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(in progress) Il Giorno della Memoria si celebra da 12 anni Italia, da quando, con la Legge n. 211 del 20 luglio 2000 il nostro paese ha accolto la proposta europea e internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo. L'art.1 fa riferimento ai cittadini ebrei, lascia solo intendere la condanna di altre persecuzioni - pensiamo agli zingari, agli armeni, ai curdi, agli omosessuali, ai malati psichiatrici, agli oppositori - e, inoltre, in un impulso di “vogliamoci bene” parla di “coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati” Il Teatro di San Carlo ha scelto di celebrare il 27 gennaio con un Concerto sinfonico-corale di grande pertinenza e di elevato valore culturale, non fosse altro che per la presenza in programma di una pagina rara come “I canti di prigionia” di Luigi Dallapiccola, affiancati dal Requiem di Gabriel Faurè e da letture di testi di poeti, drammaturghi, testimoni e vittime della follia nazifascista: Primo Levi, Eugenio Montale,Salvatore Quasimodo, Moshé Liba, Bertold Brecht e Bob Dylan. Legata all'evento che ha condotto a scegliere la data del 27 gennaio, la presentazione di Renzo Gattegna, presidente dell' Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Particolarmente di attualità la lettura di un testo di Donatella Di Cesare da "Se Auschwitz è nulla: che cosa vuol dire negare", stante il negazionismo in ripresa non solo nei paesi di integralismo islamico, nei quali stoltamente si fa anche torto alle migliaia di musulmani turchi, armeni e curdi periti nei lager, ma anche nella "moderna" Europa. Fa raggelare l'ipotesi che il negare sia semplicemente un ritenere incompiuto un annientamento, una "soluzione finale" rinviata, ma a cui non si sia mai rinunciato! Invocarla per alimentare il dissenso contro le politiche del governo israeliano e, oltre che criminale, meschino; i governanti possono essere giudicati, condannati, destituiti, ma i popoli non possono subire condanne e tanto meno esecuzioni di massa! Protagonisti l'Ensemble Stumentale e il Coro del Teatro di San Carlo, diretto da Salvatore Caputo, il soprano Eteri Gvazava, il baritono Georg Nigl, l'organista Riccardo Fiorentino e la voce recitante Ugo Maria Morosi. Impossibile per molti presenti in sala e pressochè per tutti i musicisti sul palco non dedicare anche un pensiero dolente, pregno di ricordi e di riconoscenza ad un grande Maestro, che per tanti anni ha collaborato con il Teatro di San Carlo e che ha formato decine di musicisti, quasi tutti in piena carriera, parliamo del Maestro Carmine Pagliuca, compositore e didatta, che, lasciando un vuoto profondo, se n'è andato poche ore prima del concerto di cui vi diamo cronaca. Grazie Maestro! Luigi Dallapiccola (Pisino-Istria 3 febbraio 1904 – Firenze, 19 febbraio 1975)è stato tra i pochi, e forse il primo compositore italiano ad abbracciare la dodecafonia. Nato in terra d'Austria, in quell'Istria sempre contesa da più nazioni, ben presto, all'età di 5 anni, dovette seguire le sorti del padre, professore di letterature latina e greca, confinato a Graz con l'accusa di essere “politicamente inaffidabile”. All'esperienza personale vissuta negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza, lo stesso compositore fa discendere il primo interesse per l'argomento della privazione della libertà. “Non si ebbe a soffrire di alcuna brutalità, Pure, il cambiamento fra il ritmo tranquillo dei miei primi dieci anni di vita e quanto era avvenuto dopo, in così breve volger di tempo, era stato un po’ troppo brusco. Avevo l’impressione che fosse stata compiuta un’ingiustizia e sentivo in me un profondo senso di umiliazione”, scrive il Maestro negli anni '50. La maggiore violenza egli dovette subirla nei propri affetti quando furono emanate, nel 1938, le leggi razziali in Italia; il musicista aveva sposato una donna ebrea, Laura Luzzato. “Avrei voluto protestare, ma non ero ingenuo al punto di non sapere che, in un regime totalitario, il singolo è impotente. Soltanto con la musica avrei potuto esprimere la mia indignazione”. E fu così che Dallapiccola interruppe la composizione dell'opera “Volo di notte” per realizzare quello che sarà il primo brano del trittico che prenderà il nome di “Canti di prigionia”, ovvero la preghiera scritta da Maria Stuarda nelle ultime ora di vita, trascorse in prigione, in attesa dell'esecuzione della sentenza capitale. In tutti i brani del trittico, Dallapiccola scelse prigionie lontane nel tempo, non già per eludere temi di contemporaneità o per sfuggire a censure, quanto per poter trasporre in musica una condizione di privazione atemporale. Il secondo brano utilizza un testo da "De consolatione philosophiae" di Severino Boezio, ed impiega un coro femminile, mentre il conclusivo brano mette in musica la "Meditatio sul salmo In te Domine speravi" di Girolamo Savonarola. Il primo brano ebbe una prima esecuzione il 10 aprile 1940 alla Radio Fiamminga di Bruxelles, alla vigilia, quasi dell'invasione del Belgio da parte delle truppe di Hitler; per la prima esecuzione integrale si dovrà attendere l’11 dicembre 1941, a Roma, sotto la direzione di Previtali: nello stesso giorno Mussolini dichiarava guerra agli USA. I Canti di prigionia possono essere ritenuti il primo passo verso la dodecafonia compiuto da un compositore italiano; Dallapiccola abbandona la scrittura diatonica e sposa la dodecafonia. Prepara una serie che muove di terze e sotto di esse fa muovere la melodia gregoriana del Dies Irae, che svolge funzione