Spagna in musica e danza: il pianoforte di Axel Trolese si unisce al flamenco di Marta Roverato

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Nell’ oratorio San Filippo Neri a Bologna, il pianista Axel Trolese e la danzatrice Marta Roverato presentano un originale connubio di pianoforte e flamenco.
Detta così, è più che lecito il rimando alla corazzata Potemkin nell’accezione più villaggiana del paragone. In effetti, ogni qual volta due o più arti vengono azzeccate l’una di fianco all’altra, il timore di trovarsi difronte a qualcosa di forzato è più che lecito. Perché, pur essendo vero che il flamenco nasce con la musica, vederlo danzare durante un repertorio di piano solo appare inconsueto, se non ardito.
Fortunatamente non è questo il caso. Già dal primo brano proposto appare chiaro che il flamenco della Roverato non è un elemento di folklore avulso dal contesto o, peggio ancora, una stucchevole cornice coreografica, bensì strumento ritmico percussivo aggiunto. Tiriamo un sospiro di sollievo.
L’esperimento di fusione di linguaggi è in linea con lo spirito della rassegna. Il Festival delle musiche contemporanee, infatti, ogni anno prova a raccontare uno spicchio dell’ultimo secolo di musica attraverso un percorso narrativo e tematico. Il 2023 punta il sestante nel mar Mediterraneo. Questa prima tappa ha raccontato “la voce dell’anima” dei popoli gitani. Dopo essersi ritagliato uno spazio d’onore tra i pianisti più interessanti della nuova generazione con magistrali interpretazioni dei grandi capolavori del pianismo francese, Trolese ha inciso un’ottima esecuzione dei quattro libri di Iberia di Isaac Albéniz, accompagnato da canzoni di Mompou e brani di Manuel De Falla.
Il concerto proposto lo scorso 8 novembre fluisce proprio nel solco di questa esperienza discografica.
Trolese non sceglie un inizio facile, Danzas fantasticas Op 22 di Joaquin Turina ,infatti, è una vera ossessione di note su un tessuto armonico e melodico che definire denso sarebbe eufemistico. Originariamente composta per pianoforte, la partitura fu presentata al pubblico nel 1919 in una versione orchestrale che – a detta dell’autore – poteva meglio restituire tutti i colori della musica. In quest’orgia di note – proprio così è annotato dall’autore il terzo movimento – si sublima il virtuosismo pianistico dell’esecutore. Il suo pianoforte ha una voce cristallina con note dai contorni levigati che rendono possibile l’intellegibilità di ogni suono anche nei legati più veloci. Nelle cascate di note ogni emissione sonora esce con autonoma tridimensionalità. Il tocco è vigoroso ma mai violento o irruento. E’ un pianismo interiore e riflessivo, la cui introspezione non sembra mai soffrire di eccessiva umoralità, ed è un bene. Del flamenco di Marta Roverato abbiamo già detto e non possiamo che ribadire il giudizio più che positivo. Non era facile inserirlo così bene in una musica davvero tanto piena.
L’aspetto introspettivo dell’interpretazione viene sublimato nel breve componimento di Frederic MompouCanço y dansa N.6 – che rappresenta per noi una piacevole scoperta. Trolese dipinge una dolcissima linea melodica senza esasperarne i toni più melensi, anzi mettendo il guanto di velluto al suo tocco deciso.
Centro del programma sono certamente i più celebri componimenti di Isac Albéniz, ed in particolare il Libro 3, recentemente inciso.
I tre brani (El Albacin – El Polo – Lavapiés) sono tecnicamente impegnativi e scivolosi nel rischio interpretativo di far galleggiare solo gli elementi più superficiali della musica iberica. Trolese interpreta entrambe le insidie, se da un lato il virtuosismo sembra territorio comodo, dall’altro l’interpretazione non è mai oleografica.
Il concerto si chiude con l’osticissima Fantasia Bética di Manuel de Falla, brano complesso e non immediato che sembra accarezzare molto bene la sensibilità dell’interprete.
In definitiva, Axel Trolese è uno di quei pianisti della nuova generazione che ci da speranza, non solo per l’incredibile padronanza tecnica dello strumento, ma soprattutto per un approccio alla musica e all’arte rotondo ed appassionato.
Non ci si è dimenticati dell’interessante Time changes the memory of things composto e presentato alla platea dall’autore stesso, Maurizio Azzan. Qui il pianoforte si è trasfigurato in altro, con l’introduzione di magneti nella cordiera a snaturarne il suono. Laddove il pianoforte si perde, emerge un mondo sonoro etereo, stratificato, come un ciclo di continue reminiscenze che riaffiorano l’una dall’altra, mischiandosi e confondendosi. Non ce l’aspettavamo.
Non chiamatela spalla. MICO-Bologna Modern è una delle rassegne più interessanti nel panorama bolognese che completa il già prestigioso programma concertistico della Fondazione Musica Insieme.  Come si legge nelle note di accompagnamento “Il mare unisce ciò che la terra divide”, così come la musica. Unisce musica e danza, popoli e persone: se ne sente davvero il bisogno.

Ciro Scannapieco

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