Un Mozart giovanissimo in una lettura sorprendentemente attuale è stato proposto nella realizzazione di «Mitridate re di Ponto» al teatro San Carlo di Napoli, cui abbiamo assistito nella replica del 1ottobre scorso. L’opera su libretto di Vittorio Amedeo Cigna Santi (già utilizzato pochi anni prima dal musicista Quirino Gasparini a Torino) andata in scena al suo debutto al Teatro ducale di Milano il 26 dicembre 1770, qui presentata con successo per la prima volta dal teatro San Carlo di Napoli in coproduzione con Teatro Real Madrid, Oper Frankfurt, Gran Teatre del Liceu di Barcellona, attraverso la lungimirante regia di Claus Guth intrisa di cultura visiva e psicologica, ha conseguito una performance teatrale e musicale a tutto tondo di alto livello artistico.
Il lavoro mozartiano derivato dal “Mitridate” di Racine, che inaugura da parte del compositore quattroedicenne il suo rapporto con il genere dell’opera seria assimilandone il linguaggio attraverso i modelli in voga all’epoca (da J.C. Bach a Porpora, Hasse, Piccinni, Jommelli e altri) al tempo del suo viaggio in Italia, pur essendo ancora basato sul tipo di intrecci di stile metastasiano, vira in particolar modo, per quanto riguarda la musica verso un approfondimento dei sentimenti e delle emozioni, sorprendente per la giovane età dell’autore, ponendosi in molti casi, nell’essenza, al di là dei cliché stereotipati del genere. È questo dato che l’elegante regia di Guth ha potuto porre in risalto fornendo dell’antica vicenda una versione attualizzata.
La storia del re Mitridate in rivalità con i suoi due figli Farnace e Sifare per l’amore di Aspasia a lui promessa e di cui cerca di mettere alla prova la fedeltà con l’inganno, sullo sfondo delle vicende politiche e di guerra tra lo stato asiatico e i Romani, è trasferito in un interno borghese in un’epoca anni Sessanta del Novecento, trasformandosi in un dramma di tipo psicologico, con personaggi tuttavia contemporanei, dove Mitridate potrebbe essere semplicemente il prototipo di un potente uomo d’affari che non può però controllare i sentimenti delle persone che lo circondano, interferendo inoltre i suoi interessi con vicende politiche esterne. Tagli intelligenti snelliscono la monumentale opera originaria in quattro atti in una rappresentazione in due atti di poco più di tre ore, godibilissima e stimolante da più punti di vista.
Intanto la scenografia ruotante di Christian Schmidt aggiunge dinamismo alla rappresentazione fornendo allo sguardo: un elegante salotto illuminato, uno studio in legno, scale recanti a piani superiori, ma anche spazi simbolici per i momenti più cupi e castranti suggerendo prigioni dell’anima con strutture di ferro in vista, come una tortuosa scala a chiocciola, o ancora una parete semicircolare grigio chiaro bucherellata per gli affondi nell’inconscio e nel sottofondo della coscienza in una dimensione di astrazione. È su tale sfondo chiaro che si materializzano attraverso coreografie simboliche, le pulsioni, i desideri, i pensieri e i mostri più profondi dei personaggi che agiscono e soffrono sulla scena, seguendo in questa scissione di piani (realistico e astratto) al dire del regista, un riflesso della partitura stessa. Ballerini senza volto con costumi scuri che li trasformano in sagome nere evocanti figure analoghe di tanta arte contemporanea, oggettivano tali meandri della psiche contornando e avviluppando i personaggi nelle stilizzate coreografie di Sommer Ulrickson, utilizzando la regia i ritornelli strumentali, le battute orchestrali e l’indugio virtuosistico sul suono tipico dello stile vocale ancora tardo barocco delle lunghe arie col da capo, ma anche di varia struttura, che costituiscono tale lavoro, per collegare e suggerire gesti e visioni che diventano un tutt’uno con le valenze più astratte e metaforiche della musica mozartiana.
Ne viene fuori un simbolismo visivo e musicale di grande purezza che affascina e cattura a fondo lo spettatore. A ciò si aggiunge da parte del regista l’idea di raddoppiare e moltiplicare in tali momenti di introiezione di volta in volta questo o quel personaggio rinforzando il gioco del doppio del teatro accanto al doppio della psiche.
Dunque tantissimi gli spunti avvincenti della rappresentazione che si avvale anche dei bei costumi cromaticamente armonici di Ursula Kurdna e delle luci di Olaf Winter che contribuiscono all’eloquenza delle scelte registiche. Dal punto di vista vocale i recitativi spesso accompagnati e le arie dell’opera sono disimpegnate ad arte dagli interpreti che ne colgono, come sottolinea il regista nel programma di sala, tra un movimento e un altro, “gli enormi spazi mentali ed emotivi”.
Le voci acute dei protagonisti, com’era nell’uso sia per i personaggi maschili che femminili, sono affidate al soprano Sara Blanch dotata di carattere e di un fraseggio nitido, assolutamente perfetta vocalmente e nella mobilità emotiva nei panni di Aspasia, a Mariangela Sicilia, raffinato ed intenso soprano en travesti nelle vesti di Sifare, Franco Fagioli con voce di contralto per Farnace, toccante nei momenti drammatici conclusivi, Giuliana Gianfaldoni (soprano) precisa ed espressiva per Ismene, la fanciulla promessa in sposa a Farnace che intanto è invaghito di Aspasia riluttante.
Nel ruolo del titolo il bravissimo tenore Giovanni Sala capacissimo di mostrare il carisma e gli sbalzi umorali del protagonista perfino con qualche moderna sfumatura ironica giocata qua e là sulla forma della musica.
A completare il cast: Augustin Pennino con voce di soprano (Arbate), José Luis Mosquera (tenore) per l’onnipresente Maggiordomo.
I personaggi nel loro insieme rendono efficacemente i conflitti e i drammi familiari in cui sono coinvolti.
La direzione di Riccardo Frizza asseconda senza sbavature le voci e la dinamica dello spettacolo con un complesso orchestrale docile e attento al gesto direttoriale e alle reiterate sospensioni delle cadenze vocali che finiscono per rappresentare occasioni di riflessione metateatrale, qua e là emergendo la bravura degli strumenti solisti come il primo corno coinvolto a un dato punto sulla scena.
Il Tutti conclusivo in cui si scioglie la vicenda con la morte di Mitridate, il perdono concesso e la pace ritrovata, risuona come un inno di libertà non tanto riguardo agli ostacoli esterni ma rispetto ai propri fantasmi interiori.
Rosanna Di Giuseppe