unificante e al tempo stesso evidenzia il contrasto con un medioevo che la storia vorrebbe superato da secoli, ma che la follia umana del genocidio mostra essere pervasivamente sopravvissuto in un periodo tra i più cupi che la storia dell'umanità ricordi. “La comprensione, non il successo né la possibilità di frequenti esecuzioni. Considerazioni come queste, in nessun momento della mia vita, nemmeno per un istante, hanno influito sul mio modo di essere o di pensare. Nei "Canti di Prigionia" ho prescritto il vibrafono, perché mi era necessario; pur sapendo che, nel 1938, in tutta Italia non se ne trovava nemmeno uno”. La “Messe de requiem” op.48 di Gabriel Faurè (Pamiers, Ariége, 1845 – Parigi, 1924), è scritta per un organico che prevede soprano e baritono solista, Coro misto (voci bianche ad libitum), orchestra e organo. Fin dalle prime esecuzioni il brano si fece notare per l'assenza di tinte fosche e apocalittiche, mentre non pochi sono i momenti di serena cantabilità e di leggerezza. “E’ stato detto che il mio Requiem non esprimeva il terrore della morte, qualcuno l’ha definito una ninna nanna della morte. Ma è così che io sento la morte: come una liberazione, un’aspirazione alla felicità dell’aldilà, piuttosto che come un passaggio doloroso […]. Può darsi che d’istinto abbia anche cercato di uscire dalle convenzioni; da tanto tempo accompagno all’organo servizi funebri! Ne ho fin sopra i capelli. Ho voluto fare un’altra cosa.” Il Requiem di Fauré nella sua prima versione, che non prevedeva l'Offertorium e il Libera me, Domine , fu eseguita il 16 gennaio 1888 al funerale di un noto architetto parigino, nella Chiesa della Madeleine a Parigi, sotto la direzione dello stesso compositore, mentre nella versione definitiva venne eseguito nel 1900, il 12 luglio, in occasione dell' Esposizione Universale di Parigi. L'impianto è fortemente modale e diatonico, anche l'Introito in re minore, che si annuncia con perentori accordi, ma che si tuffa presto nella quiete di una narrazione musicale, fa emergere frasi che usano la scala naturale e che quindi meglio si ascrivono nell' ambito di un modo dorico. Il Kyrie evoca il gusto arcaico di cadenze plagali mentre l'Offertorio concede spazio a quello stile imitato che è obbligatorio in ogni composizione sacra che si rispetti, che si voglia essere o meno nella “scuola”.Per il Sanctus, Faurè ha scelto il modo ipofrigio; esso unisce la dolenza di sapore bizantino-orientale della seconda minore tra il primo e il secondo suono e l' irrisolutezza di una repercussio, attorno a cui la melodia si sviluppa, a distanza di un tono sottostante la fondamentale, ferma restando la finalis, che, naturalmente, si conserva dal modo autentico e che è plagale rispetto alla finalis. Sognante il Pie Jesu per il soprano, invocante, senza terrore, il Libera me, per baritono, rassicurante In Paradisum. Interessante la scelta dei brani recitati, da quelli di testimonianza come il passo di Primo Levi estratto da "Se questo è un uomo" a "Il sogno del prigioniero" di Eugenio Montale per passare da Blowing in the wind di Bob Dylan, non negandoci il privilegio di ascoltare e meditare su Il violinista di Auschwitz di Moshé Liba e quel poetico, ma severo monito a non disinteressarsi che è "Prima di tutto vennero a prendere" di Bertold Brecht. Disciplinata e non più che tale, la prova dell'attore Ugo Maria Morosi, al quale va riconosciuto, tuttavia, il merito di avere evitato enfasi retoriche. Il Coro del Teatro di San Carlo, preparato da Salvatore Caputo ha mostrato di proseguire sulla strada di accreditamento nel repertorio sinfonico, percorso tutt'altro che scontato e agevole per molte compagini corali dei teatri italiani. Il Trittico di Dallapiccola ha posto in evidenza, del Coro, una capacità di lettura considerevole e una varietà espressiva duttile, anche su melodie seriali: di per sè un evento di rilievo per un Coro di un Teatro, abituato al più omolgato tonalismo del melodramma. Nella pagina di Faurè , sostenuto dal solo organo, strumento affidato alla sicura musicalità di Riccardo Fiorentino, il Coro ha fraseggiato con proprietà ed espressività, ponendosi persino come "riferimento" per i solisti, talvolta non eccellenti nell'interpretare le atmosfere della partitura. Se al soprano Eteri Gvazava si può riconoscere un bel colore vocale, sebbene adoperato su emissioni non di rado calanti, al baritono Gerog Nigl va imputato un timbro chiaro e privo di appoggio, una disuguaglianza nelle vocali, e l'incapacità di emettere le messe di voce sulle note lunghe. Si è giunti persino a dubitare della corretta classificazione della voce del cantante viennese, ex Sängerknaben, allorchè cantava su registro sopranile che la muta non sembra abbia mutato in baritonale pieno, lasciando un colore e una consistenza tenorile. Passate al Coro, le frasi del Libera me hanno trovato intensità espressiva e retorica corrette, a dimostrazione della validità della lettura di Caputo, ignorata dal solista per supponenza o semplicemente per imperizia tecnica. E in molti del publico si saranno domandati: "perchè non assegnare a due validi artisti del Coro del Teatro le parti solistiche?" Sempre ottima l'intesa tra il Coro e il suo direttore, e pregevole il risultato sonoro di tutte le corde, sorvolando su veniali esuberanze dei tenori. Una serata di riflessioni e di grande musica, che l'eco della seconda possa essere in grado di mantenere davvero viva la memoria di ciò che "Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario" (Primo Levi).
Dario Ascoli |