Ediz. n.100b - 14/03/2010

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Al teatro Ghione di Roma, arriva Anna Mazzamauro con una rielaborazione dei Diario di un pazzo di Nikolaj Gogol Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa
Autore: Rita Dietrich   
venerdì 12 marzo 2010 23:09

È tutto rigorosamente bianco. Un surreale palcoscenico ricoperto di candidi veli e il costume dell’attore, un camicione largo e lungo fino ai piedi corredato da un turbante, anch’esso latteo. Nessun colore, nessun oggetto o arredamento per spezzare la monotonia di un ambiente asettico. Unica compagna una sedia a rotelle, ovviamente bianca che da simbolo di una invalidità più mentale che fisica, si può trasformare anche in un regale trono.
Così appare il proscenio dell’ultima opera teatrale di Anna Mazzamauro, e al centro lei, unica attrice di una maratona che viaggia fra la follia di una vita insulsa e i sogni di riscatto e di successo.
Ispirandosi al racconto di Nicolaj Gogol “Diario di un pazzo”, del 1835 e incentrato sulla figura di Aksentij Ivanovic Popriscin, la Mazzamauro riscrive le vicissitudini e i pensieri del protagonista, che cessa di essere un povero impiegato di San Pietroburgo ai tempi della Russia zarista, per trasformarsi in un moderno attore fallito, innamorato della poesia e del teatro di Shakespeare. Un viaggio nella schizofrenia del ‘non eroe’, che sublima le sue frustrazioni nella fantasia e nella recitazione, fra comicità, ironia e angoscia. Sogno e realtà fra la follia di una vita priva di significato e la saggezza dell’evasione.
E così l’inetto impiegato il cui compito era relegato nel solo temperare le matite del capoufficio, si trasforma nell’attore fallito, tradito dai suoi stessi sogni di gloria. Ma con il protagonista dell’opera di Gogol ha in comune la stessa sofferenza per la sua condizione sociale che lo priva di ogni dignitoso rapporto umano. Come Popriscin, anche lui viene schernito dai suoi colleghi attori, che lo relegano in una dimensione emarginata ed isolata, dove realtà e sogno si confondono continuamente. Unico conforto è l’insinuante desiderio di vendetta nei confronti di un mondo incapace di comprendere la sua genialità, che sfoggia in monologhi solitari senza spettatori ed in prodezze da mattatore talentuoso ma incompreso. Per dimostrare la sua misconosciuta capacità artistica, alterna versi del famoso poeta inglese a sprazzi di lucidità durante i quali si lamenta della sua misera condizione.
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Ecuba: la tragedia di una madre sconfitta, la cui vendetta perpetua il trionfo del potere avido e assassino Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa
Autore: Tonia Barone   
venerdì 12 marzo 2010 11:28


La parola poetica può attraverso la sonorità e il suo significante riportarci ai sentimenti più intimi, alle emozioni affastellate, al sentimento del dolore e dell’orrore che si annullano e svaniscono per lasciare spazio all’indifferenza.
Il teatro propone le essenze del dolore ed Ecuba di Euripide non si sottrae ad evidenziare il dramma di una donna/madre che assiste alla morte di tutti i suoi figli, in tutte le forme: dal combattimento eroico al sacrificio al tradimento, alla perdita del marito, alla perdita della libertà personale e della ricchezza.
Una donna che lotta perché gli avvenimenti a lei avversi non si avverino, e quando deve soccombere ad essi diviene una feroce assassina.
Ecuba in scena al Teatro Mercadante di Napoli dal 3 al 14 marzo 2010, produzione della compagnia Gli Ipocriti, vede la regia e l’adattamento del testo di Carlo Cerciello, che ha scelto di ambientarlo in una macelleria, le scene sono di Roberto Crea, luogo dove l’orrore della morte è consuetudine quotidiana che lascia spazio al cinismo.
Lo spettacolo aveva con successo debuttato al Napoli Teatro Festival Italia nel giugno 2009.
Cerciello parlando del testo afferma “Ecuba è un testo straordinariamente moderno, in cui accanto alla crudeltà spietata, tanto assimilabile a quella delle nostrane faide criminali, dove in nome dell’onore e dei vincoli parentali si può ottenere soddisfazione per il torto subito, trovano posto l’amore meraviglioso, assoluto di una madre e quelle richieste di pietà e giustizia disattese dalla consapevole sordità del potere, cui oggi siamo purtroppo abituati.
Il ruolo di Ecuba ricoperto da Isa Danieli che ha sapientemente mostrato le emozioni di una madre/donna, in tutte le sue sfaccettature, esprimendolo in un luogo senza tempo, che sì prendeva l’aspetto esteriore di una macelleria, ma poteva essere il luogo intimo, più nascosto di una donna che lotta per la propria esistenza e per la conservazione della propria genia.
Isa Danieli domina la scena e le figure che la affiancano appaiono secondarie e a volte non capaci di confrontarsi con la sua personalità e con il personaggio della protagonsta.
Le sono compagni di avventura, nel mare del dramma, Franco Acampora (Polimestore), Fortunato Cerlino, (Agamennone) Ciro Damiano (Taltibio), Niko Mucci (Odisseo), Imma Villa (coro), Raffaele Ausiello (Polidoro), Caterina Pontrandolfo (Coro-ancella di Ecuba) , Autilia Ranieri (coro), Daniela Vitale (Polissena).
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La prima persona ovvero tutte le possibili declinazioni del racconto Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Libri
Autore: Fulvio Tudisco   
mercoledì 10 marzo 2010 09:30

