La Mimì del popolo che ad esso mestamente torna: La Bohème di Saponaro

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Che non fosse una novità assoluta era noto ai più, che Francesco Saponaro amasse letture sociologiche dei testi che affronta, anche, che il direttore sul podio, Alessandro Palumbo, fosse un giovane in maturazione era facile intuire, ma che dai loggionisti piovessero verso il palco dei sonori “buu” alla volta del regista e dello scenografo Lino Fiorito, alla prima di cui diamo recensione,  in pochi avrebbero previsto.
Nella messa in scena del regista napoletano la Parigi di Murger, e poi del fantastico trio Illica-Giacosa-Puccini, trasfigura in una metropoli che unisce simboli e paesaggi di Napoli a quelli della capitale transalpina. Davvero Poco per scandalizzare, molto, invece, per riflettere, ma quest’ultima azione sembra essere andata in pensione anticipata, lei sì, lasciando il posto ad una neoassunta superficialità populista e greve.
Mimì è  vittima della sua condizione sociale e del morbo che la uccide e la riappropriazione delle spoglie mortali della fragile e bella fioraia, con una cerimonia struggente, vengono portate in spalla dal popolo di quella periferie da cui era partite, forse con speranze o forse spinta da disperazione.
Troppa Napoli nelle scene e nella narrazione? Qualche gilet giallo sotto l’abito della festa sfoggiato per la prima al San Carlo da una piccola, ma rumorosa, fazione del pubblico?
Di migliorabile è risultata la direzione di Alessandro Palumbo, schematico, spesso frettoloso e non sempre in sintonia con il palco, su cui Karen Gardeazabal  ha dato voce chiara e sussurrata nel grave ad una Mimì , cui la scena avrebbe chiesto maggiore intensità.
Chiamato improvvisamente a sostituire Giorgio Berrugi, ma in cartellone come secondo cast, il tenore Francesco Pio Galasso, in Rodolfo, ha fornito una prova non classificabile, stanti gli incidenti di emissione  e l’opacità timbrica di molti passaggi. Da riascoltare in migliori condizioni.
Ad Hasmik Torosyan è stata richiesta una napoletanità che non le è congeniale, ma il soprano ha consegnato al pubblico una Musetta convincente; dominatore della situazione è stato il baritono Simone Alberghini, sicuro in ogni frangente e sempre in sincrono con il gesto.
Buone risultanze anche da Enrico Maria Marabelli, nel ruolo di Schaunard  e conferme per il basso Giorgio Giuseppini, applaudito in  Colline.
Il cast si è completato con Matteo Ferrara (Benoît), Enrico Zara (Parpignol), Alessandro Lerro (Sergente dei Doganieri), Rosario Natale (Doganiere) e Antonio Mezzasalma (Venditore ambulante).
Il Coro del San Carlo diretto da Gea Garatti Ansini, ha fornito una prova solida e le il Coro di Voci Bianche preparato da Stefania Rinaldi, ha donato vivacità al secondo quadro.

Mariapaola Meo

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