È tornato sul palco del Teatro di San Carlo dopo 20 anni l’allestimento di «Werther» firmato dalla regia di Willy Decker nell’impianto scenico di Wolfgang Gussmann, produzione Oper Frankfurt.
Non sono i due decenni, ottimamente portati dalla prima apparizione del progetto del regista tedesco a indurre a riflessioni, quanto i 120 anni tra il romanzo epistolare di Goethe e la partitura di Massenet, del 1893, su libretto francese di Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann, anni che hanno permesso di elaborare un’evoluzione in direzione romantica.
Decker marca proprio quello iato temporale e culturale collocando l’azione in una scenografia ultra-essenziale e geometrica, in cui a sbalzare, sotto le luci di Joachim Klein, sono più che le sagome dei personaggi, le loro psicologie tormentate e, nei protagonisti, inchiodate in una evoluzione sentimentale prigioniera di edipicità irrisolte. Tutto concorda con il colore simbolista screziato di espressionismo della morbida partitura di Massenet.
Decker coglie la diversa temperie armonica delle linee di canto di Werther e Charlotte e se ne serve per accentuare l’isolamento dei due innamorati irrisolti.
E Lorenzo Passerini dal podio? Lascia defluire la brezza di quella primavera di risveglio e, in economia di rischi, la scelta risulta vincente in salvaguardia.
Incerte le uscite solistiche strumentali e colori poco curati.
Kaufmann padroneggia il ruolo del titolo con una interpretazione sui generis che fa letteratura.
«Nella musica francese dell’Ottocento non è sempre classificabile la vocalità tenorile all’interno di uno stesso ruolo – racconta Jonas Kaufmann – è quello che accade per Don José in «Carmen» che ha momenti lirici, tratti spinti e drammatici e Werther non fa eccezione e questo colore vocale cangiante rende affascinante il ruolo per cantanti non meno che per il pubblico».
E il pubblico ha entusiasticamente applaudito il tenore suo beniamino e il mezzosoprano Caterina Piva nel ruolo di Charlotte, combattuta tra passione e dovere, rispetto di una promessa a una defunta madre anche scenicamente incombente e scompaginante scoperta di pulsioni.
Nel terzo atto con l’ «Air des Lettres» della vigilia di Natale e «Pourquoi me réveiller?» Charlotte e Werther rivelano la rispettive incapacità di vivere sentimenti adulti e Caterina Piva risulta convincente al pari del suo celebrato partner, il quale tuttavia non rinuncia alla ricerca dell’effetto lezioso, in cui è maestro. I grandi interpreti non si adeguano ai canoni stilistici, li creano.
Désirée Giove ha saputo essere una Sophie innamorata perdente, delusa, ma paradossalmente più sentimentalmente orientata verso una maturità che infligge ferite, non disperazione distruttiva. Efficace e musicale.
Lodovico Filippo Ravizza senza gloria né infamia ha tratteggiato il personaggio di Albert, un borghese che vorrebbe affidare la relazione con la consorte Charlotte al codice civile più che tentare, chissà con quante possibilità di successo, una qualche seduzione. «Non sono un mediocre, sono i librettisti che mi disegnano mercante».
Il Coro di Voci Bianche del Teatro di San Carlo, fin dall’inizio in scena in canti natalizi che vengono studiati dall’estate su ordine del borgomastro, è diretto da Stefania Rinaldi è sempre metafora di future certezze e ce n’è sempre bisogno.
Le Bailli, maturamente reso da Sergio Vitale, è espressione di dovere e per certi versi di una cristianità immobilizzata da un calvinismo della predestinazione, che nella trasposizione operistica francese è ben più espressa che in Goethe.
Roberto Covatta (Schmidt) e Maurizio Bove (Johann) si aggirano come necrofori intorno a Werther.
Vasco Maria Vagnoli e Sabrina Vitolo hanno efficacemente completato in , , Brühlmann e Kätchen. È tornato sul palco del Teatro di San Carlo dopo 20 anni l’allestimento di «Werther» firmato dalla regia di Willy Decker nell’impianto scenico di Wolfgang Gussmann, produzione Oper Frankfurt.
