L’apertura del Campania Teatro Festival 2026 ha scelto di affidarsi a un confronto tanto audace quanto fecondo: quello tra Samuel Beckett e Harold Pinter.
Due autori che, a una lettura superficiale, potrebbero apparire distanti per poetica e visione teatrale, ma che rivelano profonde consonanze nel loro interrogare il linguaggio, il potere e la fragilità della memoria.
Il cuore della serata è stato senza dubbio «L’ultimo nastro di Krapp», affidato all’intensa interpretazione di Renato Carpentieri.
Il capolavoro beckettiano si fonda su un dispositivo drammaturgico di straordinaria modernità: un uomo anziano riascolta le registrazioni della propria voce incise trent’anni prima, confrontandosi con le speranze, le illusioni e gli errori di una vita ormai consumata.
La messinscena mette in campo un vero e proprio dialogo a tre. Da una parte il Krapp del presente, logorato dal tempo; dall’altra il Krapp del passato, conservato nella memoria magnetica dei nastri; infine lo spettatore, inevitabilmente coinvolto in questo confronto tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati. È qui che emerge con forza la figura di Krapp come una sorta di “archivista del nulla”: un uomo che accumula ricordi e testimonianze senza riuscire a ricavarne una narrazione capace di dare senso all’esistenza.
La prova di Carpentieri restituisce con misura e profondità tutta la malinconia del personaggio. La sua interpretazione evita ogni enfasi e si concentra invece sulle sfumature di un’esistenza che si scopre irrimediabilmente distante dai propri desideri originari.
Il risultato è un Beckett umano e struggente, capace di parlare direttamente alle inquietudini contemporanee.
La regia di Roberto Andò amplia ulteriormente l’orizzonte della riflessione accostando a Beckett “Press Conference”, testo che introduce la dimensione politica del linguaggio. Se ne “L’ultimo nastro di Krapp” la parola rappresenta il tentativo fallito di conservare la memoria individuale, in “Press Conference” essa diventa strumento di costruzione del consenso, di controllo e di manipolazione.
Il passaggio da una dimensione privata a una pubblica produce un effetto di forte impatto concettuale. La crisi dell’identità personale si trasforma in una riflessione sulla responsabilità collettiva della parola. Ciò che in Beckett appare come il fallimento della memoria individuale, in Pinter si traduce nella possibilità che il linguaggio venga piegato a finalità di potere.
Franco Milone