Capita molto spesso nella vita quotidiana di attardarsi a costruire delle storie immaginarie partendo da piccoli e insignificanti dettagli. Così una persona vista in un bar, incrociata per caso in un cinema o per strada, può diventare un vero e proprio spunto per creare delle storie, a volte fantasiose, a volte bizzarre o molto più semplicemente banali. Vite immaginarie, create e poi dimenticate.
Non è un mistero che molti scrittori si nutrano di quello che li circonda per imbastire i loro racconti. Antonio Tabucchi, che è sicuramente uno dei maestri europei (se non addirittura mondiali) del racconto breve, ha scritto che per trovare spunti per le sue opere molto spesso non fa altro che sedersi in un bar o in una taverna di balenieri, e ascoltare quello che le persone si dicono o magari gli raccontano.
La scrittrice scozzese Ali Smith sembra apparentemente inserirsi in questa schiera di scrittori-ascoltatori intenti a carpire dai piccoli dettagli i messaggi lanciati dalle Muse.
Nel libro La prima persona (Feltrinelli pag 140) l’autrice attinge a piene mani da storie di quotidiana banalità come possono esser discorsi di letteratura improvvisati, futili litigi tra amanti o chiacchiere svogliate di anonimi avventori di un bar, per dar vita ai dodici racconti che compongono questo suo ultimo lavoro.
Ma in realtà il riferimento al quotidiano non è che un espediente usato dalla Smith per cercare di realizzare qualcosa di più ambizioso: un vero e proprio inno alla narrazione e all’ immaginazione.
Le sue storie, che seppure iniziano sempre da un piccolo particolare, ben presto si allontanano dalla narrazione in senso stretto, perdendo molto spesso il filo del discorso iniziale, per abbandonarsi gioiosamente alla divagazione e alla fantasia. Chi si aspetta di trovare una raccolta di racconti organici con un inizio e una fine probabilmente rimarrà deluso.
La prima persona ha sempre il sapore delle chiacchiere, dei pensieri associativi, della fantasia e del surreale che si nasconde in un banale supermercato o in un magico incontro nella cucina di casa tra scrittrice e la se stessa quattordicenne.
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La badante Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa
Autore: Melania Costantino   
venerdì 12 marzo 2010 09:23

E’ davvero sorprendente come un talento eccezionale come quello di Ludovica Modugno possa essersi così a lungo sottratto agli onori della cronaca, se non per lasciare il proprio riflesso incondizionato nei volti dei personaggi da lei doppiati in innumerevoli pellicole.
Da illustre doppiatrice, dunque, la Modugno trova il meritato successo per mezzo di un’eccellente opera teatrale: La badante.
La piéce, portata sulle scene del Teatro Bellini di Napoli dal 9 al 14 marzo 2010, per il testo e la regia di Cesare Lievi, cattura il pubblico per un’incontestabile raffinatezza nei dialoghi, i quali si dipanano in maniera elegante tra le contingenze del momento e i flashback dell’anziana protagonista.
In effetti, la trama della rappresentazione risulta decisamente priva di sfumature conturbanti: un’anziana donna è costretta dai suoi due figli a convivere con una badante ucraina, la quale viene assunta affinché le possa essere d’aiuto nelle necessità quotidiane.
E’, però, una sapidità quasi nascosta, a riportare prepotente corposità alla rappresentazione.
La donna, sul baratro della sua inevitabile discesa senile, sarà dipinta come un meraviglioso paesaggio dal vero, in cui tutte le discromie della vecchiaia riaffiorano con un gusto profondamente amaro.
Vi sono le piccole dimenticanze, poi, le ripetitività ossessive, ed ancora, le filippiche accanite contro la badante ucraina (interpretata dalla tenerissima Giuseppina Turrà).
Non servirà a nulla la fredda pazienza della prole a ‘sopportare’ la rabbia innata che la vecchia madre riserva all’intrusa dell’est.
Eppure, sull’alternarsi delle tre sequenze della messa in scena, successivamente al funerale dell’anziana, il colpo di scena muterà le carte in tavola.
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A Roma, il Musical suona Rock Stampa E-mail
Oltrecultura: Eventi Musica - Rock, Pop, Leggera
Autore: Emilia Maurizi   
martedì 09 marzo 2010 17:39

