Gianni Caputo, in scena il 18 e 19 aprile 2026 al Teatro CortéSe di Napoli, ha presentato il suo spettacolo “Quanno pazziavo ’o strummolo”, progetto scenico e drammaturgia firmate dallo stesso attore. Caputo offre uno spaccato del mondo vivianeo attraverso una accurata selezione di poesie e canzoni del celebre commediografo, attore, poeta e compositore di Castellammare di Stabia. Lo accompagnano in scena, nel suo viaggio tra memoria, prosa e canzoni, Daniele Esposito alla fisarmonica e Pierpaolo Iermano alla chitarra.
Lo spettacolo

Gianni Caputo in scena
“L’umanità derelitta, quella degli ultimi della classe, dei diseredati, quella contro cui sembra accanirsi con un ghigno sadico la sorte. E tuttavia l’umanità che si ribella al destino, urla ogni tanto al vento la propria rabbia, senza però mai piangersi addosso, anzi, trovando persino la forza ed il gusto di ridere delle proprie disgrazie. Era questa umanità, varia e composita, quella che raccontava con straordinaria maestria Raffaele Viviani”. Nelle sue storie perdenti, invisibili, straccioni, emigranti, “capére”, “femmene malamente” e “guappe ‘e cartone”, “craunare” e tutti i lavoratori più umili e attanagliati da una fame atavica, che popolano la Napoli dei primi del ‘900. Così afferma Gianni Caputo che da anni ci regala preziosi spettacoli: “’O ciardino d’ ’e pparole” e le monografie dedicate a Eduardo De Filippo (“Fu re da doppie lodi”) e a Totò (“Principe del sorriso e re delle emozioni”). Al centro della scena di “Quanno pazziavo ’o strummolo”, il frac e un testo di Viviani. Lo spettacolo intercala momenti essenziali della vita e il pensiero del grande autore/attore con suoi versi: “’O Sapunariello”, “Ll’ommo sbagliato”, “’O carro d’’e disoccupate”, la celebre “Fravecature”, straziante, dolorosa, che ricorda come, ancora oggi, si muoia sul lavoro. “È caduto, è caduto ‘o cumpagno mio! Miez’ ‘a polvere e ‘o sudore, nun s’è cchiù susuto”, recita un verso, senza retorica, ma forte come la realtà stessa. E ancora “’O scupatore”, “’O piscature”, accompagnata da alcuni spezzoni d’epoca, spunto ulteriore per raccontare come l’avvento del cinema sonoro abbia danneggiato le orchestrine che accompagnavano dal vivo i film muti, così come i cocchieri cedevano il passo alle automobili ed ai taxi (“A carruzzella”). Con la sua “Tarantella segreta” Viviani dipinge affreschi di vita quotidiana al pari di un pittore, così come “Areta e ‘llastre”, “Ombre e addore”, “Piererotta”, “E ccose ‘mpruvvisate”, “’O guappo ‘nnammurato”, “’O Pate”, “Eroismo”, hanno la forza potente delle immagini e raccontano le ingiustizie sociali, la lotta per la sopravvivenza, con commossa partecipazione nei confronti dei lavoratori e degli ultimi, senza pietismo o paternalismo. Viviani vive il suo bisogno d’arte come una dannazione, mentre i gusti del pubblico cambiano e il fascismo non ama che si parli di perdenti né che si utilizzi il dialetto. Cresciuto alla scuola della strada, Viviani si identifica con il suo popolo, misurandosi con un mestiere ingrato, conoscendo per molto tempo anche la fame. Compone musica senza conoscere le note, scrivendo con il suo dialetto “caustico, rovente, crudo e spoglio”. Le belle canzoni, interpretate da Caputo, sono “Lavannarè”, “Bammenella”, “Cuncettì Cuncettì”, “Si vide all’animale”, “Comme a fronna”, amabilmente accompagnate dai virtuosi musicisti e anche dal pubblico in sala. Come scriveva Mario Stefanile, Viviani è entrato “in Napoli, nella carne e nell’anima di Napoli e restituirne in voci e gesti il groviglio dei sentimenti e dei pensieri, il viluppo degli istinti e delle inibizioni così ha potuto dirla, narrarla, rappresentarla, senza caricatura, ma con una continua, inaudita carica deformatrice. E perciò lavorava con lo strumento del dialetto immediato e grezzo, con il linguaggio autentico del popolo ben più ricco di arditezza che non so quale pagina scaltrita e modernissima”. E viva e bruciante è ancora l’opera vivianea, ben raccontata da Caputo che sa costruire spettacoli profondi, ispirati, mai retorici, con passione ed eleganza.