L’Histoire du Soldat con Moni Ovadia allo Sperimentale di Ancona

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«Uno sgabello, un tavolino, una brocca con del vino bianco, un bicchiere. Nient’altro. Quando nasce, il 28 settembre del 1918, al Théâtre Municipal di Losanna, l’Histoire du soldat di Igor Stravinskij non ha niente addosso.
È nuda, come quando viene al mondo un bambino. Niente scene (a parte un piccolo sipario dipinto con due fontane e una barchetta), niente costumi, solo quattro semplici “oggetti biografici”».
Così Guido Barbieri presenta “la madre di tutte le Histoires”, di cui ha curato la drammaturgia e l’adattamento del testo.
Prodotto da Marcheconcerti, dopo una prova aperta al pubblico il 21 novembre al Politeama di Tolentino, lo spettacolo è andato in scena, esattamente ad un secolo dalla prima, al Teatro Lauro Rossi di Macerata il 22 per i Concerti di Appassionata e il 23 al Teatro Sperimentale di Ancona per la stagione concertistica della Società Amici della Musica ‘Guido Michelli’.
Voce narrante Moni Ovadia, attore, regista, musicista e attivista politico, accompagnato nella parte strumentale dal Mach Ensemble, nato da una costola della Mach Orchestra, fondata la scorsa estate al Festival sull’Acqua di Colico e che riunisce alcune delle prime parti delle migliori orchestre italiane ed europee: Francesco Senese violino concertante, Daniele Carnio al contrabbasso, Anton Dressler al clarinetto, Diego Chenna al fagotto, Vincenzo Paratore al trombone, Marco Braito alla tromba e Antonio Caggiano alle percussioni.
«Quando la parola narrata e la musica si incontrano nell’opera di un gigante come Stravinskij, noi entriamo in un cammino di senso assoluto, perché la prima incontra la sua musicalità originaria», dichiara in un’intervista Moni Ovadia, che, in questa “Storia da leggere, recitare e danzare”, come si legge nel sottotitolo, fa il suo debutto nel triplice ruolo del Diavolo, del Soldato e del Narratore.
Accolto da un caloroso applauso fin dalla sua entrata in scena, Ovadia si muove nell’ambiente scenico come a suddividere le funzioni dei tre diversi personaggi, in uno spazio che è anche tempo, emozione, dubbio.
E voce. Soprattutto. Come quella che racconta le fiabe, mutando, modellandosi ad ogni personaggio, rivivendo il brivido e la passione con il solo artificio del cambio di tono e di intensità. O come quella dei cuntatori, i cantastorie della tradizione, che si guadagnavano da vivere raccontando in giro fatti di vita e di morte, di bene e di male, che, di bocca in bocca, diventavano leggende, fiabe.
Ed è questa la vera natura de L’Histoire, che protagonista e musicisti hanno portato magicamente alle origini.
Ispiratisi, infatti, ad una favola russa di Aleksandr Afanasiev, lo scrittore Charles Ferdinand Ramuz e Stravinskij, esule in Svizzera e senza soldi, concepiscono uno spettacolo povero, da baraccone: l’opera di un profugo sul tema dell’essere profughi.
La vicenda del Soldato che, tornato a casa in licenza, viene blandito dal Diavolo che gli sottrae il violino in cambio di un libro capace di realizzare ogni suo desiderio. In tre giorni tutti i suoi sogni si realizzano, ma al risveglio, tornato a casa, si rende conto che sono trascorsi tre anni e che sua moglie si è risposata. Allora, il Soldato riprende il cammino del profugo, giunge nel regno governato da un re la cui figlia malata sposerà chi sarà capace di guarirla. Con il suo violino, riconquistato con astuzia al Diavolo, seduce la principessa che, danzando un tango, un valzer e un ragtime, cade fra le sue braccia. Potrebbe essere un lieto fine. Ma torna il Diavolo che reclama il violino e l’anima del Soldato come stabilito dal patto.
Un’ora magica e intensa e, al calar del sipario, applausi e numerose chiamate per tutti i protagonisti.

Anna Cepollaro*

*per gentile concessione

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