(in progress) A ragion veduta, quasi sempre, con un orgoglio campanilista tardivo immotivato, tal altra volta, accusiamo i nostri cugini transalpini di sottrazione di capolavori d'arte patria, di talenti italici di bellezze muliebri, siano esse ormai detronizzate o immortalate nel misterioso fascino dal genio leonardesco. Il popolo italiano, notoriamente, è generoso e facile dimentico degli oltraggi che subisce; così nel 1886 sarà l'editore Sonzogno che fornirà la partitura al Teatro alla Scala di un'opera francese fino a quel 20 marzo, dimenticata, pur essendo stata partorita da quello che era, ed è, ritenuto il più grande compositore per il teatro nato in terra di Francia: stiamo parlando di Les Pecheurs de Perles di Georges Bizet, tradotta e cantata in italiano come I pescatori di perle. Il libretto, originariamente pensato per un opéra-comique, fu approntato da Eugène Cormon e Michel Carré. L'eco del successo scaligero della partitura giovanile di Bizet, eseguita a Parigi per la prima volta nel 1863 quando l'autore non aveva ancora 25 anni, rimbalzò nella capitale francese che ospitava l'esposizione universale del 1893, ben trent'anni dopo il debutto, quindi, quando, ritrovato l'idioma originale, l'opera riscosse quel successo negatole all'esordio. Successo, viceversa, meritato e al debutto, per la produzione in scena al Teatro Municipale G.Verdi di Salerno, dal 16 al 20 maggio 2012, per la regia, levigatissima, di Riccardo Canessa, la direzione musicale densa e tornita di Daniel Oren e un cast di livello "ante crisi", con Desirée Rancatore, Celso Albelo, Luca Grassi e Alastair Miles, e mi verrebbe di appore un punto esclamativo! Suggestive, esotiche, ma ben lontane dallo scadere nel cartoonistico, le scene di Flavio Arbetti; pittorici come a mostrare un oriente che rimanda al classicismo mediterraneo per occhio dell'autore e reinvenzione dello spettatore, i bei costumi di Patrizia Balzerano; bene integrati i video di Jean-Baptiste Warluzel mentre più autonome, diremmo, sono apparse le coreografie di Pina Testa. Il Coro del Teatro dell'Opera di Salerno è stato diretto da Luigi Petrozziello. Della recensione in dettaglio della recita del 16 maggio 2012, ci occuperemo di seguito.
E' utile inquadrare la temperie storica in cui venne alla luce Les pecheurs de perles; gioverà a facilitare la comprensione di alcune scelte stilistiche, di ambientazione e anche i motivi del temporaneo oblio e del successivo trionfo. Lo sviluppo del capitalismo in occidente e la fase imperialista che esso visse negli ultimi venti anni del 1800 è fenomeno da cui non si può prescindere per comprendere l'evoluzione di forme e linguaggi musicali preesistenti e il nascere e l'affermarsi di nuovi, che si condivida o meno l'approccio materialistico all'analisi dei processi storico-culturali. Lo sviluppo dell'industria pesante, principalmente metallurgica e di grandi manufatti, aveva condotto alla concentrazione in poche mani di grandi ricchezze, stante la necessità imprescindibile di affidare la produzione a opifici di grandissime dimensioni in cui operassero moltissimi prestatori d'opera. Sul versante politico gli stati nazionali erano impegnati in guerre coloniali e in rivendicazioni di confini. Questi due fenomeni avevano come espressione, diremmo come metafora nelle forme musicali, nelle colossali opere sinfoniche impieganti ciclopici organici, e nella nascita delle scuole nazionali, attingenti a linguaggi, stili e ritmi di vera o verosimile provenienza tradizionale. Europa e Stati Uniti d'America si contendono il ruolo di potenza egemone; la prima, catapultandosi di lì a poco nel primo conflitto mondiale, lacerata da rivalità e inimicizie interne, soccomberà nello scenario planetario e ancora oggi, nel terzo millennio, le conseguenze dello schieramento sullo scacchiere di fine '800 continuano a percepirsi. L' oriente asiatico diviene in parte oggetto di colonizzazione e in parte sede di nuove potenze imperialiste, quale si avviava a divenire il Giappone. La necessità di impiegare grandi