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Oltrecultura - Periodico di Informazione, Spettacolo e Cultura
Romeo e Giulietta dal gusto retrò sovietico Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Danza © - Oltrecultura: Recensioni Danza
Scritto da Tonia Barone   
Domenica 26 Giugno 2016 21:56

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Quando l’arte è al servizio dell’ideologia politica ne resta contrassegnata perdendo la possibilità di parlare un linguaggio universale ed eterno. La fissità di un tempo e di un luogo nella creazione di un’opera artistica può far accostare lo spettatore ad essa solo per il piacere di assistere e vedere un documento del passato.
Nonostante la storia su cui si basa è l’eterno amore intralciato dalle vicende sociali, il Romeo e Giulietta nella versione coreografica di Mikhail Lavrovskij
dall’originale del 1940 di  Leonid Lavrovskij, nell’allestimento dell’Opera di Roma,in scena al Teatro San Carlo di Napoli dal 21 al 28 giugno 2016, ha il sapore retrò sovietico e in alcuni tratti quasi di un film espressionista degli anni trenta.
L’eccessiva frammentazione della narrazione dovuta ai cambi di scena per seguire in modo pedissequo il testo shakespeariano, così come voluto dai librettisti originari Radlov, Piotrovski, Lavrovskij e
Prokof'ev, in alcuni casi sopperita da intermezzi vicini alla commedia dell’arte dal gusto grottesco e caricaturale, ha reso poco emozionale il balletto.
Il balletto è diviso in tre atti disomogenei per durata e in un sostanzioso numero di scene e intermezzi.
La musica fu commissionata a
Prokof'ev nel 1934 dal Bolscioi di Mosca, poco tempo dopo il ritorno in patria del compositore. Non era più epoca di sperimentazioni e avanguardie, il regime nel pieno della sua vita pretendeva una musica per balletto che ricordasse i fasti del connubio Peitpa – Ciaikovskij e riportasse in auge il Ballo Grande alla Russa.
Prokof'ev lavorò alla stesura del libretto inizialmente con Radlov, grande studioso del drammaturgo inglese. Nonostante la partitura fosse ultimata nell’autunno del 1935 la coreografia vide la luce in Russia solo nel 1940 poiché si erano perse le competenze per la realizzazione di un Grande Ballo.

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Un sulfureo Pozzuoli Jazz Festival dei Campi Flegrei giunto alla VII edizione Stampa E-mail
Oltrecultura: Eventi Musica © - Jazz ®
Scritto da Mariagrazia Liccardo   
Venerdì 24 Giugno 2016 11:28

 

La Solfatara di Pozzuoli ospita talentuosi vulcani nella prima serata della VII Edizione del Pozzuoli Jazz Festival dei Campi Flegrei
Il 22 giugno 2016 al Vulcano Solfatara il "Progetto Megaride" di Pino Jodice  e Giuliana Soscia ha aperto le porte al "Il Festival dei Campi flegrei". Un inizio esplosivo grazie anche alla presenza di Paolo Fresu.
L'Orchestra Jazz Parthenopea diretta da Pino Jodice e Giuliana Soscia, è costituita da talenti partenopei e campani, che sebbene individualmente siano artisti solisti, in questo ensemble sanno essere misurati. Domenico Gustafierro (Flauto); Luciano Bellico (Sax alto); Claudio Cardito (Sax alto); Gianluca Vigliar (Sax)- infiltrato tra i napoletani-; Valerio Virzo (Sax tenore); Nicola Rando (Sax baritono); Gianfranco Campagnoli (Tromba, Flicorno); Lorenzo Federici (Tromba); Fabio Renzullo (Tromba); Pino Melfi (Tromba); Umberto Paudice (Tromba); Alessandro Tedesco (Trombone); Francesco Izzo (Trombone); Pasquale Mosca (Trombone); Michelangelo Grisi (Trombone); Alexandre Cerdà Belda (Basso tuba) – dal '91 in Italia e dal '96 nell'Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli-; Marco de Tilla (basso) Enzo Amazio (Chitarra); Giovanni Imparato (Percussioni, Voce);  Marco De Tilla (Contrabbasso); Pietro Jodice (Batteria).
"Tre anni di duro lavoro, sacrifici indipendenti di ciascun componente che ha creduto in questo progetto, è nata questa follia" dice emozionato Pino Jodice dal palco presentando i componenti durante il concerto durato due ore.

