La regia intelligente di Decker esalta i valori di «Werther» al San Carlo

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La dimensione goethiana dell’interiorità e di una sottigliezza psicologica già moderna (basti pensare oltre al romanzo epistolare I dolori del giovane Werther, 1744, da cui è tratta l’opera di Massenet, a un capolavoro dello stesso Goethe, successivo di alcuni anni, sulla sottigliezza delle sfumature emotive e sulla cabala dei sentimenti quale Le affinità elettive,1809 ) è stata esaltata dalla intelligente ed acuta realizzazione registica di Willy Decker del Werther (1892) di Jules Massenet, ripresa da Stefan Heinrichs,  andata in scena al San Carlo di Napoli a partire dal 20 maggio scorso fino all’ultima replica del 26, cui abbiamo assistito, col secondo cast  con l’ ottimo Francesco Demuro. L’opera di Massnet che si distanzia di circa centocinquant’anni dalla fonte letteraria si colloca in un secondo romanticismo, in un’epoca in cui la borghesia ha ormai perso il suo slancio progressista e si è seduta su valori più reazionari e difensivi di una categoria che ha raggiunto in parte i suoi scopi affidando al sogno i suoi desideri migliori e gli aneliti di libertà di un tempo. In tale scarto significativo la regia di Decker ha colto il meglio della fonte letteraria e dell’opera musicale dell’autore francese coadiuvato dalle scene e costumi di Wolfgang Gussmann che vanno incontro all’idea essenziale, astratta dello spazio in cui si muovono i personaggi, spazio essenzialmente dell’anima e in cui protagonista diventa l’interiorità.
La scena inoltre propone un continuo scambio tra un esterno quasi planetario esaltato da un piano inclinato e da una luminosità che sa di infinito, proiezione essa stessa di aspirazione, desiderio, sogno incontenibile, e un interno dotato di pochi oggetti tra pareti domestiche che sono il limite, il contenimento, le regole umane in cui gli abiti di un grigio azzurrino sono monocolori per tutti i personaggi salvo dischiudersi quella parete scorrevole verso l’esterno perché la vita accada( fondamentale il gioco di luci di Joachim Klein). Non a caso l’unico personaggio che ha abiti colorati e diversi è proprio Werther, quello romantico per eccellenza.
Dello spettacolo resta affascinante proprio il limite goethiano tra misura e slancio, reso visibile e oggettivato fin dalla realizzazione scenica.
La riduzione librettistica di Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann ricontestualizzava il romanzo di Goethe, che partiva da una vaga esperienza autobiografica cui si aggiungevano suggestioni derivate da una storia realmente accaduta di un suicidio per amore  di un giovane segretario d’ambasciata innamorato di una donna sposata e di per sé frustrato ed umiliato da ambienti aristocratici, in un contesto sociale che risente ancora una volta di contrasti  che sono quelli, però, all’epoca di creazione dell’opera di Massnet, della Terza Repubblica, che portavano a nutrire critiche e rivolte verso una borghesia ormai perbenista volta ad imporre vuote formalità. Cosicché la Charlotte dell’opera è ancora più imprigionata della Lotte del romanzo, sinceramente aderente ai valori morali della borghesia a ridosso della Rivoluzione francese, nel perbenismo imperante che impone al personaggio, anche per acconsentire alla promessa fatta alla madre morta assolutamente incombente sulla scena con un onnipresente ritratto, il matrimonio per convenzione con il fidanzato promesso, Albert da lei non amato. Dal punto di vista della lettura musicale attraverso la direzione di Lorenzo Passerini è stato seguito con efficacia il flusso orchestrale continuo su cui si staglia lo stile di conversazione che grazie alle capacità, oltre che canore, attoriali degli interpreti esalta il puro teatro evocando come valore aggiunto una dimensione intrigante alla Čechov ricca di sfumature. Sono a tratti emersi i valori timbrici e cameristici della partitura, si pensi al clair de lune alla fine del primo atto, col violoncello in primo piano o il risalto del sassofono nel famoso “Lasse couler mes larmes” del terzo atto.
I cantanti hanno esposto con disinvoltura la preponderante declamazione melodica trapassando con naturalezza ai momenti di accensione ed espansione lirica tipica dello stile di quegli anni. Nei panni del protagonista Francesco Demuro ha incarnato  con voce potente, chiara e duttile la luminosità del personaggio più che i tratti sturmeriani, riuscendo sia a rendere la scioltezza del declamato in maniera sempre nitida e precisa che i momenti lirici, malinconici o passionali del canto, si pensi  all’aria sognante “Je ne sais si je veille” del primo atto o  al famoso “Pourqoi me réveiller” che fa parte dell’ampio duetto con Charlotte a conclusione del terzo atto, in cui dopo aver citato Ossian, le ha strappato un bacio. Eccellente al suo fianco Caterina Piva dalla voce timbricamente ricca e malleabile, nella progressiva crescita di maturità e consapevolezza del personaggio di Charlotte di cui ha sviscerato con intensità e sensibilità i conflitti interiori e la graduale perdita di padronanza in un progredire dell’opera verso situazioni visive sempre più claustrofobiche.
Suggestivamente nella crescita dell’ inquietudine, la profonda distanza dal marito Albert è simbolicamente rappresentata da un lunghissimo tavolo che li divide in maniera incolmabile nel terzo atto quando la lettura delle lettere di Werther la assorbe sempre più dopo aver ancora una volta rifiutato il suo amore.
È a questo punto che l’arrivo di Werther apporta di nuovo sollievo e disperazione. Molto filmica e toccante poi la ricerca affannosa di lei nello spazio aperto e siderale che la porta finalmente fuori del suo habitat chiuso che è ancora una volta quello interno alla sua psiche, verso di lui, una volta intuita la possibilità di un suo gesto disperato nel quarto atto. Tutto è reso sempre sul filo dell’astrazione e dell’essenzialità in una cifra quasi surreale. Nessun fronzolo o riferimento naturalistico fino al ritrovamento del corpo morente e della confessione d’amore consolatoria assente in Goethe. A contrappuntare la vicenda tutto il contorno dei personaggi, la Sophie convincente di Desirée Giove, che si è distinta per una vocalità esuberante e di spicco, l’Albert di Lodovico Filippo Ravizza calato nella configurazione monolitica e piccolo borghese del personaggio, il padre Bailli di Sergio Vitale, significativa presenza scenica e vocale.
A completare il cast i due clowneschi Scmidt e Johan di Roberto Covatta e Maurizio Bove che definiscono il tono medio dell’opéra lirique, Vasco Maria Vagnoli e Sabrina Vitolo, rispettivamente Brühlmann e Kätchen. Sempre curati e precisi gli interventi del coro di voci bianche diretto da Stefania Rinaldi, con funzione drammaturgica importante nel costituire lo sfondo di armonia domestica e familiare nella tradizione natalizia, su cui viene a sbalzare l’inattesa vicenda drammatica che la scompaginerà.
Applausi prolungati da parte di un pubblico interessato.
           

 Rosanna Di Giuseppe

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