Border: sulla soglia del Fantastico

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Lo sguardo chiuso in una maschera neandertaliana, il naso bitorzoluto su cui grava la fronte prominente, la dentatura guasta e affilata, insieme alla restante disarmonia del corpo, rendono Tina una guardia molto particolare, impiegata presso la frontiera svedese. La sua efficienza deriva da un’abilità eccezionale: Tina è in grado di annusare le emozioni umane, qualunque esse siano, dalla paura alla vergogna. Questa capacità consente d’individuare eventuali malintenzionati al loro passaggio per la dogana. È il caso di un uomo benvestito, che in realtà si scopre nascondere del materiale pedopornografico. Finché un giorno, tra i vari odori, Tina ne percepisce uno da cui si sente turbata: è l’odore di Vore, il quale, simile a lei nell’aspetto, sembra condividere la sua stessa natura. Dall’incontro nasce un’alchimia, un amore, ed anche una rivoluzionaria presa di coscienza. Tina e Vore, infatti, sono due troll.

Ogni mitologia ha le sue figure liminari. In quella greca, oltre alle molte creature ibridate, quali sirene, ciclopi, minotauri e centauri, troviamo anche la Kore, la fanciulla posta a metà tra due mondi: uno superiore, fecondo, rischiarato dalla luce del giorno; l’altro ctonio, sterile e tenebroso. Kore per eccellenza è infatti Persefone, figlia di Demetra, rapita per amore dal signore degli inferi e quindi trasportata nelle profondità tartaree. Grazie all’intercessione materna, Persefone può risalire per sei mesi sulla Terra, ma da quel momento la sua esistenza è condannata ad un’eterna precarietà, ad un continuo sostare presso il limite, senza mai appartenere del tutto al mondo di Demetra, né all’oltretomba su cui regna Ade.
Fantastico e folclore, in ogni epoca e latitudine, traboccano di figure analoghe, intermediarie tra sfere opposte pregne di significato: il vampiro, proveniente dalle terre slave, emblema di una vita inesauribile che non accetta i vincoli della morte; lo zombie, cadavere animato mediante la magia, secondo l’originaria accezione haitiana; lo spettro, latenza spirituale ricorrente presso molte civiltà; il licantropo, la cui metamorfosi notturna ci è narrata sin dai tempi di Petronio; e quindi il troll, nella cultura nordica, simbolo di forza panica e primordiale.
Sono figure appartenenti al fantastico, al meraviglioso, e su di esse si abbatte sistematicamente la critica illuminista che i philosophes francesi conducono, durante il Settecento, contro le religioni e contro il folclore. Eppure esiste una scappatoia, una zattera su cui queste figure possono issarsi e sopravvivere, ed è la letteratura fantastica, nata proprio nel pieno della crociata razionalista, a dimostrazione del fatto che il sovrannaturale scaturisce  sempre dall’istituzione di un confine apparentemente inviolabile, un ostacolo necessario a innescare le trasgressioni del mistero. In altre parole, ad un maggior controllo razionale reagisce una più violenta forza irrazionale. Il confine genera rovesciamento, ambiguità, contraddizione, e funge così da stimolo al suo stesso superamento.

Illustrazione di John Bauer, “La principessa e i troll”, 1913

Lo scrittore svedese John Ajvide Lindqvist mostra di avere a cuore il tema, dapprima scrivendo il romanzo vampirico Lasciami entrare, divenuto un best-seller trasposto al cinema per ben due volte, e poi il racconto Gräns (Confine, dal quale è tratto il film Border), nella raccolta Låt de gamla drömmarna dö (Lascia morire i vecchi sogni, da noi edita col titolo Muri di carta). In entrambi i casi, abbiamo dei personaggi che patiscono il polimorfismo delle loro identità, e che cercano con affanno un equilibrio tra l’umano e il mostruoso, scoprendosi per l’appunto “creature di confine” costrette a muoversi clandestinamente negli interstizi fisici e morali del quotidiano.

