“Underwater” (2020): quando il flop fantascientifico non è poi così male

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Trivelle sì, trivelle no.
In tempi di battaglie ambientaliste, il quesito suona quanto mai attuale.
È notizia recente che Donald Trump, sconfitto dal rivale Biden, stia facendo il diavolo a quattro per autorizzare la trivellazione di un’ampia area naturale dell’Alaska, prima che il mandato presidenziale, in scadenza a gennaio, lo costringa a lasciare la Casa Bianca.
Ma si pensi anche al referendum abrogativo che, quattro anni fa, speravamo impedisse lo sfruttamento dei giacimenti marini posti entro dodici miglia nautiche dalla costa italiana: consultazione priva di effetti, non avendo raggiunto il quorum necessario.
A tal riguardo non sembra nutrire dubbi il film Underwater (2020), diretto da William Fubank, clamoroso flop al botteghino (costato tra i 50 e gli 80 milioni di dollari, ne ha incassati poco più di 40), demolito dalla critica straniera, snobbato dalla nostrana, ed eppure non così deludente come ci si potrebbe aspettare.
Lontano da ogni crociata retorica, e con un blando messaggio ecologista sottinteso, Underwater sconsiglia di scavare troppo, men che mai nella famigerata Fossa delle Marianne, depressione oceanica di smisurata grandezza: profonda oltre diecimila metri, la Fossa vanta appena cinque esplorazioni condotte fino ad oggi, non ultima quella compiuta da James Cameron nel 2012, quando, unico passeggero del veicolo Deepsea Challenger, il regista statunitense ha scandagliato il fondo abissale in totale solitudine. Non c’è da stupirsi, insomma, se Underwater prenda a modello proprio le opere di Cameron, specialmente Aliens (1986) e The Abyss (1989), nonché il film Sanctum (2011) al quale Cameron ha partecipato come produttore esecutivo.

Senza dilungarsi in preamboli o presentazioni, Underwater scaraventa lo spettatore a bordo di una piattaforma sottomarina, un dedalo di paratie, corridoi e sale pressurizzate, dalle sembianze in tutto simili a un’astronave, dove piombiamo appena un istante prima del disastro: per una serie di ragioni inspiegabili, l’impianto inizia di colpo a collassare, travolgendo gli ignari operai che vi prestano servizio. Ai pochi sopravvissuti non resta altra via se non quella più rischiosa, ossia raggiungere il fondale e, con indosso alcune tute da palombaro, come astronauti su un pianeta proibito, spostarsi a piedi verso una seconda struttura ancora integra.
Tra esplosioni a catena e minacce provenienti dall’oscurità, in una fuga precipitosa di boccaporto in boccaporto, la discesa si trasforma allora in una lotta contro due disumani avversari: non solo il tempo, giacché ogni istante avvicina al crollo dello stabilimento, ma anche una famelica orda strisciata fuori dal luogo di trivellazione. Per circa novanta minuti, la narrazione procede rapidamente fino all’ultimo atto, in un crescendo di orrore e di apocalisse che, per quanto prevedibile, non causa mai sbadigli. E questo sarebbe già un grande merito, se però non ci fosse il drammatico rovescio della medaglia: in nome della suspense, ogni spessore psicologico dei personaggi viene sacrificato.

Le figure umane – poiché chiamarle diversamente sarebbe sproporzionato, data la loro effettiva bidimensionalità – annaspano, corrono e nuotano senza particolari connotazioni e senza schiudere un valido spiraglio introspettivo. Abbozzatissimi, emergono i motivi del rimpianto, del martirio e della rivalsa femminile, ma per esigenze spettacolari la sceneggiatura rinuncia ad approfondirli subito dopo averli sfiorati. Così, tolto il fascino di Kristen Stewart (qui dai capelli corti e ossigenati, in un’inedita versione androgina che ricalca il ruolo inaugurato quarant’anni fa da Sigourney Weaver), e nonostante il sottile magnetismo di Vincent Cassel nei panni del capitano, diviene quasi impossibile provare simpatia – o, all’occorrenza, dispiacersi – per chiunque ci (s)compaia davanti. Un sacrificio che impoverisce la qualità dei dialoghi, svuotandoli di notevole forza incisiva, e che rappresenta perciò il difetto maggiore del film, pur senza mai affossarlo del tutto: vere e proprie cadute di stile non ci sono, ma il vuoto empatico pesa inevitabilmente sul giudizio finale.

Altro problema, di per sé meno grave, riguarda invece la caratterizzazione dei mostri subacquei, il cui stampo lovecraftiano pare sia stato accentuato durante la postproduzione, sintomo di un’estetica per lo più derivativa, rivolta all’omaggio e non alla novità; ma la fotografia notturna delle scene provvede comunque a bilanciare questa debolezza. Laddove la luce penetra faticosamente, il buio avvolge corpi e oggetti, scongiurando il rischio che le strane fisionomie brulicanti nel pozzo oceanico si mostrino troppo. A trarne vantaggio non è quindi il ribrezzo, bensì l’inquietudine che proviamo per l’inafferrabile senso di minaccia. L’insegnamento deriva dai capisaldi dell’horror fantascientifico – oltre ad Alien, con annessa progenie, si consideri il già citato The Abyss, il metafisico Sfera (1998) oppure il recente Cloverfield (2008) – i quali tutti insieme frugano nello spaventoso pantheon della letteratura mondiale: un inferno di creature innominabili, di enigmi e di energie dirompenti, su cui Lovecraft e Hodgson, ma anche Verne, Poe e Melville, vegliano come diabolici numi tutelari.
Di fatto, le due tipologie di orrore, quello cosmico e quello oceanico, hanno molto in comune. Entrambe, sulla scia del perturbante freudiano, contengono una sorta di ambivalenza: nascono infatti dalla paura di ciò che non conosciamo, ma che in qualche modo ci circonda e ci è familiare, a livello macroscopico, come l’universo, o nella vita quotidiana, come il mare. Avendo chiara questa convergenza, Underwater ne ricava una buona carica angosciosa, confermata da alcune scelte felici sul piano visivo (l’atmosfera soffocante degli ambienti chiusi, il design futuristico delle tute) e uditivo (l’eccellente montaggio sonoro). La celebre frase che accompagna il capolavoro di Ridley Scott, non a caso, sembra adattarsi perfettamente anche stavolta: nello spazio – così come sott’acqua, aggiungiamo noi – nessuno può sentirti urlare.

Emanuele Arciprete

UNDERWATER

Voto: 6+/10

Anno: 2020
Paese di produzione: Stati Uniti d’America
Regia: William Eubank
Sceneggiatura: Brian Duffield, Adam Cozad
Fotografia: Bojan Bazelli
Montaggio: Todd E. Miller, Brian Berdan, William Hoy
Musiche: Marco Beltrami, Brandon Roberts
Scenografie: Naaman Marshall
Costumi: Dorotka Sapinska

Interpreti: Kristen Stewart, Vincent Cassel, T.J. Miller, Jessica HenwickJohn Gallagher Jr.Mamoudou Athie
Genere: Fantascienza

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About Author

Nato nel 1990, napoletano di nascita, bolognese di adozione. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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