Sfavillante teatralità di «La Cenerentola» di Rossini al San Carlo con la fantasia di Michieletto

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Una regia briosa ha contraddistinto «La Cenerentola» di Rossini andata in scena al Teatro San Carlo di Napoli dal 20 ottobre scorso con repliche successive (abbiamo assistito all’ultima replica del 27).
Il regista Damiano Michieletto ha esaltato il capolavoro rossiniano con una seria di trovate anche esilaranti tutte perfettamente inscritte nella musica e nella trama della vicenda, riassumendo in chiave moderna lo sguardo divertito del compositore pesarese.
Intanto la sua lettura teatrale coadiuvata dalle indovinate scene di Paolo Fantin che sdoppia in due piani i luoghi della vicenda ( un loft elegante, quale reggia, verrà a soppiantare in verticale, l’iniziale ambiente del primo atto in cui è presentatala famiglia di Don Magnifico), i costumi vivaci di Agostino Cavalca e le luci di Alessandro Carletti, ha messo a confronto la chiave realistica prediletta già da Rossini e Ferretti con una dimensione tra sogno e realtà, recuperando aspetti magici e fiabeschi attraverso una visione dall’alto alla Wenders secondo cui il mondo degli angeli si china ad interagire con i mortali indirizzandone il destino e le vicende di vita.
Fin dalla sinfonia d’apertura (che Rossini aveva ripreso da «La gazzetta»), proiezioni a sipario chiuso che mostrano il volo e la discesa di un angelo con valigia (quasi una Mary Poppins al maschile) tra nuvole in un cielo azzurro, ci immettono in una narrazione che proietta il reale nel fantastico, le splendide proiezioni video sono di Roland Horvat. La scena di tipo quotidiano si apre in un bar moderno in cui Cenerentola (la bravissima Aigul Akmetshina, mezzosoprano dalla voce calda e dal timbro profondo pur nella sua nitidezza) è occupata in faccende, mentre il brutale Don Magnifico (Giulio Mastrototaro, scenicamente disinvolto e calato nel personaggio), il patrigno, è alla cassa, mezzo addormento e gabbato dalle due civettuole e viziatissime figlie Clorinda e Tisbe, le odiose e spesso ridicole sorellastre rispettivamente affidate al soprano Laura Ulloa e il mezzosoprano Sayumi Keneko, entrambe spigliate in senso sia teatrale che vocale nella parte.
La musica di Rossini funziona perfettamente per la gestualità che si materializza sulla scena, l’angelo che approda non visto dagli altri personaggi non è altri che Alidoro (il basso Gianluca Margheri), il filosofo, maestro di Don Ramiro scelto dal regista quale demiurgo della vicenda, più volte moltiplicato in maniera surreale sulla scena in momenti di svolta dell’azione.
Egli individua nella casa di Don Magnifico (fin dall’esordio da lui incoronato con una testa di somaro) la ragazza dotata di bontà ed ingenuità adatta al principe Ramiro e ha così inizio la trama. Cenerentola presenta subito il suo carattere in quella incantevole arietta “Una volta c’era un re”, incunabolo della storia, che ritorna più volte nel corso dell’opera, in cui si manifestano già le qualità vocali dell’interprete e il genio di Rossini nel tradurre poeticamente in musica l’atmosfera e l’essenza della “favola” maggiormente a contrasto con la prescelta chiave realistica della rappresentazione. Il principe (l’ottimo Jack Swanson, dalla voce duttile e chiara) e il suo cameriere Dandini (il basso Florian Sempey) con ruoli scambiati giungono nel luogo per conoscere le ragazze. Fantastico l’ingresso brillante di Dandini che non vede l’ora di strafare nei panni del principe tampinato e perseguitato da uno stuolo di donne che in realtà sono i componenti del coro maschile orribilmente travestiti con panni femminili.
La direzione musicale, affidata a Speranza Scappucci conduce con musicale senso dell’insieme l’orchestra sancarliana e le voci nel fluido dipanarsi della musica assecondando il gioco scenico con ritmo avvincente e raggiungendo esiti sfavillanti nei tanti momenti concertati cui spesso si coniuga qualche felice trovata registica come per il famoso “nodo avviluppato” del finale del secondo atto in cui i personaggi, confusi in preda al totale sconcerto, calati nella famosa “follia organizzata” sono letteralmente avvolti e bloccati tutti insieme da uno nastro adesivo gigantesco, laddove la musica diventa scena metaforica sfociando quindi in un inarrestabile “scioglilingua”.
Un punto culminante è quello del temporale finale che si accompagna allo sconvolgimento degli animi laddove il riferimento all’originale della favola di Basile tenuto quale riferimento, in cui per magia la carrozza del principe alla ricerca della sua bella si rompe proprio in prossimità della sua abitazione, si tramuta nell’irrompere dell’automobile del principe che incidentalmente va ad inondare la scena penetrando miracolosamente nel bar di Don Magnifico e quindi nell’abitazione di Cenerentola per l’agnizione finale. Le trovate non si contano, molto bella nel primo atto quella dei dardi, oggetti scenici che colpiscono i cuori, fautore Alidoro, e che investono in gran quantità, grazie ad una suggestiva proiezione, il cuore di Angelina-Cenerentola, ormai preda dell’amore. Bravissimo il Coro maschile del teatro diretto da Fabrizio Cassi che interagisce disinvoltamente sia scenicamente che vocalmente nelle diverse situazioni, evidentemente rispondendo nella creazione di Rossini alla disponibilità del teatro mancante di coro femminile.
Era così che funzionava il teatro musicale secondo le famose “convenienze e incovenienze”, fatti assolutamente contingenti. Malgrado la preponderante cifra comica della presente messa in scena la musica riesce ugualmente a porre in risalto, in quest’opera stilisticamente composita, i dati commoventi del personaggio principale e il lirismo del delicato duetto d’amore con Ramiro.
È perfino nel grande rondò finale “Nacqui all’affanno” che l’interprete, l’affascinante Aigul Akhmetshina, mostra di riuscire a piegare il virtuosismo vocale all’espressività, accompagnandosi a tale momento regale conclusivo ancora una trovata arguta del regista, che, forniti di guanti di pulizia tutti i personaggi in scena al di fuori della coppia, li pone a strigliare il pavimento in un simpatico rovesciamento della condizione che richiama a riflettere sulla sorte altrui mentre lievi e poetiche bolle di sapone inondano la scena.
Applausi scroscianti vanno a premiare lo splendido spettacolo che riesce a dimostrare la perenne possibile vitalità metamorfica del teatro nel farsi specchio continuamente del pubblico di volta in volta contemporaneo.

Rosanna Di Giuseppe

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