Il 12 Giugno si è alzato il sipario sulla nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna dedicata a Napoli milionaria di Nino Rota, su libretto firmato dallo stesso Eduardo De Filippo. Un titolo che porta con sé un peso doppio: da un lato la fama della commedia originale del 1945 e del film del 1950, dal quale Rota riprese spunti per la partitura operistica del 1977; dall’altro l’inevitabile confronto, per chiunque conosca il teatro di Eduardo, tra la parola scenica e quella cantata.
La regia è di Marcelo Lombardero, al suo debutto italiano, mentre la direzione è affidata a James Feddeck.
Il cast, quello principale, ha convinto su tutta la linea, ma due interpreti meritano una menzione particolare.
Carmen Giannattasio nel ruolo di Amalia e Paolo Bordogna in quello di Gennaro Jovine hanno dato corpo e voce ai due capisaldi drammaturgici dell’opera, restituendo quell’equilibrio tra ironia e tragedia che è la cifra stessa del lavoro di Rota ed Eduardo. Amalia e Gennaro sono i due poli attorno ai quali ruota tutta la vicenda della famiglia Jovine nella Napoli della guerra, e la prova dei due interpreti ha reso pienamente quella tensione.
Giannattasio ha affrontato con autorità la scrittura impervia del personaggio, culminata nell’aria lirico-drammatica del terzo atto, momento in cui Amalia getta la maschera e mostra tutto il peso della propria parabola morale: un passaggio che richiede squillo e sostegno nel registro centrale e grave, oltre ad acuti scoperti, e che la soprano ha governato con sicurezza.
Bordogna, dal suo canto, ha dato a Gennaro quella dignità dolente che è il contraltare necessario alla vitalità di Amalia, specie nei momenti in cui il personaggio si ritrova spettatore impotente del proprio mondo che cambia.
Da segnalare con favore anche Mariam Battistelli, qui nel ruolo di Maria Rosaria.
L’avevamo già apprezzata due anni fa, sempre al TCBO, nel Dido & Aeneas in dittico al Comunale, dove disegnava una Belinda convincente. La maturazione rispetto a quella prova è evidente: il personaggio di Maria Rosaria richiede uno spessore drammatico diverso, più scoperto, e Battistelli lo ha affrontato con sicurezza e pienezza vocale crescenti, specialmente nel grande duetto del secondo atto con il sergente americano Johnny, una delle pagine più articolate dell’intera partitura. Costruito per sezioni di carattere diverso, alternando slanci passionali e momenti di introspezione lirica, il duetto vede Maria Rosaria oscillare tra l’abbandono sentimentale e la disillusione, in un crescendo che Battistelli ha gestito con buon controllo dinamico, senza mai forzare.
Al suo fianco, Michele Patti ha tratteggiato un Johnny credibile, capace di restituire quella sorta di “blues” naturale del personaggio, lingua musicale diversa da quella della sua interlocutrice e che Rota usa proprio per segnare la distanza, prima ancora linguistica che musicale, tra i due innamorati.
Bene anche Marco Miglietta nel ruolo di Amedeo, figura che nell’economia dell’opera funge da cerniera tra i toni leggeri dell’inizio e la svolta drammatica del finale, e Matteo Falcier, un Errico “Settebellizze” disinvolto e ben caratterizzato, protagonista insieme ad Amalia di un duetto che nella partitura corrisponde al melodizzare enfatico di “Villanova”, la canzone in stile napoletano che chiude la grande scena del secondo atto in un’atmosfera quasi da musical. Un numero che ha funzionato perfettamente, complice anche l’intesa scenica tra i due interpreti.
Tra i comprimari, merita una citazione particolare Eleonora Filipponi (Assunta), che ha dato prova di un bel carattere scenico, ritagliandosi spazio anche in un ruolo apparentemente minore con presenza e mordente.
Bene anche Giulio Iermini (Peppe “‘o Cricco”), Luca Park (Riccardo Spasiano) e Benedetta Mazzetto (Adelaide Schiano), tutti funzionali a quella piccola “città teatrale” di personaggi che circonda e assedia la casa degli Jovine.
Sul fronte musicale, la partitura di Rota resta il vero terreno di confronto della serata.