Non sono i due decenni, ottimamente portati dalla prima apparizione del progetto del regista tedesco a indurre a riflessioni, quanto i 120 anni tra il romanzo epistolare di Goethe e la partitura di Massenet, del 1893, su libretto francese di Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann, anni che hanno permesso di elaborare un’evoluzione in direzione romantica.
Decker marca proprio quello iato temporale e culturale collocando l’azione in una scenografia ultra-essenziale e geometrica, in cui a sbalzare, sotto le luci di Joachim Klein, sono più che le sagome dei personaggi, le loro psicologie tormentate e, nei protagonisti, inchiodate in una evoluzione sentimentale prigioniera di edipicità irrisolte. Tutto concorda con il colore simbolista screziato di espressionismo della morbida partitura di Massenet.
Decker coglie la diversa temperie armonica delle linee di canto di Werther e Charlotte e se ne serve per accentuare l’isolamento dei due innamorati irrisolti.
E Lorenzo Passerini dal podio? Lascia defluire la brezza di quella primavera di risveglio e, in economia di rischi, la scelta risulta vincente in salvaguardia.
Incerte le uscite solistiche strumentali e colori poco curati.
Kaufmann padroneggia il ruolo del titolo con una interpretazione sui generis che fa letteratura.
«Nella musica francese dell’Ottocento non è sempre classificabile la vocalità tenorile all’interno di uno stesso ruolo – racconta Jonas Kaufmann – è quello che accade per Don José in «Carmen» che ha momenti lirici, tratti spinti e drammatici e Werther non fa eccezione e questo colore vocale cangiante rende affascinante il ruolo per cantanti non meno che per il pubblico».
E il pubblico ha entusiasticamente applaudito il tenore suo beniamino e il mezzosoprano Caterina Piva nel ruolo di Charlotte, combattuta tra passione e dovere, rispetto di una promessa a una defunta madre anche scenicamente incombente e scompaginante scoperta di pulsioni.
Nel terzo atto con l’ «Air des Lettres» della vigilia di Natale e «Pourquoi me réveiller?» Charlotte e Werther rivelano la rispettive incapacità di vivere sentimenti adulti e Caterina Piva risulta convincente al pari del suo celebrato partner, il quale tuttavia non rinuncia alla ricerca dell’effetto lezioso, in cui è maestro.
Désirée Giove ha saputo essere una Sophie innamorata perdente, delusa, ma paradossalmente più sentimentalmente orientata verso una maturità che infligge ferite, non disperazione distruttiva. Efficace e musicale.
Lodovico Filippo Ravizza senza gloria né infamia ha tratteggiato il personaggio di Albert, un borghese che vorrebbe affidare la relazione con la consorte Charlotte al codice civile più che tentare, chissà con quante possibilità di successo, una qualche seduzione. «Non sono un mediocre, sono i librettisti che mi disegnano mercante».
Il Coro di Voci Bianche del Teatro di San Carlo, fin dall’inizio in scena in canti natalizi che vengono studiati dall’estate su ordine del borgomastro, è diretto da Stefania Rinaldi è sempre metafora di future certezze e ce n’è sempre bisogno.
Le Bailli, maturamente reso da Sergio Vitale, è espressione di dovere e per certi versi di una cristianità immobilizzata da un calvinismo della predestinazione, che nella trasposizione operistica francese è ben più espressa che in Goethe.
Roberto Covatta (Schmidt) e Maurizio Bove (Johann), validissimi, si aggirano come necrofori intorno a Werther. Vasco Maria Vagnoli e Sabrina Vitolo hanno efficacemente completato in Brühlmann e Kätchen.
Applausi per tutti, anche se il solo scroscio a scena aperta è andato, meritatamente, a Kaufmann per «Pourquoi me réveiller?»
«Werther»: Tragedia antiborghese d’immaturità sentimentale. Kaufmann al San Carlo
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