energie e macchinari sempre più complessi e automatizzati insinuò nel pensiero collettivo l'esaltazione del progresso scientifico, la mitizzazione della tecnica e del razionalismo, bene inteso, applicato o alla produzione o al controllo sociale, giammai all'analisi dei fenomeni di nuova schiavitù. Le Esposizioni Universali sono le vetrine e le affermazioni di potenza del sistema imperialista e la parola d'ordine è “ottimismo” e supremazia della volontà dell'uomo il quale può disporre del pianeta a proprio piacimento, può sfidare la gravità nel volo, creare realtà artificiali con proiezioni di luce e persino, superando i prodigi di Mosè, separare l'Africa dall'Asia tagliando istmi di terra. Sono proprio i tre decenni che intercorrono tra la prima esecuzione e la ripresa, prima italiana e poi francese, di Les pecheurs de perles, ad affermare lo scenario culturale in cui l'esotismo, il sentimento decadentista, il languore e un sottile colonialismo linguistico-musicale, tra l'altro in una terra possedimento di una nazione storicamente rivale sui mari come l'Inghilterra, trovassero amplificazione, esaltazione e sintonia di spirito con l'animo degli spettatori di fine '800. Si è talora usato, rischiando di insinuare sospetti di inconsapevole ispirazione del lucchese, di stile pre-pucciniano: in effetti è difficile non percepire atmosfere musicali che trasportino l'immaginario sonoro verso Madama Butterfly, ma è quell'oriente immaginario dell'artista occidentale ad ispirare entrambi i compositori ed è inevitabile che stereotipi di pentatonie, di quinte vuote e di modalismi, vadano a costituire una tavolozza armonica comune.
L'elemento narrativo topico è costituito dal valore dell'amicizia virile, solida fino al sacrificio estremo, che però non è la morte nella versione originaria, e la lotta tra voto di castità e passione dei sensi nell'unico personaggio femminile, mentre una figura sacerdotale e giudice presiede all'osservanza della morale e provvede a sentenziare condanne. Non sfuggì ai contemporanei, i quali glissarono in maggioranza, e non può passare inosservata una bisessualità nemmeno troppo celata per essere solo latente, dei due protagonisti. "Quel feu nouveau me consume: ta main repouse ma main" sono parole che Zurga dedica a Nadir e, allorchè egli scopre che questi non ha consumato un amplesso con Léila, esulta non per la conservata illibatezza della ragazza, ma per l'amicizia non tradita del pescatore. "Nella romanza di Zurga del terzo atto si può individuare una sorta di bisessualità" afferma il regista Riccardo Canessa, collegando l'indefinitezza di oggetto sessuale con la cifra asessuata che l'opera rivela, secondo un cliché preromantico. Ci piace interpretare questo triangolo come espressione di un amore che nella Ceylon del XIX secolo riporti un sentimento che fu proprio della Grecia Antica e che ritroviamo, senza sobbalzi perbenistici o moralistici, anche in eroi come lo stesso Achille. Tra i momenti musicali più alti ed intensi, dopo l'aria di Nadir del primo atto, vi è il duetto tenore-baritono, con reiterati passaggi per seste. I due amici ricordano una donna della quale entrambi s'innamorarono e alla quale rinunciarono e sembra che la loro amicizia si sia , da quella rinuncia, arricchita di significati e forse di reciproca tenerezza. "Si, è lei! è la dea, la stiamo ammirando.. il suo velo si solleva.." cantano i due uomini, mentre il flauto presenta un tema di tenero abbandono, di ricordo che quando si connota di rimpianto, prontamente si colora di orgoglio virile della rinuncia in nome dell'amicizia e, in fondo, di un amore "altro", asessuato. E' degno di nota che il motivo caratteristico che Bizet fa ascoltare negli episodi in cui i due amici si confrontano o si scontrano, è il cosiddetto tema della dea, esso è collegato alla donna che li unisce e li fa rivali ed esordisce affidato al flauto accompagnato dall'arpa. Diversamente quando la stessa Léila è ancora femme inconnue riceve un'immagine musicale affidata al clarinetto e ad un pizzicato