|
Oltrecultura: Recensioni Prosa
|
|
Autore: Fulvio Tudisco
|
|
mercoledì 28 luglio 2010 09:50 |
|

Nonostante la crisi e sebbene la mancanza di fondi spinga sempre di più a considerare la cultura un bene “sacrificabile”, anche per quest’anno, grazie alla collaborazione della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei, si svolge a Napoli la rassegna Teatri di Pietra 2010 – Pausilypon.
E così sabato 24 giugno, il teatro della grande villa fatta erigere nel I sec a.C. dal cavaliere romano Publio Vedio Pollione sul promontorio di Trentaremi alla Gaiola ritorna a vivere con una delle opere più rappresentate nell’antichità: l’ Anfitrione di Plauto. Probabilmente nella ricca tradizione latina, fatta eccezione forse per Virgilio o Orazio, nessun altro autore è stato capace di influenzare così profondamente la letteratura europea. Un’influenza operata con un qualcosa di vivo e insito nella natura umana qual è il teatro comico.
Dopo i secoli bui del medioevo, Tito Maccio Plauto ritornò alla luce nel pieno del Rinascimento. E fu un ritorno clamoroso che diede un impulso fondamentale alla nascita del teatro moderno. In breve tempo divenne un vero e proprio esempio, tradotto, studiato, imitato ed emulato da autori quali Machiavelli, Giannotti, Lasca. Probabilmente senza la sua riscoperta non ci sarebbe mai stato il primo teatro comico italiano che, è bene ricordarlo, è anche il primo teatro europeo. Ma l’influenza della commedia plautina non fu circoscritta ai confini della penisola. Anche fuori dall’Italia molti ne imitarono stili e temi.
Autori come Shakespeare (con la Commedia degli errori), Molière (Amphitryon e Avare) Beaumarchais (Le mariage de Figaro), Kleist (Amphitryon), e Lemercier (Plaute ou la Comedie latine) attinsero a piene mani dai lavori del comico latino riproponendo le stessi tematiche, la stessa comicità e soprattutto le stesse maschere.
Confrontarsi con un autore tanto influente e rappresentato è sempre un’operazione molto ardua per attori e registi.
I pericoli sono molti.
A voler riproporre tematiche e situazioni in maniera pedissequa si rischia di scadere nel già visto, al contrario un’ossessiva ricerca della modernizzazione delle tematiche porta spesso ad ibridi talmente tanto cervellotici da risultare francamente inguardabili. Molto difficile è riuscire in una via di mezzo: fare qualcosa di originale senza stravolgere il testo.
|
|
Leggi tutto...
|
|
Oltrecultura: Recensioni Prosa
|
|
Autore: Ilaria Della Croce
|
|
lunedì 26 luglio 2010 19:09 |
|
È il Castello di Sarteano, in provincia di Siena, a fare da cornice a Il Canto di Amore e Morte dell'Alfiere Cristoph Rilke di Rainer Maria Rilke riportato in scena il 23 luglio 2010 da una magistrale esibizione di Gabriela Corini.
L’attrice e danzatrice romana, forte dei successi del passato, ha compreso come il dramma del giovane Cristoph Rilke fosse indissolubilmente legato agli scenari lunari dell’antico edificio.
Una viva forza carica di impeto regala a tutta l’esecuzione una forte emotività che disegna scenari trasparenti e ricchi di pathos.
La Corini è una sorta di osservatrice che, nella propria solitudine, sembra non riuscire a contenere le emozioni che spingono il suo corpo in movimenti repentini ed irrequieti.
“Cavalcare, cavalcare, cavalcare, attraverso il giorno, attraverso la notte, attraverso il giorno” queste le nostalgiche parole che accarezzano il cammino dell’alfiere diciottenne Cristoph Rilke.
È il 1663 ed egli si sta dirigendo in Ungheria in occasione della campagna di Raimondo Montecuccoli contro i turchi.
Un viaggio, o forse un esilio dalla propria terra e dai suoi affetti, fatto di fango ed erba. I pensieri lo sospingono oltre lo scenario reale e gli riportano alla mente sensazioni fragili e dalla delicata leggerezza.
In fondo egli anela solo al ritorno.
In fondo ogni centimetro percorso è un passo in più verso un baratro privo di indicazioni e dall’oscuro significato.
Il profumo delicato di un petalo di rosa, donato da un soldato francese al giovane, rievoca nell’alfiere dolci ricordi: lo conserverà sul petto, proprio sotto l’armatura. Il fiore lo proteggerà, era un pegno d’amore e averne anche soltanto un lembo con sé gli regalerà un po’ delle sue magiche proprietà.
Si fanno lucidi gli occhi dell’osservatrice dalla lunga veste scura: un presagio di morte si abbatte sul suo viso e i movimenti si fanno più lenti e cupi.
|
|
Leggi tutto...
|
|
|
Oltrecultura: Recensioni Danza
|
|
Autore: Tonia Barone
|
|
lunedì 26 luglio 2010 15:58 |
|

