Ediz. n.100 - 07/03/2010

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A Roma, il Musical suona Rock Stampa E-mail
Oltrecultura: Eventi Musica - Rock, Pop, Leggera
Autore: Emilia Maurizi   
martedì 09 marzo 2010 17:39

Due eventi da ricordare, nello spazio di un mese: la prima mondiale di Rock Revolution e il tribute We will rock you. Ma quanto sta diventando “rock” (a teatro) la capitale?
Esiste una leggenda secondo la quale da qualche parte sul Pianeta Mall gli strumenti musicali esistono ancora. In qualche posto la magnifica chitarra-ascia del grande Dio capelluto della Chitarra giace sepolta nella roccia. E’ stata posta lì nell’età d’oro a sfida del tempo e per ispirare i ragazzi delle generazioni future. Ai Bohemian serve un eroe per trovarla. Un matto ribelle con un cuore di puro Rock, che estrarrà la chitarra dalla pietra e suonerà gli antichi inni. E’ arrivata fino a questi giorni la maratona-tribute sul palcoscenico del Teatro Brancaccio (continuerà poi a Trieste ma, con diversi cast spopola in tutto il mondo), dedicata a Freddie Mercury e tutto il suo gruppo, i Queen, che – nell’arco di 30 anni e nonostante la prematura scomparsa del leader – hanno inventato, evoluto e scolpito pagine memorabili di storia musicale. Non solo per il successo di vendita discografica, ma soprattutto dal punto di vista squisitamente musicale compositivo e della straordinaria comunicatività nei leggendari live.
Pensato in principio - da Ben Elton con la supervisione dei componenti del gruppo Brian May e Roger Taylor - come show autobiografico, We will rock you, non aveva riscosso il successo sperato, così è maturata l’idea di proiettarsi nel futuro costruendo un lavoro sulle “colonne” del passato. Il musical è ambientato in un futuro orwelliano, dove tutto è omologato e controllato dalla Globalsoft Corporation: un mondo sicuro e facile a meno che non ci si senta ribelli. Gli strumenti musicali sono stati aboliti e la musica rock è sconosciuta. I Ragazzi e Ragazze Ga Ga (di plastica e alquanto fulminati, nei loro stereotipi) ascoltano solamente la computer music sono contrapposti alle “pecore nere” Galileo Figaro (un sognatore con strane parole nella testa: reincarnazione di Freddie Mercury), Scaramouche (la fiamma di Galileo che si scopre chitarrista, reincarnazione di Brian May) e a tutta la folla dei Bohemians che, nascosti al resto del mondo e spronati dal centauro bibliotecario Pop, attendono l’avverarsi della profezia che faccia ritrovare, mostrato da una stella, il mondo del living rock perchè finalmente si torni a suonare e a vivere, pensando con la propria testa.
Tutti giovani e bravi gli attori cantanti del cast italiano, che hanno avuto anche la “benedizione” di May: Galileo (alternativamente), Gianluca Merolli e Salvo Vinci; Scaramouche, Marta Rossi e Martina Ciabatti; leopardata, spietata e con una grande voce la Killer Queen Valentina Ferrari; il perfido, poi capro espiatorio nella sconfitta della Killer, Khashoggi, Salvo Bruno e Carlo Spanò; il samurai con la capigliatura rasta, Brit, Paolo Barillari, lo strano bibliotecario Pop, Massimiliano Colonna; Oz, Mary Dima e Loredana Fadda. Tutti i nomi dei protagonisti sono tratti dalle canzoni dei Queen, ovviamente, ma abbiamo trovato anche molto divertenti le italianizzazioni dei nomi dei Bohemian: cantanti italiani, come Raffaella Carrà, Toto Cutugno, Riccardo Cocciante, Vasco Rossi e Zucchero.
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L’Istituto Italiano di Cultura Lussemburgo festeggia le donne Stampa E-mail
Oltrecultura: Eventi Culturali
Autore: Tonia Barone   
lunedì 08 marzo 2010 12:41