Due eventi da ricordare, nello spazio di un mese: la prima mondiale di Rock Revolution e il tribute We will rock you. Ma quanto sta diventando “rock” (a teatro) la capitale?
Esiste una leggenda secondo la quale da qualche parte sul Pianeta Mall gli strumenti musicali esistono ancora. In qualche posto la magnifica chitarra-ascia del grande Dio capelluto della Chitarra giace sepolta nella roccia. E’ stata posta lì nell’età d’oro a sfida del tempo e per ispirare i ragazzi delle generazioni future. Ai Bohemian serve un eroe per trovarla. Un matto ribelle con un cuore di puro Rock, che estrarrà la chitarra dalla pietra e suonerà gli antichi inni. E’ arrivata fino a questi giorni la maratona-tribute sul palcoscenico del Teatro Brancaccio (continuerà poi a Trieste ma, con diversi cast spopola in tutto il mondo), dedicata a Freddie Mercury e tutto il suo gruppo, i Queen, che – nell’arco di 30 anni e nonostante la prematura scomparsa del leader – hanno inventato, evoluto e scolpito pagine memorabili di storia musicale. Non solo per il successo di vendita discografica, ma soprattutto dal punto di vista squisitamente musicale compositivo e della straordinaria comunicatività nei leggendari live.
Pensato in principio - da Ben Elton con la supervisione dei componenti del gruppo Brian May e Roger Taylor - come show autobiografico, We will rock you, non aveva riscosso il successo sperato, così è maturata l’idea di proiettarsi nel futuro costruendo un lavoro sulle “colonne” del passato. Il musical è ambientato in un futuro orwelliano, dove tutto è omologato e controllato dalla Globalsoft Corporation: un mondo sicuro e facile a meno che non ci si senta ribelli. Gli strumenti musicali sono stati aboliti e la musica rock è sconosciuta. I Ragazzi e Ragazze Ga Ga (di plastica e alquanto fulminati, nei loro stereotipi) ascoltano solamente la computer music sono contrapposti alle “pecore nere” Galileo Figaro (un sognatore con strane parole nella testa: reincarnazione di Freddie Mercury), Scaramouche (la fiamma di Galileo che si scopre chitarrista, reincarnazione di Brian May) e a tutta la folla dei Bohemians che, nascosti al resto del mondo e spronati dal centauro bibliotecario Pop, attendono l’avverarsi della profezia che faccia ritrovare, mostrato da una stella, il mondo del living rock perchè finalmente si torni a suonare e a vivere, pensando con la propria testa.
Tutti giovani e bravi gli attori cantanti del cast italiano, che hanno avuto anche la “benedizione” di May: Galileo (alternativamente), Gianluca Merolli e Salvo Vinci; Scaramouche, Marta Rossi e Martina Ciabatti; leopardata, spietata e con una grande voce la Killer Queen Valentina Ferrari; il perfido, poi capro espiatorio nella sconfitta della Killer, Khashoggi, Salvo Bruno e Carlo Spanò; il samurai con la capigliatura rasta, Brit, Paolo Barillari, lo strano bibliotecario Pop, Massimiliano Colonna; Oz, Mary Dima e Loredana Fadda. Tutti i nomi dei protagonisti sono tratti dalle canzoni dei Queen, ovviamente, ma abbiamo trovato anche molto divertenti le italianizzazioni dei nomi dei Bohemian: cantanti italiani, come Raffaella Carrà, Toto Cutugno, Riccardo Cocciante, Vasco Rossi e Zucchero.
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