In principio era la parola, la parola litania, che in sordina si insinua nella mente di tutti gli uomini/donne alla presenza di un potere asfittico.
Non ha importanza se è un potere umano o un potere divino, attraverso i riti collettivi e ancestrali, che fanno perdere la cognizione del presente e conducono l’essere vivente alla sua entità primordiale, il potere conserva sé stesso.
Il corifeo – Paolo Musio, in greco, per la durata dell’intero spettacolo Le Baccanti è la coscienza dell’uomo che non viene ascoltata, ma è presente e ricorda le azioni che potrebbero essere determinanti per uno svolgimento diverso della trama.
Lo stesso Dioniso, dopo che ha conquistato il potere si lascia avvolgere dalla tela della parola, quasi un ragno che si chiude a bozzolo nella propria rete.
L’immagine forte che il regista Theodoros Terzopoulos inizialmente offre al pubblico di Le Baccanti al Teatro Grande di Pompei (18-19-20 giugno 2026) è: sul gradino più alto, un pulpito palco (dietro ha luccicanti lustrini) dove il corifeo Paolo Musio parla ininterrottamente, ai suoi piedi un esanime Cadmo-Enzo Vetrano il cui potere è in “terapia intensiva” e al tempo stesso licenzioso, in proscenio due messaggeri le cui parole non si comprendono e dalla base del letto di Cadmo sorge la Corifea – Gemma Carbone, che vede la realtà ed è profetessa inascoltata.
Sempre sul palco -skene avvengono altri movimenti nel corso dello spettacolo.
Il regista Theodoros Terzopoulos nella sua messinscena ha sempre giocato su tre piani spaziali e linguistici, in alcuni casi contemporaneamente narrano la stessa azione scenica, il più delle volte racconti differenti. La traduzione italiana di Edoardo Sanguineti de Le baccanti si mescola a frasi in greco che evidenziano i temi e le azioni salienti della pièce teatrale.
La regia ha rilevato una sinergia da parte di tutti gli attori in una rappresentazione dove la forza della voce è parte integrante della fisicità del corpo. Corpo unico degli attori e attrici che sapientemente hanno coralmente rappresentato Le baccanti, eseguita in prima nazionale per lo spettacolo di apertura della IX Rassegna POMPEII THEATRUM MUNDI 2026.
L’ impegno ha condotto il pubblico nella narrazione di Euripide evidenziando le emozioni, le paure, le angosce dell’umanità, facendoci riconoscere in una comune tradizione ellenica.
Il regista Theodoros Terzopoulos nel suo allestimento pone l’accento sul potere: potere del divino che si fa uomo per punire coloro che lo hanno ferito e non lo riconoscono.
Non servono gli occhi non vedenti di Tiresia – Stefano Randisi per svelare il futuro, l’essere umano non ha la capacità di vedere. Cosa dovrebbe vedere l’uomo? Forse, l’umano e/o il divino che domina e impone la sua decisione alla vita degli abitanti/sudditi.
Anche la punizione, perché Dioniso- Roberto Latini si è fatto uomo per vendetta, è la punizione più grande che realizza: far uccidere ad Agave – Alvia Reale il proprio figlio. Inconsapevolmente, forse. Agave persa nell’ebbrezza dei riti orgiastici, ma al tempo stesso sacerdotessa del dio Dioniso, donna che detiene il potere e potrebbe salvare il destino del proprio figlio Penteo. Abbagliata dall’ebbra danza non lo può riconoscere e lo ammazza, sacrificandolo in un’orgia cannibalesca, spargendo le membra di Penteo ovunque. Lei, Agave era stata avvisata da Tiresia e non lo ha ascoltato, ha tentato di sedurlo, di ricevere i suoi favori, ma non credere alla verità che le prefigurava.
Triste immagine di Agave nella scena finale che dopo che il padre Cadmo le ha riconsegnato i resti mortali del figlio e ha tentato di farla rinsavire, cerca di restituire il respiro alla testa mozza di Penteo che custodisce tra le sue mani.
La colpa di Penteo – Marco Cacciola è quella di immaginarsi uomo rude, soldato, che con la forza bruta può ricondurre la città di Tebe alla ragione. Tutta la sua tracotanza, ingenua del giovane, si perde grazie alle false promesse dell’incantatore Dioniso fatto uomo. Penteo lascia che il suo travestimento sia da donna, lascia che Dioniso lo manipoli, lo lusinghi proponendogli travestimenti sempre più audaci. Penteo si inoltra nel luogo dove le baccanti sono riunite e lì, per mano di sua madre trova la morte atroce, tenta invano di farsi riconoscere da una madre anch’essa intrappolata nella trama tessuta da Dioniso.
Dioniso- Roberto Latini il manipolatore, è il dio che con tenacia e tempo infinito attua la sua vendetta. Onnipresente, conduce la trama e determina gli avvenienti. Il suo odio per la città di Tebe che ha ucciso sua madre, lui nato in quella terra per mano di Zeus, lui un dio non riconosciuto. Dioniso è lo straniero, ma non lo straniero che chiede asilo e conforto, è il rinnegato che realizza la sua vendetta. Un manipolatore che osserva il vecchio Cadmo e lo adula, lascia che Agave si abbandoni ai suoi riti, il capolavoro lo realizza con Penteo caduto nella sua trappola inconsapevolmente. Chi è ateo? chi è irriverente? chi è straniero?
Il Coro svolge la sua azione nell’orchestra sottolineando amplificando la realizzazione dello spettacolo: Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati.
Il loro respiro affannoso ed eccitato è il sottofondo ritmico all’intera pièce. I loro corpi eccitati e regolati da Dioniso, esprimono amore e morte al contempo. Invocano Zeus e chiedono di tornare a casa, nel caos di cui sono prigionieri chiedono la libertà.
Ad accompagnare la regia le musiche originali Panagiotis Velianitis.
Foto di Matilde Piazzi ©