L’Istituto Italiano di Cultura del Lussemburgo, in occasione della Festa della Donna 2010, organizza I fili di Penelope, spettacolo interpretato da Tiziana Scrocca.
Una rilettura della Penelope omerica, vista come ragazza del popolo ma al tempo stesso pervasa della sapienza antica della quotidianità, del doversi adattare al vivere quotidiano, una donna filosofa che si adatta alle circostanze della vita.
Il lavoro si concentra soprattutto sulla incomunicabilità creatasi al ritorno di Ulisse tra i due sposi: la distanza creata da aver vissuto eventi differenti.
Un testo che diventa una rappresentazione poetica di impegno civile, condizione dell’anima che resiste alla violenza, alla negazione dei diritti e alla perdita di legami con la propria umanità.
Infatti Penelope invita Ulisse a narrare degli orrori della guerra, a divenire testimone di avvenimenti infausti “Tu, Ulisse, tu hai visto l’orrore che è la guerra! Io ho visto con quanta facilità gli uomini scelgono la guerra, senza più vederlo, l’orrore!”.
Lo spettacolo in scena l’8 marzo 2010 alle ore 19.00 presso la Salle ArcA in 17 rue Atert, L-8051 Bertrange è in collaborazione con lAssociazione Marchigiani Lussemburgo asbl.
L’Istituto Italiano di Cultura Lussemburgo organizza anche una mostra monografica dedicata all’artista italiana Sonia Sion. La mostra sarà visibile dall' 8 marzo – 2 aprile 2010 presso la Biblioteca Istituto Italiano di Cultura (15, rue St Ulric - Grund)
I lavori di Sonia Sion si coniugano consapevolmente con i temi della tessitura, richiamano l’archetipo della donna tessitrice e custode della casa e l’universo femminile tradizionale, ma consegnano anche tracce pregnanti del suo personale mondo interiore.
L’autrice è nata in Italia nel 1975, e vive e lavora in Lussemburgo, ed è stata selezionata e inserita nel circuito GAI (Giovani Artisti Italiani), lavora infatti nell’ambito della pittura e della grafica.
La mostra si intitola Per filo e per Segno che richiama i lavori di Sonia Sion che sui fondali neri si staglia un delicato e minuto sistema grafico tracciato con penna roller gel argentata, e appare quella che sembra una trama tessile.
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I "divini arabeschi" di Chopin, la "poesia dell'infanzia" di Ravel, il "colorismo" di Stravinskij Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica - Sinfonica
Autore: Dadadago   
sabato 06 marzo 2010 16:15

Mercoledì 3 e giovedì 4 marzo 2010 la stagione concertistica del S. Carlo ha proposto un programma che partendo dal Concerto n. 1 in mi minore di Fryderyk Chopin eseguito dal celebre solista Pietro De Maria, proseguiva nella seconda parte con la versione orchestrale di Ma Mere l'oye di Maurice Ravel e la suite dal balletto L'oiseau de feu di Igor Stravinskij.
Alla conduzione della compagine strumentale Donato Renzetti, Maestro tra i più acclamati in Italia (e non solo), dalla lunga carriera gratificata da importanti riconoscimenti, in cui alterna l'attività sinfonica a quella lirica e discografica.
Tali premesse che lasciavano presagire una serata di buona musica e per la scelta del repertorio e per la bravura degli interpreti non sono state deluse.
Come sempre quando si tratta di Chopin il pianoforte è il vero protagonista, mentre all'orchestra va il compito di discreti accompagnamenti.
A rimarcare il carattere stilistico della composizione del musicista polacco, in tre classici movimenti datata 1830, carica di quella "lontananza" romantica (teorizzata da Novalis) che impregna in specie la Romance. Larghetto, nel segno di un virtuosismo sfavillante, traboccante di fervore melodico, è dunque chiamato Pietro De Maria, non a torto definito da Lorenzo Arruga "pianista poeta".
La tecnica indiscussa, il bel suono dal tocco sempre misurato, pronto a cogliere le diverse sfumature espressive che attingono all'interiorità, forse una particolare affinità con il linguaggio chopiniano ne fanno attualmente uno dei suoi più sensibili interpreti.
Nell'imponente Allegro maestoso, dall' atmosfera dapprima eroica, successivamente pacata ed elegiaca introdotta dalle voci dell'orchestra, l'ingresso del solista richiama elementi tipici della scrittura del genio, in una fusione di idee in cui l'elemento virtuosistico, incalzante ed infiammato non si discosta mai dall'ispirazione melodica, lirica e ornata.
Piena libertà allo strumento nell'episodio sognante del movimento centrale, che "non deve essere forte, è piuttosto romantico, calmo, malinconico. Deve dare l'impressione di uno sguardo dolce verso il luogo che rievoca cari ricordi, perciò l'accompagno con la sordina dei violini" come ebbe a dire lo stesso Chopin.