"Là dove il mare del Chiatamone è più tempestoso, spumando contro le rocce nere, che sono inattaccabili fondamenta del Castel dell'Ovo, dove lo sguardo malinconico del pensatore scopre un paesaggio triste che gli fa gelare il cuore, era altre volte, nel tempo dei tempi, cento anni prima della nascita del Cristo Redentore, una isola larga e fiorita che veniva chiamata Megaride o "Megara", che significa grande, nell'idioma di Grecia", così inizia il suo racconto Matilde Serao nelle Leggende Napoletane per descrivere questo luogo un tempo staccato dalla terraferma, da cui era certamente più distante rispetto ad ora e che ha visivamente uno stretto rapporto con l'antistante spuntone di tufo di Pizzofalcone, il Monte Echia.
Megara, Giuliana Soscia considerata dalla critica una delle migliori fisarmoniciste jazz d'Italia, pianista, compositrice e arrangiatrice e direttrice d'orchestra jazz.

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Le Olimpiadi del 1936 raccontate da Federico Buffa per il NTFI Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa © - Oltrecultura: Recensioni Prosa ®
Scritto da Dadadago   
Mercoledì 22 Giugno 2016 10:37

 

 

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La nona edizione del Napoli Teatro Festival Italia quest'anno prevede un mese intero di programmazione non solo napoletana, ma diffusa nell'arco del territorio della regione Campania. Presentato al Teatro di San Carlo, dove ritornerà il 23 giugno 2016, lo spettacolo (itinerante) di Federico Buffa, dal titolo Le olimpiadi del 1936 è a Salerno al Teatro G. Verdi, successivamente migrerà al Teatro Gesualdo (AV) ed al Teatro Comunale di Caserta.
La scelta di questo evento mediatico-politico passato alla storia per vari motivi, come oggetto di narrazione teatrale, non è casuale da parte del giornalista che interpreta la parte di Wolfang Fürstner, comandante del villaggio olimpico realmente esistito (suicida tre giorni dopo la fine delle Olimpiadi per motivi razziali, pare che avesse qualche milligrammo di sangue ebreo nelle vene). 
Le Olimpiadi dell'inizio Novecento erano ben altro rispetto a quelle attuali: il numero delle nazioni, degli atleti partecipanti, delle discipline sportive era molto inferiore rispetto a oggi, con la maggior parte della popolazione dei paesi che partecipava solo in modo limitato e tramite i giornali. Prima del 1936 le televisioni esistevano solo a livello sperimentale e la radio era lontana dalla diffusione di massa. Goebbels, ministro della propaganda del governo di Hitler, trasformò i giochi olimpici a Berlino in una colossale celebrazione per la Germania nazista. Si diffonde la possibilità di ascoltare in diretta la voce del "Führer" e le trasmissioni dei giochi olimpici. Per la prima volta si potevano seguire le gare in diretta via radio. Durante i giochi furono organizzate 3.000 trasmissioni radiofoniche in 40 paesi del mondo, in tutti i continenti: un record assoluto per quei tempi, ed anche la televisione fece il suo debutto a Berlino. Furono stanziate cifre incredibili di denaro per stupire il mondo con dei giochi eccezionali, che tra l'altro si ricollegano alla tradizione dei Giochi di Atene: è a Berlino che ricompaiono i tedofori. 

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L'argent mort: il denaro ed il suo "vuoto" al Teatro Nuovo di Napoli Stampa E-mail
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Scritto da Andrea Bocchetti   
Mercoledì 22 Giugno 2016 12:31

 