degli archi gravi, una sensualità che si ancora alla terra e che pulsa. Quando Nadir, in Je crois entendre encore, ricorda, rievoca o crede di riconoscere, ed è nel giusto, la voce della donna che aveva amato, la melodia acquista un lirismo che quasi non ha pari nella letteratura operistica; Bizet è maestro nel disegnare linee cantabili e qui, anche se giovanissimo, sa usare con raffinatissima ricercatezza le dissimetrie ritmiche per sottolineare i respiri, ma vorremmo dire i sospiri del personaggio e anche nella consueta regolarità di frasi di 8+8 battute, le chiuse presentano delle mutazioni minime, ma rilevanti, affinchè permanga viva la tensione. La romanza è in 6/8, ma le armonie spesso restano ferme per due misure, muovendo dalla tonica alla sottodominante che non procede verso la dominante, nè torna al primo grado, per andare sul settimo grado naturale, che è a sua volta quarto della sottodominante, stabilendo un procedere armonico di intervalli plagali. L'armonia giunge alla dominante che viene data con la sottotonica, invece che con la sensibile, solo dopo aver raggiunto l'apice melodico sul si3 in pp in una corona, la melodia presenta il sol# che risolve sulla tonica; l'intensificazione emotiva viene realizzata con l'armonizzazione che da qui in avanti diviene per singole battute. La sezione intermedia interrompe la regolarità della bracarola in 6/8 attraverso lo spostamento di accenti realizzato con reiterate legature di valore. La conclusione torna con armonie mutanti a 2 battute e con la melodia che si appoggia alla tonica e alla dominante su note lunghe, mentre il basso cadenza ostinatamente con armonie delle parti superiori con sottotoniche, sulle parole "souvenir charmant". Passando alla recensione della recita del 16 maggio 2012 occorre riferire subito del bell'impatto visivo offerto dalle scene di Flavio Arbetti, che suggeriscono una Ceylon che per qualche aspetto si modella su un'immagine di isola felice, natura rassicurante, stimolante per la cifra esotica, ma allo stesso tempo riportante squarci di natura mediterranea. L'introduzione orchestrale è condotta da Oren producendo un addensamento timbrico tra le sezioni, livellandole e muovendo per enfasi dinamiche parallele tra esse. Il Coro iniziale, su cui si muovono le coreografie di Pina Testa, ci proietta in media res, dipingendo la comunità isolana e portandoci in brevissimo all'apoteosi di Zurga. Luigi Petrozziello ha voluto ottenere emissioni delicate dal Coro del Teatro dell'Opera di Salerno, a nostro avviso sbilanciato verso il femminile, quasi come a voler indicare che la popolazione maschile di Ceylon sia per la maggior parte impegnata in mare a pescare perle piuttosto che sulla terra ferma a intonare canti; aggiungiamo che i tenori, in particolare, tentando di alleggerire i suoni hanno finito col perdere l'appoggio diaframmatico, emettendo suoni privi di corpo e talvolta calanti di intonazione. Accade spesso a molti cori lirici non avvezzi a dinamiche e volumi cameristico-sinfonici. Nella fattispecie, dato l'esiguo numero di elementi delle sezioni maschili, un volume maggiorre non avrebbe turbato gli equilibri e avrebbe evitato imbarazzi fonici ai coristi salernitani, solitamente perfettamente in grado di sostenere gli impegni a cui sono sottoposti. I tre protagonisti Desirée Rancatore in Lèila, Celso Albelo in Zurga e Luca Grassi in Zurga, sono stati pressochè perfetti, vocalmente e scenicamente. Rancatore è un soprano dai mezzi tecnici straordinari, estensione iperbolica, agilità realizzate con irridente facilità e, recentemente, anche rotondità del registro medio. L'attacco dei suoni della cantante siciliana è sempre netto e privo di portamenti e di glissati e l'intonazione risulta controllatissima, anche grazie alla gestione dei fiati; il colore prevalentemente chiaro è andato con gli anni arricchendosi di sfumature, senza generare appesantimenti nel timbro inconfondibile di Desirée, che, piaccia o meno, denota personalità e coerenza, senza mai indulgere in "clonazioni". Esemplare.