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Ma le donne no. Lilly Ledbetter, le veline e le altre Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Libri
Autore: Marisa Paladino   
sabato 06 marzo 2010 16:41

Correva l'anno 1959, esce Le italiane si confessano di Gabriella Parca e nella prefazione Cesare Zavattini scrive "L'Italia è ancora un grande harem".
Il libro suscitò grande scalpore in un paese attraversato da processi di modernizzazione. Era l'affresco di un universo femminile ricostruito attraverso le migliaia di lettere giunte da ogni parte d'Italia alla redazione di due settimanali dell'epoca, una sorta di impasse tra i modelli più spregiudicati di donne che venivano fuori dalle riviste, dal cinema e dalla televisione ed i modelli familiari e relazionali, ancora improntati ad una cultura patriarcale dove le autorità di padri, mariti, fratelli erano predominanti, senza possibilità di trasgressione, pena la riprovazione dentro e fuori la famiglia.
Cinquantanni appena, oggi tutto questo ha il sapore di archeologia sociale. L'Italia è profondamente cambiata. L'accelerazione è data dal movimento femminista dove sessualità e corpo femminile diventano temi politici, ma anche dalle leggi che affermano i diritti delle donne in tema di maternità, famiglia, rapporti tra i sessi e parità nel lavoro. L'uguaglianza sembrava cosa fatta, ma ciò non è vero se le più recenti spinte della UE e dei suoi organismi di pari opportunità sollecitano ancora politiche contro la discriminazione e gli ostacoli professionali che penalizzano le donne, la loro presenza nelle carriere direttive e nelle posizioni di vertice, come nella rappresentanza politica.
Per l'Italia tutto questo è ancora più reale. Corre l'anno 2010 ed una giornalista, che per oltre dieci anni ha raccolto ritagli di articoli che riguardano le donne, accortasi a dispetto di ogni propaganda o falsa convinzione che il panorama italiano è in arretramento, decide quasi ad esorcizzare il disagio di riorganizzare il materiale, raccontando queste esperienze e mettendo a confronto storie di donne, straniere e italiane, con l'intento di fare il punto della situazione.
Ma le donne no , Ed. Feltrinelli (2010, pp. 201, E. 14,00) è il libro in questione, scritto dalla giornalista Caterina Soffici, fino al 2008 responsabile delle pagine culturali del "Giornale", oggi free-lance scrive per "il Riformista" e "Vanity Fair" e collabora con Rai Due e Radio3.
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Ciao, pesciolino Stampa E-mail
Autore: Ilaria Della Croce   
giovedì 04 marzo 2010 22:23


È la voce  di Barbara Villa ad accogliere il pubblico del Teatro Accento di Roma. “Ciao, Pesciolino”, in scena dal 18 febbraio al 14 marzo 2010 e per la regia di Stefano Mondini, dà grande attenzione alle musiche, alcune composte da Angelo Talocci, altre scelte e scritte da Linda Di Francesca.
La Villa, nel suo abito verde da clown, sembra non esser vista dalle protagoniste della storia: Sara (Costanza Cruillas), Maria (Fabiana De Angelis), Giuliana (Marta Altinier) e Linda (Sabrina Duranti). Quattro donne apparentemente senza nulla in comune ma tutte legate dalla dolorosa perdita paterna. In ciascuna di esse tale evento sembra aver scavato dei solchi invalicabili tra il vivere e l’apatia.
Sara, perpetuamente in ritardo, quel giorno è felice di essere la prima ad arrivare alla seduta di gruppo del dottor Trapanesi. Posando la borsa in prima fila sul tavolo sembra assaporare un piacere infantile che subito si spegne richiamato dal suo buio interiore. Proprio come Maria, casalinga dalla vita apparentemente perfetta, e Giuliana, regista teatrale aggressiva e in crisi creativa. Saranno le urla di rabbia di Linda verso la nuova vita della madre a convogliare l’attenzione delle donne verso la condivisa condizione di instabilità. L’abbraccio di gruppo, rimedio ad ogni momento di tristezza collettiva, viene interrotto da una telefonata dello psicologo: oggi la seduta sarà tenuta dal dottor Brown (Andrea Quartana).
L’apparire di un giovane uomo sembra gettare nel gruppo un senso di stupore e dolorosa meraviglia: ciascuna donna vede in lui il proprio genitore scomparso in un’atmosfera che percorre un lungo filo tra il surreale e una sottile suggestione.
Ciao farfallina” una frase che sembra imprimersi come fuoco in Linda. Così ciascuna delle altre pazienti si sentirà appellare come solo il proprio padre sapeva fare.
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