Sul Belvedere di Villa Rufolo, per il RavelloFestival 2010, in scena sette danzatori ed una performer che hanno indagato il tema della Follia - leitmotiv del Festival - con lo spettacolo Follia Barocca (echi e follie) presentato dal Balletto Teatro di Torino il 25 luglio 2010, con le coreografie di Matteo Levaggi su musica originale di Lamberto Curtoni.
La Follia è affrontata dal coreografo, sulle note dell’antica seicentesca danza spagnola de la Folia, inclusa nel baile come dichiara lo storico Gino Tani “… il popolo iberico ne fa spesso la più intima e istintiva manifestazione di vita. (…) Il suo elemento-base è la spontaneità, quasi la sanguigna vitalità e carnalità di ciò che si danza.”
La Folia è una danza derivante da un’antica danza carnevalesca, ritenuta della fertilità, che viene eseguita a coppia o solistica, accompagnata dalle castagnette, dallo jaleo, dalla chitarra e dal canto della coplas, dove domina la gioia folle che fa perdere la ragione.
Il coreografo Matteo Levaggi nella stesura della coreografia sviluppa appieno il tema originario:soli e duo accompagnati da momenti corali, movimenti ampi sia delle gambe che della schiena eseguiti dai danzatori, braccia e mani in primo piano, battiti e colpi inframmezzati alle pause dei movimenti, un legame gioioso continuo che travasa da un movimento all’altro, in un continuo quasi senza pause.
Si è assistito ad una rivisitazione del baile Folia con il fraseggio contemporaneo, dove l’energia prodotta dal gesto eseguito da una porzione del corpo fa scaturire il movimento danzato sino al suo esaurirsi, in un continuo rimando.
Il dialogo incessante dei corpi continua a distanza: la proposta di un danzatore al centro della scena bianca, abbagliante, raggiunge gli altri corpi in apparente attesa/immobilità, pronti al dialogo, a raccogliere la provocazione, ad assimilare l’energia per produrre nuovi movimenti.
Un movimento parte dal braccio, un altro da una gamba, ancora da cadute e salite, il primo dal corpo che si contrae nella posa fetale per raggiungere la massima estensione/espansione dinamica nello spazio.
Matteo Levaggi riferendosi al titolo scelto per la coreografia afferma ”La sensazione che mi dà il titolo sembra riferirsi a quella che la donna seduta all’inizio del balletto mostra di avere, muovendosi come se qualcosa dentro di sé stesse accadendo.”
La musica che fuoriesce dal violoncello di Lamberto Curtoni , il quale suona dal vivo, dialogando con una base registrata, è un sottofondo, una traccia labile per i danzatori, con la sua quasi completa monotonia che diviene suono costante nella memoria degli spettatori.
La figura errante e agonizzante della donna, interpretata dalla performer Samantha Stella, ha cercato con i suoi gesti semplici e quotidiani, con le sue angosce, con i suoi pensieri al limite del baratro, dall’iniziale salire su una sedia che si fa ciglio di un precipizio, al tentativo di trovare legami, impedimenti, forse alibi, per sfuggire o per abbandonarsi a pensieri angoscianti che pure la tentano.
|
|
Leggi tutto...
|
|
Oltrecultura: Recensioni Musica -
Sinfonica
|
|
Autore: Rosanna Di Giuseppe
|
|
lunedì 26 luglio 2010 12:35 |
|

Un tempo dispettoso ha impedito all’Orchestra Filarmonica di Belgrado, ospite a Ravello sabato 24 luglio 2010, sul Belvedere di Villa Rufolo, di suonare la Sinfonia n.4 in Fa minore di Caikovskij prevista per la seconda parte del concerto.
Un’improvvisa pioggia ne ha costretto infatti l’interruzione soprattutto per tema di danneggiare gli strumenti.
All’interno del RavelloFestival 2010 incentrato sul tema della Follia, il concerto di sabato ha visto quali protagonisti questa ottima orchestra che, tornata sui palcoscenici internazionali dopo la guerra degli anni Novanta, ha scritturato tra i suoi componenti anche giovani musicisti provenienti da altri paesi europei, il grande violinista Uto Ughi e, alla guida dell’orchestra, il canadese Michel Brousseau.
Splendida atmosfera ha creato il complesso orchestrale con un suono raccolto, intimo che ha caratterizzato l’esordio del Preludio al terzo atto de I Maestri cantori di Norimberga con quel leitmotiv della Follia stagliato in primo piano.
Al Preludio sono stati abbinati altri due brevi brani strumentali dell’Atto III: la Danza degli Apprendisti e L’entrata dei Maestri Cantori , eseguiti con la giusta vivacità e solennità.
Lo spunto per il collegamento al tema della Follia per i successivi brani proposti, il Concerto per violino in Re magg. op.35 di Caikovskij e appunto la IV Sinfonia in re minore, è l’affermazione del musicista nella lettera scritta alla signora von Meck nel periodo di composizione del Concerto per violino (1876), quando in seguito al fallimento del suo matrimonio così le scriveva: “Ho attraversato momenti di follia durante i quali la mia mente era piena di un tale odio verso la mia sfortunata moglie che ho desiderato strangolarla”. Uto Ughi in forma smagliante ha affrontato con grande disinvoltura e slancio il tema del Primo movimento affidato al suono caldo del suo Guarneri del Gesù del 1744, alternando virtuosismo a eloquenza espressiva nel dialogo con l’orchestra, che di volta in volta riafferma il tema o aggiunge elementi nuovi in un’intensificazione struggente del discorso sonoro.
Quindi l’intimismo malinconico della melodia russa del Secondo movimento in un perfetto equilibrio tra strumento solista e orchestra, che Brousseau ha condotto con cura e attenzione ai dettagli, bello l’a solo del flauto traverso, raggiungendo sonorità stratificate che si perdono nell’etere, prima dell’estrema ultima intensa cantabilità.
|
|
Leggi tutto...
|
|