Rota intreccia tradizione belcantistica, canzone napoletana, verismo, jazz e musical, un collage stilistico che convive su due anime distinte e spesso contrapposte: da un lato il linguaggio più classico, debitore della tradizione operistica italiana, dall’altro le iniezioni di jazz e blues legate alla presenza degli americani in scena, quasi un controcanto sonoro all’occupazione che la Napoli del dopoguerra ha vissuto sulla propria pelle. La direzione di Feddeck ha saputo restituire questa doppia anima senza appiattirla, lasciando che le due lingue musicali si parlassero e si contrapponessero con naturalezza, senza soluzioni di continuità forzate.
Una lettura centrata, che ha tenuto insieme i due mondi senza farne un mero collage di citazioni.
Resta naturale, semmai, qualche riflessione sul rapporto tra musica e parola: nei passaggi più distesi, dove la prosa di Eduardo procede per battute fulminee, la versione cantata apre respiri diversi, dilatando tempi che a teatro sarebbero fulminei. Più che un limite, è la cifra stessa di un’operazione che trasforma un linguaggio in un altro, e che qui Rota gestisce comunque con il suo proverbiale mestiere.
Ottima la prova del Coro, che ha retto egregiamente il peso delle scene d’assieme, dando corpo a quel “popolo” che nell’opera è tanto protagonista quanto i singoli personaggi: voci ben impastate, intonazione sicura anche nei momenti di maggiore concitazione scenica.
Qui si arriva al nodo critico della serata, ovvero la distanza tra la versione teatrale e quella operistica. Chi conosce a memoria le battute della commedia di Eduardo — i tempi comici, le pause, il dialetto vissuto come materia drammaturgica prima ancora che linguistica — non può non avvertire, nel passaggio al canto, una certa dilatazione dei tempi scenici.
L’opera, per sua natura, richiede respiri musicali che la prosa non concede, e alcuni momenti che nella commedia bruciano in pochi secondi qui si distendono, guadagnando in spessore musicale ma perdendo un po’ di quella scattante teatralità che è marchio di fabbrica di Eduardo.
Non è un demerito della produzione, quanto piuttosto la natura stessa dell’operazione: trasporre un capolavoro di parola in un linguaggio che vive di altri tempi.
Il punto in cui questa distanza si percepisce con più forza è proprio il finale. Chi ricorda la commedia ricorda anche la sua battuta più celebre, quel “ha da passà ‘a nuttata” con cui Gennaro chiude il sipario affidando alla speranza l’ultima parola: una frase che, raccontava lo stesso Eduardo, lasciò la platea in un silenzio carico di significato prima dell’applauso. Nel passaggio all’opera, quella formula scompare — già il film del 1950 l’aveva abbandonata — e cede il posto a una conclusione di segno opposto, segnata dalla morte di Amedeo e da un’amarezza più dichiarata, quasi un “questa è una guerra che non finisce” che ribalta la prospettiva consolatoria della commedia in un giudizio storico senza appello.
È la differenza tra un testo del dopoguerra, ancora capace di credere nella ripresa, e un libretto scritto trent’anni dopo, quando quella speranza era già stata storicamente verificata e in parte delusa: l’opera non chiude, semplicemente non lascia scampo.
Le scenografie, firmate da Diego Siliano, sono apparse belle ma dichiaratamente teatrali, quasi un omaggio diretto all’impianto visivo della commedia originale più che una rilettura in chiave operistica. Una scelta che funziona, pur lasciando intravedere il punto di partenza più che quello d’arrivo.
Un piccolo rimpianto, lo confessiamo, riguarda il cast B, che non abbiamo potuto seguire in questa occasione.
Sia Bruno Taddia, ma soprattutto Claudia Ceraulo, sono interpreti che ci avevano già conquistato in altre produzioni del TCBO: Taddia, applauditissimo nel ruolo de la Maga nel Dido & Aeneas del dittico andato in scena al Comunale nel 2024, aveva mostrato quella vena interpretativa brillante e teatralmente generosa che ben si sarebbe adattata ai toni grotteschi e popolari di Gennaro; Ceraulo, vista lo scorso dicembre nel Werther, ci aveva letteralmente stregato musicalità e presenza scenica, qualità che avremmo sicuramente ritrovato nei panni di Maria Rosaria.
In sala, tra il pubblico, era presente anche Giovanna Casolla, prima ad interpretare il ruolo di Amalia nel 1977 a Spoleto. Quest’oggi è in sala a guardare ma il ruolo è nelle ottime mani di Carmen Giannattasio.
Questa è una guerra che non finisce, così come il messaggio universale di Eduardo, a maggior ragione oggi. Sono tempi bui questi. Ha da passà ‘a nuttata.
Ciro Scannapieco
Foto Andrea Ranzi ©