Anticipata da una serie di iniziative didattiche e mediatiche (dalle lezioni- concerto al sito internet www.italianainalgeri.com, che raccoglie il making of di questa produzione) – operazione che ci si sente invero di lodare e che si spera rappresenti un modello da emulare per altre produzioni – va finalmente in scenaL'Italiana in Algeri di Rossini, quarto appuntamento della Stagione operistica del Comunale di Bologna. Un titolo assente da un lustro dal cartellone del teatro del capoluogo emiliano che, nel 2007, aveva ospitato la messinscena di Dario Fo, concepita anni prima per il Rossini Opera Festival. Come preannunciato dal maestro Paolo Olmi, viene proposta, senza tagli, la versione originale di Venezia 1813, dunque della prima assoluta di quello che sarebbe diventato il primo successo duraturo di un compositore già all'epoca nell'occhio del ciclone grazie a titoli come La pietra del paragone (data alla scala nel 1812) e Tancredi, che i veneziani avevano applaudito appena tre mesi prima. Una partitura messa su in pochi giorni (una consuetudine per il prolifico compositore), probabilmente per andare incontro all'impresario del Teatro San Benedetto, in angustie dopo aver subito il forfait del compositore Carlo Coccia. Tempi ristretti che imposero il ricorso ad un libretto già pronto e già musicato in precedenza (anche questa, abitudine non nuova per il sistema produttivo del teatro d'opera italiano). Nella fattispecie, si trattò di un libretto di Angelo Anelli – letterato lombardo – portato al successo nel 1808 dal compositore Luigi Mosca, a cui la partitura rossiniana apporta alcune modifiche. Tra i tagli, da segnalare l'abolizione delle arie di Taddeo e Lindoro del primo atto e, soprattutto, del duetto tra i due amanti (rimpiazzato da una cavatina per lui e dall'aria "Per lui che adoro" di Isabella). Tra le aggiunte, la cabaletta della prima aria di Isabella ("Già so per pratica"), le strette del finale primo ("Nella testa ho un campanello") e del quintetto del secondo atto ("Sento un fremito"). Una serie di varianti che, pur non intaccando sostanzialmente l'intreccio, siglano quello che verrà riconosciuto come stile rossiniano. La messinscena di Francesco Esposito – già vista a Napoli – è di impianto assolutamente tradizionale. Scena fissa di Nicola Rubertelli dal piacevole sapore liberty, costumi (senza infamia e senza lode) ideati dal regista stesso, luci di Andrea Oliva, modificate in occasione della recita domenicale per consentire le riprese della Rai (la cui telecamera mobile fa avanti e indietro sul palcoscenico, sortendo un effetto straniante), che trasmetterà lo spettacolo prossimamente. Quella di Esposito è una regìa che esalta l'aspetto umano dei personaggi (Haly che scoppia in lacrime per paura dell'impalamento, Mustafà e Taddeo che, nella cerimonia del pappataci, si comportano alla stregua di bambini perché questo suggerisce il loro comportamento) e conferisce linearità e verosimiglianza alla vicenda tramite espedienti ben precisi, come la comunicazione affidata al colore dei fazzoletti, poiché alle donne dell'harem non è concesso parlare più di tanto. La domanda è: perché ricercare la credibilità in una storia di per sé improbabile e resa ancora più grottesca da Rossini stesso? Perché tentare di razionalizzare la follìa? In qualche caso vengono – giustamente – avallati il nonsense e l'effetto motorico della musica, che si traducono in gesti meccanici e ripetitivi. L'esito complessivo, tuttavia, è quello di una certa sproporzione tra l'impatto dirompente della musica e quello molto più flebile della scena. Sul versante del cast vocale, assolutamente strepitoso il trio Pizzolato-Bordogna-Pertusi. Marianna Pizzolato ha una voce calda e brunita, che sprigiona una sensualità che ben si adatta a quello che è forse la più ammaliante e scaltra delle buffe rossiniane. Di lei si apprezza la brillantezza nelle agilità, il legato perfetto di "Per lui che adoro", l'espressività di certe frasi (struggente l'attacco di "Per te solo, o mio Lindoro") e il fraseggio incisivo. Non meraviglia insomma che, nel panorama internazionale, la sua sia una delle Isabelle più gettonata. Paolo Bordogna, nel ruolo di Taddeo, è il cantante-attore (e funambolo, visto che, durante l'investitura di Kaimakan, rimane appeso ad una corda sospesa nel vuoto!) che ben si conosce. Colpisce la pulizia della linea vocale, lo stile, l'attenzione