La cucina è a Tomis e il bagno a Constanza. In mezzo il confine segnato da un palo.
Per cucinare serve il permesso di lavoro.
Per andare al gabinetto il visto di transito che scade dopo cinque minuti. Il desco si consuma tra uno Stato e l’altro e così il talamo nuziale di una coppia di ormai lungo corso in cui l’uno si trova a essere straniero all’altra.
Siamo nella stanza di una casa di campagna situata tra due Stati in guerra, che hanno appena fatto la pace.
Almeno così racconta la radio.
La pace ogni volta annunciata come imminente è arrivata, si dice, ma con l’arroganza idiota che pretende di dividere la casa e con essa la coppia che la abita.
Un lui e una lei stralunati, sopravvissuti in quattro mura decadenti, claustrofobiche, affacciate su una terra bombardata che non vediamo, di cui nulla si dice se non che è terra di morti.
Due anime vive dedite a corpi morti. Tale è la loro professione: recupero cadaveri sotto le bombe e conseguente sepoltura.
Già così è chiara l’atmosfera surreale in cui ci troviamo.
Si parla di guerra e di morti da seppellire con la naturalezza di chi con la morte ha familiarizzato senza scomporsi. E ugualmente si parla di ipotetiche volontà di cadaveri di uomini mai conosciuti come fossero vivi.
E tra il rumore sordo di una bomba, il boato fortissimo di un’altra, il grigiore di polvere e abitudini, nell’indolente fare e disfare in cerca di qualcosa che non si trova, si parla anche di un lui che potrebbe fare ritorno.
Un figlio, forse, per cui lei, la madre, vuole restare in quella casa e costruire la sua stanza. Per cui lui, il padre, vuole tornare in città perché sa che quel figlio, cacciato probabilmente di casa, non tornerà.
A meno che non sia proprio lui la guardia che ha divelto la parete a picconate per introdursi sotto mentite spoglie a dettare legge, abbrutito da regole stupide, che difendono i confini senza preservare dalle bombe.
Sto parlando di «The Other Side», lo spettacolo dal testo di Ariel Dorfman tradotto da Alessandra Serra messo in scena al Teatro Eleonora Duse di Genova, con la regia di Marcela Serli e l’interpretazione di Elisabetta Pozzi, Gigio Alberti e Giuseppe Sartori, coprodotto dal Teatro Nazionale di Genova, La Contrada Teatro Stabile di Trieste, Centro Teatrale Bresciano, Associazione Mittelfest e Teatro Stabile Sloveno.
Una sinergia che dopo la prima stagione di tournée, prevede una ripresa il prossimo anno.
Si tratta di un testo scritto nel 2005, quindici anni dopo il più celebre La morte e la fanciulla, in cui della guerra e delle guerre emerge prima di tutto l’idiozia. Più che la violenza, più che l’orrore, l’ingiustizia, la disperazione, la guerra e i suoi promotori sono profondamente idioti.
Idioti come chi è disposto a distruggere pur di non rinunciare alla propria fetta di proprietà, anche a scapito di mandare in rovine una casa, una famiglia, un progetto di vita.
E se non succede questo alla coppia in questione, il testo e lo spettacolo illuminano e irridono sui rischi incombenti, e quella che è una tragedia prende la piega di una pur tragica farsa, in cui a morire è lo stupido e a sopravvivere coloro che non ci sono cascati.
Il soldato che progettava di costruire un muro elettrificato, di circondare l’area di cani da guardia e di sorvegliarla con telecamere, verosimilmente ucciso dal fuoco amico, non è il loro figlio.
Un’acquisizione che arriva postuma, anche per la madre che ci aveva sperato, dopo ridicoli tentativi di riconoscersi attraverso i giocattoli tirati fuori da sotto quel letto metà a Tomis e metà a Constanza, ma che non è rimozione di fronte alla morte, ma il confine sano tra l’idiozia e la salvezza possibile. Una salvezza che passa anche attraverso la leggerezza di certe battute tipo “mi sono innamorata di uno straniero educato”.
Questo mi è parso e così mi conferma l’esasperazione della figura del soldato reso benissimo da Giuseppe Sartori, nullità isterica eterodiretta, quasi un cartone animato, come certi ceffi antidiluviani le cui effigi ci arrivano quotidianamente sui nostri supporti digitali, trogloditi racimolati in tutto il pianeta per portare a compimento un progetto assassino.
Il registro grottesco anche molto spinto di Dorfman, ampiamente cavalcato dalla regia, non lenisce la brutalità e la follia della guerra e di tutte le guerre, ma le inscatola, le mette in una teca per meglio dileggiarle, per circoscriverle a un orizzonte che è assurdo, ed è tanto più assurdo in quanto è reale.
Rinchiudere, sezionare, mirare e colpire, come faceva Harold Pinter, a cui Dorfman ha dedicato la sua tesi di laurea: El absurdo entre cuatro paredes: el teatro de Harold Pinter.
Le foto sono di Roberto Bobbio
The Other Side
di Ariel Dorfman
Traduzione Alessandra Serra
regia Marcela Serli
con Elisabetta Pozzi, Gigio Alberti e Giuseppe Sartori
scene Maria Spazzi
costumi Matejka Horvat
musiche Daniele D’Angelo
disegno luci Omar Scala.
Produzione La Contrada Teatro Stabile di Trieste, Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova, Associazione Mittelfest e Teatro Stabile Sloveno