Il prestigioso Trio Kanon a “Le corti dell’Arte” di Cava de’ Tirreni

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La trentaseiesima edizione de Le Corti dell’Arte, ormai storico festival di Musica da Camera di Cava de’ Tirreni organizzato dall’accademia Jacopo Napoli, quest’anno sotto la direzione artistica di Giuliano Cavaliere, è stata brillantemente inaugurata dall’autorevole formazione cameristica del Trio Kanon, il 4 agosto scorso presso la Chiesa del Purgatorio.
Nato nel 2012, l’ensemble costituito dalla violinista Lena Yokoama, il violoncellista Alessandro Copia e il pianista Diego Maccagnola, fa riferimento nel nome al “canone” musicale, non a caso, una forma che presuppone una relazione tra le voci, ma anche a due parole giapponesi Ka, “fiore” (“fiore”) e On (“musica”), indicando accostate il significato “musica fiorente”. E difatti, freschezza, slancio, profondità hanno caratterizzato l’esecuzione di questo splendido Trio che si è cimentato in un programma coinvolgente: il Trio n.2 in do maggiore op.87 di Brahms del 1882 e il Trio n.4 in mi minore op.90, “Dumky” di Dvořák (1891), composizioni riccamente articolate, di due musicisti amici, rappresentativi del pieno Ottocento con i suoi valori impregnati di romanticismo e di ricerca di radici folkloriche del patrimonio musicale, sintomatica in un’epoca di affermazione delle identità nazionali.
Nell’affrontare il trio di Brahms il complesso si è confrontato, come indicato dalle poche parole introduttive di Diego Maccagnola, con un’opera dallo spessore sinfonico, densa di colori e di lunghe melodie romantiche, rese allo stesso tempo con rigore ed abbandono. Della solida struttura in quattro movimenti gli artisti hanno posto in risalto nell’Allegro iniziale in forma sonata, il carattere composito di temi complessi, il primo vigoroso rispetto al secondo più dolce, di entrambi è sempre stata sviscerata la cantabilità nella complessità.
All’incipit deciso degli archi il pianoforte ha aggiunto il suo tocco affascinante muovendosi il pianista sulla tastiera agendo quasi direttamente sul suono come al di là del limite materiale dello strumento. Del primo movimento ha colpito la passionalità dell’interpretazione, la capacità di delineare con nettezza i contorni melodici di volta in volta in fusione o in dialogo tra gli strumentisti nella resa di un flusso omogeneo in cui ben si stagliavano le qualità di ciascuno esecutore, l’impronta di carattere della violinista dalla sonorità trainante, la profondità e precisione ritmica del violoncello pronto ad assecondare il risalto conferito ai diversi soggetti musicali con la discrezione o l’eloquenza richiesta nello svolgersi del movimento fino alla brillante conclusione, il pianismo ricco di sfumature dinamiche del terzo componente del gruppo. Il secondo movimento Andante con moto che riflette un’impronta popolare ungherese, è costituito da un tema con cinque variazioni. Tale movimento ha evidenziato, come in una narrazione, la potente sonorità del violino, gli interventi sentiti del violoncello, a volte simili ad un lamento salvo assumere a tratti quest’ultimo il ruolo di primo piano, ripreso poi maggiormente dal pianoforte nella seconda e quarta variazione e in generale la capacità dialogica tra gli esecutori. Sono i due archi nell’ultima variazione a ribadire con incisività il predominante senso malinconico e nostalgico del brano. Del terzo movimento, lo Scherzo, si è sottolineato, con sonorità piena e ricca di contrasti, il carattere lugubre e un po’ sinistro cui si oppone l’affettuoso episodio centrale in maggiore. L’esecuzione dell’ultimo movimento finale, Allegro giocoso nella forma del rondò-sonata, è stata connotata dalla rapidità, esaltata dallo scorrere veloce delle mani del pianista lungo l’intera tastiera, nonché dalla ricchezza motivica affidata alla forza eloquente degli interpreti che si confrontano con una varietà di atteggiamenti espressivi.
Il trio di Dvořák che reca il titolo di “Dumky”, rievocando una forma poetica sul tipo della ballata elegiaca, fuoriesce dalla classica suddivisione in quattro movimenti derivata dal classicismo per assumere una varietà di caratteri e anche di suggestioni poliedriche del paese di appartenenza del compositore che si avvicendano in sei movimenti differenziati. Il complesso strumentale ha dato il meglio di sé nel rendere tale varietà, dagli aspetti nostalgici e intimisti a quelli eroici o gioiosi e danzanti in cui si manifesta tutto un mondo intriso di folklore. Come in un unico racconto popolare si trascorre dal lento iniziale in cui emergono le voci del violino e violoncello con una melodia assorta sul disegno “acquatico” del pianoforte, ai contrasti ritmici e dinamici del secondo movimento (Poco Adagio-Vivace) che assume a tratti momenti sfrenati, per poi ritornare alla cantabilità presto tramutata dai rimi di danza nel terzo movimento Andante-Vivace e così via in un’estrema mobilità di tempi, andamenti, caratteri e sfumature timbriche nei successivi movimenti: il quarto Andante moderato, il quinto Allegro e il sesto Lento maestoso-Vivace che culmina in una fiumana sonora rimanendo sempre stagliata sul tutto la bellezza della vena melodica che contraddistingue l’ispirazione del grande musicista ceco, grazie alla bellezza di tocco di tutti e tre i musicisti, alla musicalità e alla profonda intesa di questo interessante ensemble.

Quale bis offerto ad un pubblico entusiasta, un brano accattivante dal tono sia nostalgico che ironico, “Alla maniera viennese” di Kreisler, marcia viennese che ricorda la Vienna imperiale, ha concluso gioiosamente un concerto di alto livello.

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