alla parola, la disinvoltura scenica che dà vita ad una comicità godibile e mai eccessiva. Misura e stile sono anche la cifra distintiva del collaudato Mustafà di Michele Pertusi, che disegna un bey scenicamente e vocalmente elegante anche nelle caricaturali manifestazioni di virilità (come nell'aria "Già d'insolito ardore nel petto", qui cantata tra due danzatrici del ventre). A soli 29 anni, Yijie Shi è già un apprezzato interprete rossiniano, che gli appassionati ricorderanno forse per la sua interpretazione del Comte Ory al Rossini Opera Festival 2009. Il tenore sfoggia in effetti acuti svettanti, un'ottima impostazione tecnica, una buona pronuncia italiana ed una discreta disinvoltura scenica. Nella recita in questione, tuttavia, è apparso più a suo agio nel canto spianato che in quello di agilità, in cui la prudenza ha prevalso decisamente sull'audacia. Qualche asprezza nel registro acuto hanno mostrato Anna Maria Sarra e Giuseppina Bridelli, rispettivamente Elvira e Zulma, scenicamente molto spigliate. Piacevole sorpresa Clemente Antonio Daliotti, ottimo nel ruolo di Haly. All'altezza della situazione, come sempre, il Coro del teatro comunale diretto da Lorenzo Fratini. Bella la concertazione di Paolo Olmi, che si distingue per i tempi brillanti, soprattutto nei concertati, e per l'attenzione alle dinamiche. E pazienza se l'Orchestra del Comunale non è sempre impeccabile: l'ebbrezza della partitura rossiniana viene restituita tutta e la musica diventa pura joie de vivre. Che, da che mondo e mondo, è quello che "tutti chiedono e che tutti bramano".
Geppino Iorio ci ha abituati all'appuntamento annuale con una sua opera editoriale, romanzo o raccolta di poesie, sempre all'insegna della fantasia creativa più libera. Il quattordicesimo romanzo di Geppino è quasi non catalogabile; per un aspetto è un lavoro storico, per altri è una narrazione onirica, si ravvisano persino paragrafi di teologia, in ognuna delle 75 pagine di Le testimonianze di Arden,editore Loffredo, risuona un inno, ora poderoso, ora seduttivo, alla laicità di pensiero. "La lettura di questo libro è consigliabile a donne e uomini adulti, possibilmente laici e in possesso di fertile humour" afferma l'autore nella premessa, che conclude dichiarandosi mero "divulgatore" di una testimonianza "antidiluviana". Il nucleo narrativo è l'ipotesi, collocata tra immaginazione, sogno e indagine storica, di due arche della salvezza: quella di Noè, costruita nella cieca obbedienza al Signore e il cui equipaggio è costruito con criteri “nepotistici” e quasi "veterinario-zootecnici", e un'altra imbarcazione, realizzata da un illuminista ante litteram, tale Didicos, razionale, laico, liberale, fantasioso, socialista. Sul natante di Noè,Arden, il personaggio che Iorio incontra e con il quale dialoga, racconta siano stati ospitati gli antentati dei dittatori, degli uomini avidi di potere, degli intransigenti; sul vascello di Didicos, viceversa, gli avi dei tolleranti, dei libertari, di donne e uomini sensibili e solidali, e dello stesso Cristo. “Una bella esaltazione del libero arbitrio” così principia la post-fazione di Massimo Di Menna, il quale pone l'accento sulla dirompente laicità del messaggio di Geppino Iorio, ma punta anche sulla capacità di fare coesistere religione e laicità, fede e pensiero razionale. Il racconto muove i passi introducendo, discretamente, un personaggio, un musicista finito in miseria per eccessiva bontà ( e forse per i tagli governativi alla cultura; ndr), figura che altrettanto in punta di piedi esce di scena, ovvero, così il lettore percepisce.... In “Le testimonianze di Arden” non vi sono equilibrismi dialettici, non si trovano elaborazioni filosofiche, Iorio adotta la forma della fantasia e dell'onirico: ciascun lettore, di volta in volta, potrà confinare nel mondo dell'immaginario ciò che non riuscirà a condividere, ma immaginario non è inesistente tout court. È non più e non ancora. “La genialità di Didicos fu quella di creare un nuovo sistema, un nuovo modello di arca, che non stesse ferma in balia delle onde, ma un veicolo marino vero e proprio, che avesse la potenzialità di navigare”. L'episodio centrale del romanzo è il funerale del "prematuramente" scomparso Matusalemme, il quale aveva insegnato il libero pensiero. "Il tema del due (due arche, doppio percorso della storia, perfino due Dii!) si chiarsice quindi come