Il Quartetto di Napoli: una grande lezione di musica da Martucci e Donizetti a Dvořák

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Il pomeriggio del 25 ottobre scorso, in una situazione intima e cordiale, assolutamente idonea al concetto stesso di musica da camera e anzi perfetta, si è svolto nell’accogliente salotto di Carlo Farina, instancabile e generoso fruitore e divulgatore dell’arte della musica, un concerto di eccezione tenuto dal Quartetto di Napoli (ex Quartetto Mitja), ormai storica e prestigiosa formazione cameristica formatasi nel 2008, costituita attualmente da Giorgiana Strazzullo (primo violino), Lorenza Maio (secondo violino), Carmine Caniani (viola), Veronica Fabbri Valenzuela (violoncello). Il programma ha compreso la Serenata op. 57 di Giuseppe Martucci nella trascrizione dello stesso autore per quartetto d’archi (era nata in origine come brano pianistico), il Quartetto d’archi n. 9 in re minore di Gaetano Donizetti e il Quartetto per archi n.12 in fa maggiore, op.96 “Americano” di Antonín Dvořák.
Dunque la prima parte è stata dedicata ad autori di ambientazione napoletana, come Martucci nato a Capua e Gaetano Donizetti bergamasco ma profondamente legato a Napoli dove ha trascorso svariati anni della sua vita anche come maestro di composizione presso il conservatorio napoletano.
La Serenata di Martucci, questo pioniere della valorizzazione della musica strumentale in Italia a cospetto dello straripante successo del melodramma ottocentesco, il cui manoscritto assieme ad altre sue trascrizioni autografe per quartetto è conservato proprio nella Biblioteca del Conservatorio San Pietro a Majella, è stato presentato per la prima volta in pubblico proprio dal quartetto di Napoli, particolarmente e meritevolmente dedito alla riscoperta di tale repertorio e di musica spesso dimenticata (è il caso anche dei 18 Quartetti di Donizetti di cui il complesso cameristico ha curato l’integrale discografica).
L’esecuzione del brano ha subito evidenziato la raffinata scelta di sonorità e la capacità espressiva dell’affiatato organico. A seguire, un incipit drammatico ha caratterizzato l’attacco del primo movimento Allegro del quartetto n. 9 in re minore di Donizetti, autore prevalentemente conosciuto per la sua produzione lirica e di cui invece il nostro complesso ha deciso, ormai da tempo, di risvegliare quelle opere strumentali che, come ha ironicamente sottolineatol a violinista Giorgiana Strazzullo, sono un po’ come la “Bella addormentata” in attesa di tornare a nuova vita.
Da qui è scaturito lo svolgersi di una musica ricca di dialogo e di contrasti dinamici ben evidenziati dagli interpreti perfettamente intonati, che hanno offerto con disinvoltura all’ascolto un linguaggio strumentale che spicca in qualche modo più che per complessità, per efficacia ed eloquenza comunicativa.
La tonalità del re minore, evidentemente prediletta dall’autore forse perché ha un che di teatrale, come si può notare anche in altri suoi lavori cameristici quali alcune composizioni per pianoforte a quattro mani, è stata ulteriormente esaltata dal secondo movimento Larghetto che assume un che di triste, intimo, riflessivo, reso con sonorità assorta e profonda dai musicisti, una musica che parla diritto al cuore in particolare nella cantabilità affidata in prevalenza ai sensibilissimi violino primo e violoncello. A contrasto il successivo minuetto è stato affrontato con piglio energico e ritmo vivace di danza mentre nel brillante movimento Allegro vivace conclusivo ciascuno strumento, nella circolazione serrata delle frasi musicali rimbalzanti tra gli esecutori, ha mostrato con decisione oltre al lavoro d’assieme, individuali capacità virtuosistiche. Di grande pregio si sono rivelati accanto a primo violino e violoncello gli strumenti centrali, secondo violino e viola, notevoli per chiarezza espressiva e musicalità durante l’intero svolgersi della composizione. Il tono scorrevole ed effervescente del movimento ha bilanciato  in maniera equilibrata il tono drammatico dell’esordio dimostrando la lezione classica che il compositore aveva ricevuto dal maestro Simone Mayr, accanto ad altre caratteristiche tipiche della tradizione italiana. Nella seconda parte il programma si è spostato in un altro contesto offrendo una esuberante esecuzione del quartetto “americano” dell’autore ceco. In questo caso la passione di Dvořák per il folclore della sua terra (famosissime le sue Danze slave) si è trasferito sul terreno americano inglobando nei quattro movimenti dell’op. 96 colori, ritmi e movenze melodiche della musica etnica americana (spesso basate sulla scala pentatonica). I quattro strumentisti hanno dimostrato tutta la loro armoniosa collaborazione nel seguire il fluire dei motivi e dei ritmi, assumendo la viola, insolitamente, nel primo movimento Allegro ma non troppo un ruolo di primo piano nell’esposizione del tema sulla base sonora vibrante creata dai due violini e dal violoncello. Dal secondo movimento Lento, è emerso tra l’altro il senso di spazialità di questa musica e l’intensità della melodia di ascendenza afro americana espressa in maniera struggente dal primo violino sul sostrato sonoro ed evocativo creato dal violoncello e dal secondo violino. I giochi ritmici dominati dalla sincope ci hanno poi catturato nella scattante e precisa  esecuzione del terzo movimento, una sorta di scherzo, per poi lasciare spazio al trascinante Finale, Vivace ma non troppo, dal tema principale che ritorna sempre in maniera giocosa concludendo in allegria un concerto ed una serata memorabili.
Ancora una manifestazione delle possibilità di profondità unica della musica cameristica, assolutamente esemplare nella quadratura della formazione strumentale del quartetto, è emersa dall’esecuzione emozionante della penetrante Cavatina dall’op.130 di Beethoven, offerta quale bis, che ha lasciato senza fiato, cui, per rompere il ghiaccio è seguito ancora un Medley di temi di canzoni napoletane cucite attorno al motivo centrale della Tarantella di Rossini. Applausi entusiastici hanno investito gli interpreti con cui si è creata  una magica e sincera connessione, nella consapevolezza di aver ricevuto un vero e proprio regalo.

Rosanna Di Giuseppe

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