Tina, protagonista di Border, attraversa all’inizio una fase d’integrazione che le permette d’indossare un’uniforme alla dogana, ma che di fatto la degrada a poco più di un animale da fiuto. L’accettazione in realtà è solo apparente. Il compagno col quale convive, disinteressato alla sua presenza, sfrutta la situazione per avere un tetto sopra la testa, e qualche volta per mendicare da lei del sesso. Persino il padre, più avanti, confesserà di averla adottata, sottraendola ad una coppia di troll imprigionati, soltanto per soddisfare un egoistico desiderio genitoriale. C’è dunque, nei suoi confronti, una forma ipocrita di tolleranza, ispirata da un principio di funzionalità. Che agisca da figlia, da affittacamere, o da cane poliziotto, Tina ha sempre un compito al quale adempiere. A lei vien detto implicitamente: “Ti accogliamo tra noi, malgrado la tua difformità, purché tu serva a qualcosa.” Il discorso suona dolorosamente attuale, e qui come altrove, si collega ad un certo razionalismo settecentesco, artefice del Grande Internamento di cui parla Foucault: l’isolamento del criminale o del folle come strumento di decontaminazione sociale. Chi si mostra inutile, o irriducibile alla norma, viene rinchiuso. Non a caso la comunità di troll, alla quale appartengono i veri genitori di Tina – sul piano formale nient’altro che una minoranza fedele alle proprie tradizioni – viene spazzata via da uno dei simboli dell’ordine illuminista, il manicomio. E cioè il massimo punto d’irraggiamento della forza repressiva che, dopo il Settecento, avrebbe dominato anche il secolo XIX, e la cui naturale evoluzione sarebbe poi divenuta il lager nazista. I genitori di Tina muoiono (o si lasciano morire, non è chiaro) durante la prigionia; e quando lei ne ritrova le tombe anonime, vicino all’ospedale, esse ricordano un memoriale della Shoah.

Nel frattempo ogni confine psicosessuale, biologico o comportamentale, è trasceso da Tina senza che ne provenga però una completa liberazione. Vore le insegna ad accettare il suo corpo, prima declassato ad errore genetico, ed ora invece sciolto in uno slancio vitalistico; le dona inoltre un passato, confidandole la storia del loro popolo. Tina scopre chi era, o meglio, chi avrebbe dovuto essere. Eppure rifiuta di abbracciare l’ideologia vendicativa di Vore, destinata a diffondere odio e sofferenza, nonché ad alimentare senza sosta il conflitto tra uomini e troll. Il cinismo del compagno, partecipe delle malefatte umane, la spaventa, e Tina vi contrappone quel senso di giustizia e di bontà che la contraddistinguono, e che secondo lei prescindono dalla razza di appartenenza. In questo modo, ancora una volta, Tina si trova sospesa tra due estremi nei quali non si riconosce appieno. Il suo merito è quello di aver fluidificato i confini identitari, smascherandone l’inconsistenza. Le apparenze, adesso lo sa, ingannano sempre: i veri mostri non di rado indossano l’abito della rispettabilità, sotto il quale si macchiano dei crimini più efferati, mentre gli innocenti come Vore, in nome dell’odio, possono mutare a loro volta in carnefici. Ma dove conduce questa consapevolezza? Ad una nuova solitudine, più disperata, e forse più autentica, vissuta nel rigoglio dei boschi, dove Tina si abbandona ad una sorta di regressione tanto energica quanto malinconica. Fin quando l’amore per un figlio inatteso, partorito e fattole recapitare da Vore, non riaccende la speranza, insieme alla prospettiva di un viaggio verso una nuova comunità di troll sopravvissuta in Finlandia.

Vincitore a Cannes del premio Un Certain Regard, e candidato agli Oscar per il Miglior trucco, Border vanta ambientazioni suggestive, per metà urbane e per metà silvestri, le prime più algide e insidiose, le seconde romantiche e sorgive, nel solco del lirismo tipicamente scandinavo. L’intesa tra i due protagonisti (Eva Melander ed Eero Milonoff) è palpitante, sincera, capace di fondere il fiabesco col feroce, e la recitazione non esce mai intralciata dal riuscitissimo trucco prostetico, la cui preparazione ha richiesto ogni volta più di quattro ore. 

A raccontare questa fiaba contemporanea s’impegna il regista Ali Abbasi. Iraniano di nascita, europeo di adozione: ha studiato prima a Stoccolma, poi a Copenaghen, dove tuttora vive. Una coincidenza nient’affatto casuale: Abbasi non ha rinunciato al passaporto iraniano, e per partecipare ad un festival cinematografico negli USA, ha dovuto ottenere un raro permesso speciale. La sua ibridazione territoriale si accorda perciò all’instabilità dei personaggi da lui inquadrati, conferendovi un prezioso valore di testimonianza e di denuncia. Quale modo migliore di sottolineare l’usuale rigidezza che noi stessi, per convenzione, assegniamo ai confini?

Emanuele Arciprete

BORDER – CREATURE DI CONFINE

VOTO: 8/10

Anno: 2018
Regia: Ali Abbasi

Soggetto: John Ajvide Lindqvist
Sceneggiatura: Ali Abbasi, Elisabetta Eklöf, John Ajvide Lindqvist
Paese di produzione: Svezia, Danimarca
Fotografia: Nadim Carlsen
Montaggio: Olivia Neergaard-Holm, Anders Skov
Musiche: Christoffer Berg, Martin Derkov
Costumi: Elsa Fischer
Trucco: Göran Lundström, Pamela Goldammer, Erica Spetzig
Interpreti: Eva Melander, Eero Milonoff, Jörgen Thorsson, Sten Ljunggren
Genere: Fantastico

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About Author

Ho 29 anni, vivo tra Bologna e Napoli. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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