conflitto perenne tra coloro che fissano un ordine costituito, un potere rigido fatto di regole, e coloro che, collocandosi sempre su una linea laterale, cercano punti di vista alternativi per far sì che l'ordine costituito (pur costituito, a volte, con le migliori intenzioni) non schiacci i poveri, gli emarginati e che ora si chiamano i non garantiti" afferma Nicola De Blasi nella prefazione. Arden è il testimone della costruzione delle due arche, quella “teologica” e quella “laica”; con un bel coup de théâtre , con circolare congruenza narrativa Geppino Iorio ci rivelerà l'identità fantastica o reale del “testimone” e ciascun lettore potrà dare a questi la natura che la propria sensibilità, il proprio credo vorrà e saprà.
Una collettiva nella prestigiosa sede del Caffè dell’arte di Palazzo Sasso a Ravello, l'appuntamento per l'inaugurazione è alle ore 18.00 di giovedì 17 maggio 2012, in mostra le opere “Visioni Contemporanee” degli artisti Angelo Casciello, Franco Cipriano e Marco Nereo Rotelli. Diverse le esperienze di ognuno, differenti background culturali, altrettanto le formazioni e appartenenze a correnti artistiche, un comune denominatore, invece, è l'essere testimoni, con la propria arte di una ricerca espressiva, appassionata e complessa, capace di fare dialogare il passato e la contemporaneità, attraverso narrazioni e tecniche varie, in un filo linguistico unificante che segna il terreno artistico del nostro tempo. Angelo Casciello e Franco Cipriano provengono entrambi dalla Scuola artistica di Scafati, mentre Marco Nereo Rotelli esprime la sua visione internazionale derivante da mostre realizzate in tutto il mondo. Le sculture e i dipinti di Casciello esprimono “..radici profonde nell'humus della terra. Raccontano un mondo magico, misterico, mistico, enigmatico. Una volta dipinte, diventano soggetti autonomi, con una vita spirituale e materiale propria e, come ogni cosa vera della vita, esse acquistano un potere evocativo e visivo capace di creare nuovi immaginari”, nel segno di una vitalità creativa propria del bacino mediterraneo, presente attraverso suoi archetipi emblematici. L'opera di Casciello è stata sempre protesa nel calibrare il segno e far sì che esso racchiudesse lo spazio, realizzando quella interazione tra l'ambiente ed il proprio linguaggio costruttivo, disponendosi a riflettere a fianco e in complicità con l’architettura. Della vastissima produzione di Franco Cipriano sono esposti inchiostri su carta, da un ciclo degli inizi del 2000, rappresentano il fondale visivo del disegno capace di catturare lo spazio “in-corporeo” delle immagini, sempre prossime al guado tra il caos indifferenziato e il mondo nascente. Su questo confine, che attraversa il corpo-segno e il corpo-luce, risuona il gesto pittorico come memoria del tempo originario, che in pittura si fa spazio originante. Nelle carte di Cipriano germinano anche scissioni, metamorfosi, incroci - tra umano ed animale, luce e materia, - come figure arcaiche del mutare, che disegnano paesaggi di enigmi e misteriose lontananze. Nella radice simbolica, di soglia tra presenza e assenza del mondo, questi inchiostri rivelano sacri riti di ritorno all’indistinzione tra pensiero e materia. Infine le opere di Marco Nereo Rotelli, provengono dall’Espace Louis Vuitton di Parigi, dove erano state in mostra in occasione dell’evento “Silent writing” e realizzate nell’Isola di Pasqua. Le origini veneziane dell'artista, che vive e lavora tra Milano e Parigi, lo hanno predisposto alla curiosa ricerca del viaggio e condotto a mostre personali in tutto il mondo, dal museo del Petit Palais di Parigi al Living Theatre di New York, da Palazzo Reale di Milano alla cattedrale di Santiago de Compostela, dal Millenium Museum di Bejgin al World Park di Seoul. Alla Biennale d’arte di Venezia l'artista è di casa avendovi esposto in ben sette edizioni. La sua e' un arte ipnotica, profonda e intensa, affidata a soluzioni cromatiche brillanti e di effetto, capaci di fare rivivere antichi linguaggi che l’artista ritiene non debbano esser perduti. Un ricco mondo di figure e di segni primordiali, a tratti anche magici quando riescono ad essere espressione e poesia allo stato puro, che vengono individuati dall'artista negli interstizi della realtà, affinchè non restino linguaggi dimenticati, ma idiomi e segni ancora attuali, in grado di dialogare con l'uomo contemporaneo.
