Performance teatrale di “Femminile Plurale”, a cura di Marina Rippa

Accarezzo il piperno su un breve tratto di strada, la linea grigia è l’indice per provare ancora a leggere la città o forse le tante città sovrapposte, incantevoli e scellerate, amorevoli e crude, di Napoli.
L’Archivio di Stato sembra visibilmente a disagio, oppresso dalle troppe presenze che affollano l’androne.
C’è un pubblico, non è il pubblico delle grandi occasioni, scalpita e rumoreggia discreto, un’onda leggera e timorosa che si frange forse sul luogo sbagliato … un grigio immenso edificio di carta.
L’Archivio non parla, sussurra, difende con le unghie strategie per ricercare, trovare, imparare, tra corridoi di silenzi e stanze rettangolari colme di documenti, preziosi come collane di perle.
Il silenzio armato è dappertutto ma adesso appare indifeso dinanzi a questo gruppo riservato, eppure attento e vivo.
Marina Rippa e le sue donne di “Femminile Plurale” hanno deciso di rappresentare qui, dal 10 al 13 giugno, «Antenate», una decisione calibrata, la scena perfetta per un’opera teatrale diffusa, eccentrica, trasgressiva.
Non sono attrici, sono donne comuni che vivono nel “Ventre di Napoli”, hanno scelto il teatro per continuare a incontrarsi, costruire uno spazio di espressività condivisa, valorizzare il libero arbitrio in una idea diversa di comunità che ha soprattutto voglia di urlare “NOI ESISTIAMO !!!”.
Tre di loro, con grandi gonne bianche, ci precedono nel lungo vestibolo, tra musiche ritmate e una voce guida calda, seriosa e ironica.
Pause calcolate, le gonne fluttuano nella penombra, alla fine entriamo in un salone, ci sediamo su piccoli sgabelli neri, sistemati al centro.
Qualcuno ci ha spiegato che tutto avviene intorno a noi, possiamo ruotare liberamente sugli scanni ma è vietato spostarli.
Poi il rito laico parte, denso e saporito, le donne in cerchio, lentamente e a più riprese, sollevano gli oggetti/chiave, indispensabili per introdurre narrazioni di vite femminili esemplari, di madri, sorelle, zie, nonne, bisnonne …
Donne come antiche divinità ancestrali generatrici di vita, spesso sopravvissute a inspiegabili improvvise morti maschili.
Mogli, vedove, sorelle, figlie di uomini poco essenziali se non nell’atto d’amore.
Emerge a tratti il sapiente matriarcato della città popolare che relega il maschile in un limbo dorato di tenere certezze sull’animo femminile.
Ogni attrice racconta una storia di carne e sangue, rompe consolidati diaframmi di senso, smonta e schernisce verità di cui continuiamo a nutrirci, nonostante tutto.
Qualche esitazione, immediatamente ricucita dal gruppo, ci svela un teatro che è forma espressiva della comunità, patrimonio di ognuno, esperienza di vita che la regista ha riordinato, con mestiere, in un coerente sistema di segni, goccia concreta di spazio-tempo poco riproducibile perché così vera e tangibile.
Chi assiste diventa subito attore attivo, ingranaggio di un gioco, troppo caldo e coinvolgente per restare insensibili e al proprio posto, mentre il piccolo sgabello geme delle nostre tensioni.
Quando il cerchio delle attrici si spezza il pubblico è ormai “coro-corteo-processione”, insieme allora entriamo in un’ultima smisurata stanza dove le donne, in alto, protette da una balaustra, ci rivelano parentele e legami con le eroine che ci hanno narrato.
Le luci si spengono, intravediamo visi illuminati da lampade/libro, un applauso schietto sorprende i vecchi scaffali, usciamo …
Mimmo Russo