
Da Corriere Del Mezzogiorno del 23.09.26
L’opera di Mozart trasferita negli anni ’70 Sala: eroe moderno
Approda per la prima volta al San Carlo «Mitridate, re di Ponto», il dramma composto da Wolfgang Amadeus Mozart a soli quattordici anni. Da giovedì alle 19 il gioiello giovanile del compositore salisburghese sarà affidato alla direzione di Riccardo Frizza e alla regia di Claus Guth, ripresa da Marcelo Buscaino. Nel cast Giovanni Sala vestirà i panni del re del Ponto, accanto a Sara Blanch (Aspasia), Mariangela Sicilia (Sifare), Franco Fagioli (Farnace), Giuliana Gianfaldoni (Ismene), Alasdair Kent e Agustín Pennino.
Per una produzione Teatro di San Carlo in coproduzione con Teatro Real Madrid, Oper Frankfurt e Grand Teatre del Liceu, le scene, «psichiche» sono di Christian Schmidt, i costumi di Ursula Kudrna, le luci di Olaf Winter; la coreografia è curata di Sommer Ulrickson, mentre Il direttore del Balletto è Renato Zanella.
«Accidenti, ho scoperto che sarò il primo interprete di Mitridate al Teatro di San Carlo e, in un certo modo, darò compimento a quello che era un sogno di Mozart quattordicenne quando arrivò a Napoli»: così Giovanni Sala, protagonista del titolo, che ha portato una vocalità tenorile più lirica nel repertorio mozartiano. Come è nato il rapporto con Mozart? «A pensarci è così, anche se non sono certamente l’unico tenore schiettamente lirico a confrontarsi con questo autore. La verità è che Mozart è arrivato nella mia vita quasi per caso. Provengo da una famiglia di musicisti, ma inizialmente avevo scelto un’altra strada e tentai l’ammissione alla Facoltà di Medicina. Non superai il test e nel frattempo partecipai a un concorso AsLiCo dedicato ai ruoli del Don Giovanni. Fui selezionato per Don Ottavio e da quel momento il mio percorso prese una direzione diversa».
Mitridate è considerato uno dei ruoli più complessi scritti dal giovane Mozart. «Assolutamente sì. È un personaggio dalle molte sfaccettature. Prima di tutto è un padre e credo sia una fortuna per me affrontarlo oggi, essendo già genitore. Poi possiede una dimensione quasi tragica, che richiama certi personaggi della mitologia greca. Si finge morto per mettere alla prova i figli e verificare quanto il desiderio di potere possa prevalere sui legami familiari. È una figura tormentata, piena di contraddizioni».
Colpisce che una simile profondità psicologica sia frutto di un compositore adolescente. «È uno degli aspetti più sorprendenti dell’opera. Se la musica lascia già intuire il genio che Mozart svilupperà negli anni successivi, ciò che impressiona davvero è la sua capacità di dare voce ai sentimenti e alle complessità dell’animo umano. In quelle pagine c’è già il Mozart maturo».
Anche il finale sembra andare in questa direzione. «Sì, perché restituisce tutta la complessità del protagonista. Mitridate non è un eroe monolitico. Ha fragilità, dubbi, ripensamenti. È un personaggio che conserva una straordinaria modernità e una ricchezza drammatica che in alcuni aspetti trovo persino superiore a quella di Tito, nell’ultima pera».
Parlare di «Mitridate» a Napoli significa inevitabilmente parlare anche del rapporto tra Mozart e la città. Quanto ha influito la Scuola Napoletana nella formazione del genio salisburghese? «Moltissimo. Nel Settecento tutta l’Europa guardava a Napoli, il maestro Muti lo ricorda spesso. Anche Haydn si formò alla scuola di Porpora. Quando Mozart arrivò qui nel 1770 ebbe l’opportunità di affinare e arricchire rapidamente il proprio linguaggio compositivo. I geni possiedono questa capacità di assorbire ogni stimolo e trasformarlo in qualcosa di nuovo».
Sta vivendo la città durante il periodo delle prove. Quali impressioni ne ha ricavato?
«Ogni giorno percorro la strada dal San Carlo a piazza Dante, dove alloggio. Cammino nelle arterie principali ma anche nelle viuzze laterali. E devo dire che tutti gli elogi ascoltati nel corso degli anni trovano una conferma concreta. Napoli possiede una capacità unica di evocare emozioni. Per questo sento una responsabilità particolare nel presentarmi davanti al pubblico di questa città».
C’è anche un po’ di apprensione? «Quella c’è sempre. Affrontare un ruolo come questo in un teatro come il San Carlo impone rispetto. Però mi viene in mente una frase del vostro Troisi “la vita va presa come viene, mica come va”. E io cercherò di fare in modo che venga bene».
Il regista Guth sposta l’azione dall’Anatolia del I secolo a.C. in una lussuosa villa degli anni Settanta. E trasforma il conflitto dinastico dell’opera in una lotta per il controllo di un impero economico e familiare. Mitridate assume i tratti di un patriarca autoritario, quasi un boss o un magnate, mentre i figli Farnace e Sifare diventano eredi rivali. E tra gli interpreti più attesi della produzione c’è anche Franco Fagioli, chiamato a dare voce a Farnace, il figlio ribelle e antagonista del protagonista. «Ho già interpretato Farnace a Madrid, ma qui il significato è diverso – spiega Fagioli. «Questa è la prima esecuzione dell’opera a Napoli e avviene in una città dalla quale, in larga misura, discende la tradizione musicale che ha influenzato tutta l’Europa».
Che rapporto ha con Napoli e con il San Carlo? «È la mia seconda presenza nel teatro, ma la prima in forma scenica. Sono entusiasta. Credo che la Scuola Napoletana meriti di essere eseguita, studiata e valorizzata molto più di quanto non accada oggi. Non è il campanilismo che, lo dico da argentino, che deve motivare i napoletani, è il dovere del riconoscimento di un patrimonio che appartiene al mondo intero».
L’opera, scritta al termine quasi dell’epoca dei castrati, oggi sembra suggerire riflessioni sul rapporto tra voce e identità di genere. «Certamente. Lo spettatore si trova davanti a donne che interpretano personaggi maschili e uomini che cantano in registri tradizionalmente associati alle voci femminili. Una non identificazione che il Romanticismo aveva progressivamente accantonata, il verismo biasimata, ma che oggi può essere letta come una ricchezza espressiva, oltre che teatrale».
Che cosa conserva del suo precedente incontro con il pubblico napoletano?
«Le emozioni del concerto dello scorso anno. Ricordo soprattutto la sensazione di respirare insieme all’orchestra e al direttore, come se tutti condividessimo lo stesso respiro, lo stesso spirito che di fa musica. È stata un’esperienza molto intensa».
Dario Ascoli
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