Maggio di appuntamenti visivi e partecipativi al PAN | Palazzo delle Arti Napoli, sperimentazioni nell'arte attraverso una pluralità di linguaggi espressivi, tutti coinvolgenti e di impatto, in svolgimento segnaliamo la personale fotografica del grande fotografo di scena Cesare Accetta ed i suoi scatti del teatro d'avanguardia napoletano dagli anni '70 ai '90, ma anche l'esperimento del teatro partecipativo di marchio ginevrino del duo Sven Kreter e Rocco Senatore, per la loro prima assoluta in Italia. Dietro gli occhi è il titolo alla mostra fotografica che cita uno spettacolo diretto dall'artista nel 1992, Alessandra D'Elia e Andrea Renzi sono nelle tre splendide foto in bianco e nero, di cui una scelta per promuovere il progetto, a ricordare la performance che andò in scena al Teatro/Galleria Toledo, e non a caso è un invito per come angolare lo sguardo nel percorso espositivo. L'archivio fotografico del napoletano Cesare Accetta, che a metà degli anni Settanta iniziò come fotografo di scena collaborando con il Teatro Instabile di Napoli e altri gruppi del teatro di ricerca partenopeo, è servito per raccogliere gli oltre duecento scatti che documentano quella stagione di feconda rottura con la tradizione teatrale, ed il bisogno di nuovi linguaggi scenici ed espressivi. Carlo Quartucci, Leo de Berardinis e Carmelo Bene agli inizi degli anni '60 posero forti istanze rigeneratrici del teatro, la Campania non ne resterà fuori, a Napoli “Incontro Situazione 76” al San Ferdinando, a Salerno il Festival Nuove Tendenze del luglio '76, entrambi gli eventi espressero la vitalità e il fervore progettuale che fu comune a tutta una nuova generazione di artisti, registi e attori. Una cronologia dirompente, nel 1974 Vittorio Lucariello fonda a Napoli il Teatro Spazio Libero, Nello Mascia e Tato Russo nel 1975 creano la “Coop. Teatrale Italiana del Mezzogiorno Gli Ipocriti”, Leo de Berardinis e la sua compagna Perla Peragallo vincono il premio Mondello nel 1978 con “A vita a murì” ed animano l'esperienza del Teatro di Marigliano, Falso Movimento del '79 di Mario Martone sarà attivo e guadagnerà unanimi consensi con lo spettacolo-rivelazione Tango glaciale del 1982. E ancora il Teatro Alfred Jarry di Mario e Maria Luisa Santella, il Play Studio di Arturo Morfino, il TIN di Michele del Grosso, Libera Ensemble di Gennaro Vitiello, Renato Carpentieri e Lello Serao, il Teatro/Galleria Toledo di Laura Angiulli, poi nel 1986 la fusione di Martone con il Teatro Studio di Caserta di Toni Servillo e il Teatro dei Mutamenti di Antonio Neiwiller per dare vita ai Teatri Uniti.