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Money! è uno spettacolo atipico: in un andamento che sintetizza colloquio con il pubblico, didascalia e narrazione, questo spettacolo si sviluppa nell’intento di mostrare e illustrare il mondo sotterraneo che si nasconde al di sotto del sistema bancario, in una sorta di dialogo al contrasto tra come esso si presenta al pubblico e agli utenti e i meccanismi di profitto che lo animano.
I personaggi non cambiano, quello che cambia è il loro posizionamento di ruolo che si modifica ogni volta attraverso una sorta di danza turbolenta e caotica degli attori, dei tavoli e delle sedie dove questi sono seduti: il consulente diventa una volta cliente, per poi ritrovarsi subito dopo nella posizione opposta. Il risultato è una moltiplicazione di ruoli dove chi tenta di affabulare si ritrova esso stesso alla fine vittima della propria affabulazione: e così la finzione che l’operatore bancario è costretto ad inscenare per convincere il malcapitato utente di turno si ritrova a compiangerlo e a piangere con lui quando viene travolto dai meccanismi finanziari che lui stesso ha contribuito a nutrire.
È un riso della finzione sulla finzione, laddove la finzione scenica porta in giro quella quotidiana per poi svelarla brutalmente vis-à-vis al pubblico che diventa in quel momento la scena: il vocabolario rigido di termini utilizzato dal consulente (stato, diversificazione, progetto, profitto, avvenire, etica, trasparenza etc.) diventa il canovaccio di una facile improvvisazione con cui quest’ultimo spinge l’utente a cadere nella propria rete e al contempo lo tiene volutamente lontano dai tecnicismi incomprensibili della finanza e dalla loro vera natura(azione, obbligazione, fondo di risparmio, fondo pensione); ma alla fine quel canovaccio è deriso e svestito ironicamente, e il mantra buono del consulente viene riproposto nella sua verità: “on s’occupe de votre avenir” diventa perciò “on s’en fout de votre avenir”.

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Il canto rende bella la vita , e coloro che cantano rendono bella la vita degli altri Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Cameristica ®
Scritto da Katia Cherubini   
Sabato 18 Giugno 2016 21:49

 

 

Il titolo riporta un'affermazione di Zoltan Kodaly (1882-1967), uno dei maggiori compositori ungheresi del Novecento.
E il
cantare in coro è sicuramente un' attività che porta ad un approccio attivo verso la musica e l'unica che permette di “educare” centinaia, migliaia di persone, dal momento che ognuno possiede lo strumento utilizzato. “Prima di creare strumentisti è importante creare coristi, perché una cultura strumentale non può diventare cultura di massa".
La manifestazione, organizzata nell'ambito delle iniziative promosse dalla
FENIARCO ( Federazione Nazionale Italiana Associazioni Corali), dall’ARCC ( Associazione Regionale Cori Campani) e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in occasione della Festa della Musica Europea 2016, ha avuto luogo presso la Domus Ars, Centro d’Arte, Musica e Cultura, in via Santa Chiara a Napoli, il 17 giugno 2016 alle ore 19,30. Con l'occasione l'ARCC ha anche festeggiato il suo 20° Anniversario di attività dell' Associazionismo Corale in Campania che, ad oggi, comprende circa 35 realtà corali regionali con rappresentanti di tutte le province campane.
La serata
ha avuto come protagoniste cinque prestigiose compagini vocali, napoletane di nascita, ma note anche nel resto d’Italia: ad aprire la kermesse la corale del Buon Pastore, diretta da Gianfranco Manfra, fondata nel 1991, che ha allietato il pubblico presente con brani d'autore contemporanei (Zero, De Andrè, Frisina e il compositore norvegese Lovland) rivisitati polifonicamente dal M°Manfra; il Coro Polifonico “Luna Nuova” , nato nel 2006 dall’unione di più gruppi canori, è stato diretto e accompagnato al pianoforte dal maestro Antonello Cipriano ( che, per l'occasione, ha sostituito il direttore Carmine Matino) in un repertorio che da Faurè è giunto a Gershwin passando per G.P.da Palestrina. Il coro Vox Nova, diretto dal M° Angela Merola, nato nel 2005 e formato da coristi che, in un'ottica di promozione, ricerca e diffusione della cultura musicale e le sue tradizioni nell’ambito nazionale, hanno presentano alcune delle canzoni napoletane più conosciute, amate e cantate in tutto il mondo, ovviamente revisionate per coro, Cicerenella, Reginella, Torna a Surriento , Munasterio e Santa Chiara, per chiudere con Era de Maggio.
Il clou della serata è stato raggiunto con l'esecuzione del Coro Polifonico Domini Cantus, nato nel 2011, diretto dal M° Vincenza D' Ambrosio, che con la sua verve artistica, trasmette la passione per la musica ed il gusto di cantare e di stare insieme in un cammino di ricerca e di sperimentazione sulla “coralità”, accostandosi ad un particolare repertorio polifonico a cappella del periodo che va dal ‘500 al contemporaneo, in linea con il desiderio di cimentarsi in sfide esecutive attraverso il canto, seguendo percorsi poco frequentati in Italia.

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