«Less is more», predicava Mies van der Rohe. Ma anche no. Al Di Meola deve aver letto la frase al contrario, e deve averla trovata parecchio convincente. Tutto, in lui, è troppo. Ed è per questo che ci piace.
Mercoledì sera il Bologna Jazz Festival ha portato al Teatro Celebrazioni il suo Acoustic Trio, con Peo Alfonsi alla seconda chitarra e Sergio Martinez tra batteria e cajón. Formazione essenziale, sulla carta. Sulla carta, appunto: al trio si è aggiunto anche Goran Bojčevski al clarinetto e all’ottavino. Anche l’organico, insomma, è più di quanto annunciato.
L’accusa lo accompagna da cinquant’anni: suona troppe note. È vero, e non ha alcuna intenzione di smettere. Ogni nota viene colpita dal plettro, una per una, con una precisione che rasenta l’ostinazione. Il suono che ne esce è nitido, percussivo, capace di passare dal sussurro al fortissimo nel giro di una battuta.
E siccome un’acustica, da sola, evidentemente non basta, per gli effetti e i suoni distorti Di Meola si affida ancora ad un datato Roland VG-88, il modellatore Roland dei primi anni Duemila. Altri cambiano rig a ogni tour; lui tiene il suo come si tiene la vecchia caffettiera di casa. Perché il caffè, lì dentro, viene meglio.
La scaletta ha attinto a Twentyfour, l’ultimo lavoro in studio, con pagine come Fandango e Ava’s Dance, alternate alle riletture dei Beatles. Bellissima anche l’interpretazione di Vizzini e Azura.
Il contributo di Bojčevski è il contrappeso più interessante della serata: dove Di Meola martella, lui lega, e regala fluidità ad alcune melodie. Succede soprattutto in Infinite Desire, brano del 1998 che Di Meola incise anche in una versione cantata da Pino Daniele.
Qui il clarinetto sembra quasi restituire alla melodia la voce che le mancava.
Il dialogo con Alfonsi c’è, ed è di altissimo livello: unisoni vertiginosi, sguardi rapidi, complicità da vecchi compagni di bottega. Ma il baricentro della serata non si sposta mai di un millimetro.
Il gruppo è un gruppo; il protagonista è uno.
A ricordarcelo, nel caso fosse sfuggito, ci pensano le retroproiezioni.
Un filmato per brano, collage eterogeneo quanto basta: paesaggi e città della sua vita, da New York a Venezia, foto di famiglia, incontri con musicisti e personalità . Un album di famiglia in cui il capofamiglia trova sempre posto al centro della foto. Il protagonista era già sul palco, e le immagini si sono limitate a ricordarcelo. Spesso.
Perfino il soprannome non conosce mezze misure: Di Meola si presenta come The Guitarchitect. Non chitarrista: architetto della chitarra. Oh mamma mia! E qui torniamo a Mies van der Rohe: architetto anche lui, ma di scuola decisamente opposta.
Su Instagram,poi, si appella come «Composer, Guitarist & Master Chef». Nella sua casa del New Jersey organizza serate private: cena cucinata da lui, ricette imparate dalla madre italiana, e poi concerto nello studio, tra le chitarre. Non un musicista che cucina: un musicista che ti invita a cena e poi ti suona il dessert…e anche il conto. Non per tutti.
E allora, troppo? Sì. Ma il punto è un altro: funziona. E funziona perché dietro ogni eccesso non c’è una biografia che lo regge ma un’idea compositiva forte e tanto studio.
Non sono solo trentaduesimi che si srotolano sull’armonia su un metronomo impazzito. Nella sua musica si trovano arpeggi che disegnano l’accordo, cromatismi di passaggio che conducono da un grado all’altro, scale frigie e minori armoniche prese in prestito dal flamenco e innestate su progressioni di matrice jazzistica. Le chitarre non si limitano ad alternarsi: le melodie si intrecciano per moto contrario, si inseguono, si annodano sugli accordi e si sciolgono soltanto sulla cadenza, come in un contrappunto. Sotto, gli accenti sincopati spostano di continuo il baricentro della battuta, tra la clava latina e il tango di Piazzolla. Ne esce una sorta di barocco latino che incontra il jazz: densissimo, certo, ma costruito con la logica di un architetto. Troppe note, sì. Ma nessuna a caso.
Poi, se lo può permettere. Nato a Jersey City nel 1954 da una famiglia con radici a Cerreto Sannita, nel Beneventano, Di Meola ha diciannove anni quando Chick Corea lo chiama nei Return to Forever al posto di Bill Connors. Seguono Elegant Gypsy (1977), disco d’oro, e soprattutto Friday Night in San Francisco, il trio con John McLaughlin e Paco de Lucía che ha portato la chitarra acustica in territori fino ad allora impensabili. Poi Piazzolla, i World Sinfonia, i Beatles, le collaborazioni con Paul Simon, Pavarotti, Pino Daniele, Zappa. E un brutto spavento per la salute nel 2023, superato tornando sul palco con un’energia da far invidia ai colleghi più giovani.
Con una storia così, l’autocelebrazione smette di essere vanità e diventa, in fondo, cronaca. Chi la storia l’ha scritta può anche permettersi di proiettarla alle proprie spalle. Il troppo, in Di Meola, non è un eccesso: è la sua misura.
Anche quest’anno il Bologna Jazz Festival si conferma una delle rassegne più interessanti del panorama jazz. In scena dal 13 ottobre all’8 novembre con circa settanta concerti tra Bologna, Ferrara e Forlì, ha costruito il cartellone attorno a quattro serate di punta. Dopo Fabrizio Bosso e Di Meola restano:
- 3 novembre, Teatro Duse – Kurt Elling con gli Yellowjackets, in un programma dedicato ai Weather Report.
- 6 novembre – il pianista Emmet Cohen con il suo quintetto.
More is more, dunque. E per una volta, bisogna ammetterlo, ha ragione lui.
Ciro Scannapieco