dell’orrore che consuma il suo ultimo atto, con precisione millimetrica, gettando corpi nudi e sedati in mare, si racchiude negli occhi spalancati di una di queste vittime, mentre tutta la  banalità del male viene esercitata senza pietà né pentimento. In ultimo racconta la sua storia Victoria Donda (Federica Colucci) figlia di un centro di detenzione clandestino, padre e madre prigionieri politici poi ‘scomparsi’, lei stessa rapita e registrata sotto falsa identità, quindi ‘regalata’ ad un’altra famiglia molto vicina al regime, che non le raccontò mai dei suoi genitori biologici. Le testimonianze, dolorose e sofferte, sono incalzate da un Nahuel Echeverbo che, ad un certo punto, si trasforma del tutto, facendo balenare prospettive inquietanti, ben oltre la colpa dei persecutori ed i tentativi distorti di manipolazione della verità storica. Sono i fantasmi di un intreccio  psicologico, intenso e pesante, a dir poco traumatico, nel quale la vittima si auto-accusa, si sente colpevole, mette in dubbio gli accaduti stessi, li distorce, li liquida e  li rimuove. Questi fantasmi sono una precisa e audace scelta drammaturgica, che non arretra di fronte alla provocazione e si sfaccetta senza timore, mentre la meticolosa costruzione registica, che ha sorretto la tensione recitativa dei personaggi, contribuisce nell’insieme a catturare lo spettatore. Un teatro civile e “della memoria” che ha colto nel segno, scuotendo le coscienze e soffermandosi pure sull’espiazione quotidiana di ogni “sopravvissuto” e su quegli implacabili sensi di colpa che una tragedia di quest’ampiezza porta con sé. Gerry Moio è un interprete rispondente alla sua stessa scrittura drammaturgica, calato in un ruolo complesso e molto sfaccettato, con diverse sfumature capaci di toccare livelli di notevole intensità emotiva. Un’intensità emotiva che non risparmia, con dosi diverse, tutti gli altri personaggi, ed è ben resa dagli attori in scena, ognuno in connessione con una maieutica in atto che spinge ognuno di loro a restituire al pubblico verità interiore ed emozioni. La sintonia con i rispettivi personaggi conduce le performance di Ketty Loconte, Alessandro Leogrande, Danilo Angiolino e Federica Colucci a cogliere una verità umana più profonda, oltre le apparenze, quella che spinge ogni personaggio a fare i conti con gli accessi più oscuri dell’essere. Un crescendo di teatro “della memoria”  che trova la sua coralità nella materializzazione di quei fantasmi, di cui non diremo apertamente ovviamente. Nunca más è comunque un grido che risuona dentro ognuno di noi, anche se di fronte alla ‘banalità del male’ occorre chiedersi di più sulla natura dell’essere umano. Mentre sul destino di questi quattro personaggi, e non solo, trova una tormentata o pietosa risposta Jorge Luis Borges quando dice “Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l’uomo sa per sempre chi è”, una ultima frase che il drammaturgo pone a chiusura dello spettacolo. Un alto monito, una profonda verità o una velleitaria speranza? Gli applausi finali sono scroscianti, vanno alla bravura degli interpreti e, certamente, al valore etico dello spettacolo.

Marisa Paladino

Stampa
Share.

About Author

Comments are closed.