Cambiamento incessante: La Fondazione Leone Magiera inaugura il Modena Belcanto Festival

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Il cambia

Carmela Remigio

mento era incessante non era soltanto il titolo di una serata: era il suo programma implicito, la sua ambizione, quasi il suo criterio di lettura.
Nel concerto inaugurale affidato alla Fondazione Leone Magiera, il Modena Belcanto Festival ha aperto il proprio percorso con un progetto che provava a fare qualcosa di meno scontato di una ben confezionata antologia händeliana: restituire al repertorio

una cornice di pensiero, un’idea, una tensione interpretativa. E già questo, oggi, non è poco.
La frase di Virginia Woolf da Orlando non funzionava come semplice citazione colta, ma come vera chiave d’accesso all’intero impianto del concerto.
Il mutamento, la metamorfosi, la fluidità dell’identità diventavano il principio attraverso cui rileggere un gruppo di figure femminili — Armida, Cleopatra, Alcina, Rodelinda — sottraendole, almeno nelle intenzioni, alla loro fissità di icone barocche per riportarle dentro un processo continuo di reinvenzione. La serata viveva dunque di una duplice traiettoria: da una parte Händel, con la sua inesauribile capacità di scolpire affetti e contrasti; dall’altra un’idea contemporanea dello sguardo, che cercava di interrogare quel repertorio più che semplicemente illustrarlo.
In questo senso, la componente forse più interessante del progetto era proprio quella visiva e curatoriale.
L’intervento scenico di Riccardo De Biasi non si limitava a ornare la forma-concerto, ma tentava di fornirle un campo semantico ulteriore.
Le figure femminili evocate dal programma trovavano una traduzione iconografica che guardava insieme all’archetipo e alla sua trasformazione, accostando la memoria letteraria a un immaginario più vicino alla moda, all’illustrazione, a un’idea di contemporaneità non aggressiva ma chiaramente leggibile.
Non era una scenografia nel senso tradizionale del termine; era, piuttosto, un dispositivo di accompagnamento concettuale, un modo per suggerire che quelle eroine non appartengono una volta per tutte alla loro epoca, ma continuano a chiedere nuove immagini per poter essere pensate.
Ed è qui che il nome di Eloisa Magiera assume un rilievo particolare.
Il progetto portava chiaramente il segno di una sensibilità formata nella curatela e nell’arte contemporanea, abituata a considerare l’immagine come luogo critico e non come semplice commento. Nella costruzione di Il cambiamento era incessante si avvertiva una volontà precisa: quella di far dialogare il repertorio operistico con strumenti che non provengono soltanto dalla tradizione musicale, ma anche dalla riflessione visiva e curatoriale.
È un passaggio importante, perché suggerisce una possibile identità della Fondazione Leone Magiera non come spazio di sola conservazione, ma come luogo in cui un’eredità possa continuare a produrre forme nuove.
In questo quadro, Eloisa Magiera appare non come presenza accessoria, ma come una delle menti che stanno cercando di definire una linea, un metodo, una direzione.
Naturalmente, perché un’idea arrivi fino in fondo, occorre che anche il piano musicale trovi una piena omogeneità di esiti. E qui la serata ha mostrato sfumature diverse, senza per questo perdere il suo interesse complessivo.
Carmela Remigio si è confermata artista di rango, capace di tenere insieme autorevolezza scenica, intelligenza musicale e senso della parola. Il suo contributo è stato quello della grande interprete, non nel senso enfatico del termine, ma in quello più concreto e raro: la capacità di trasformare la pagina in presenza, il brano in gesto teatrale. In Händel, dove tutto può facilmente ridursi a bella emissione e buona calligrafia, Remigio ha riportato al centro il peso dell’accento, la necessità della parola, la tenuta espressiva del personaggio. Alcuni momenti, soprattutto nel Giulio Cesare, hanno mostrato con particolare evidenza questa qualità.
Raffaele Pe, da parte sua, ha offerto una presenza più sfumata di quanto forse ci si potesse attendere, anche per via della mancata esecuzione di un’aria prevista in programma, circostanza che ha inevitabilmente modificato il profilo del suo intervento.
Resta però il pregio di una musicalità riconoscibile e di un fraseggio che, nei momenti di dialogo e nei duetti con Remigio, trovava accenti più naturali e un equilibrio più disteso. Più che una prova da misurare sul dettaglio episodico, è sembrata una serata in cui non tutto si è disposto con la stessa continuità; ma la qualità dell’artista e il suo rapporto con questo repertorio restano ben percepibili, anche laddove l’esito non sia apparso del tutto compatto.

Molto buona la prova dell’Orchestra Canova, che ha mostrato ancora una volta una duttilità stilistica notevole e una capacità di sostenere il discorso teatrale senza irrigidirsi in un barocco di maniera. Enrico Pagano ha diretto con misura, evitando sia il peso sia l’ansia dell’effetto, e ha saputo dare vitalità anche ai momenti orchestrali, trattandoli non come semplici raccordi ma come parte viva dell’arco drammaturgico della serata. La sua Händel non cercava l’originalità a tutti i costi, ma una chiarezza di intenzione, un respiro, una continuità.

Alla fine, Il cambiamento era incessante ha lasciato soprattutto la sensazione di un progetto vivo. Non perfetto in ogni suo punto, ma pensato, argomentato, costruito con una sua fisionomia riconoscibile. Ed è forse questo l’aspetto più promettente: la sensazione che dietro il concerto non vi fosse soltanto l’intenzione di presentare un bel programma, ma il desiderio di aprire una linea di lavoro. Una linea in cui l’opera possa dialogare con l’immagine, con la curatela, con una riflessione contemporanea sul repertorio senza perdere la propria sostanza musicale.

Se c’è dunque qualcosa che rimane, oltre ai risultati della singola serata, è proprio il profilo di questa direzione: l’idea che il patrimonio lirico possa essere riattraversato con intelligenza, misura e immaginazione. E in questo percorso la presenza di Eloisa Magiera, per visione e impostazione, sembra destinata a contare sempre di più.

Ciro Scannapieco

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