Il dramma di una governante

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Il rimorso che accompagna una vita, accade a Leopoldo Platania che da Caltanissetta parte per Roma, verso una nuova esistenza, borghese e salottiera, fatta di giuste frequentazioni e di costumi disinvolti, a goderne soprattutto Enrico, il figlio che vive con lui, e la nuora Elena. La Sicilia appare un mondo lontano, intriso di ipocrisia e pregiudizio, destinato a consumarsi, ma alla modernità romana Leopoldo sembra non aderire bene, o meglio fa del suo meglio. Il nuovo abito mentale non calza come si deve, lui meridionale oltre che cattolico, ma secondo una sua particolare convenienza, giusto per tacitare la coscienza, infatti non va in chiesa, e questo senza troppi rimorsi. Caterina Leher è la nuova governante, donna integerrima e di religione calvinista, un personaggio audace e ante litteram, la cui drammatica scelta finale forse riuscirà a fare capire la realtà degli altri.

La Governante di Vitaliano Brancati, scritto nel 1952, fu un testo molto discusso e censurato, almeno fino alla prima rappresentazione in Italia nel ’65, con la moglie di Brancati in scena, Anna Proclamar indimenticabile signora del teatro nei panni di Caterina. Un testo che per lo scrittore riuscirà ad essere solo profetico, infatti morirà un anno dopo averlo scritto, risparmiandosi l’odiosa censura che ne impedirà la rappresentazione per ben tredici anni. L’allestimento della Compagnia dell’Eclisse in scena al Teatro Genovesi di Salerno, con la regia di Marcello Andria, è uno scavo ben riuscito nel testo e nei personaggi, ognuno in una condizione da cui difficilmente, sembra dirci l’autore, ci si allontana del tutto. L’intreccio, ardito per l’epoca, racconta l’omosessualità della protagonista, inizialmente soffocata, poi come un fiume in piena, causa indiretta di un rimorso senza scampo.

Caterina, una Marianna Esposito versatile e profonda, desidera Jana la giovane cameriera dei Platania, oggetto anche delle smanie di Enrico, ma soffoca il suo istinto ribaltando pesanti sospetti proprio sulla ragazza, licenziata in tronco da Leopoldo dopo la presunta scandalosa rivelazione. Siamo in un’Italia piena di tabù ed intenzioni moralizzatrici, dove la ‘diversità’ sessuale deve essere nascosta, vissuta quantomeno tra peccato e immoralità. Enrico, sua moglie e lo scrittore Alessandro Bentivoglio, interpretato da Mario De Caro sono lo spaccato di una certa società romana che lo scrittore, giunto a Roma dalla Sicilia come il protagonista del dramma, imparerà a conoscere, descrivendone i vezzi anche con tratti caricaturali, ma denunciando manchevolezze e poca virtù. I personaggi che vengono fuori sono acuti ed emblematici, sempre molto reali, e non importa se tratteggiati anche in modo caricaturale. Enrico, interpretato da Marco De Simone, falsamente permissivo nei confronti della moglie, da buon siciliano ha il chiodo fisso delle donne, da buon padrone vorrebbe approfittare anche di Jana, la piccola cameriera siciliana interpretata daAnnalaura Mauriello, cioè la serva come nella arcaica tradizione baronale siciliana. Elena, una frivola Marica De Vita, è moglie in apparenza emancipata ma fedele al marito, è il volto salottiero e superficiale di questo bel mondo, cui appartiene anche lo scrittore cascamorto e alla moda, che stigmatizza, per chiara volontà dell’autore, la miopia culturale di un Paese ignorante e strabico, con lo sguardo ai propri affari e uno scarsissimo senso del collettivo.

Lo scrittore ha un occhio impietoso, distante dai perbenismi ipocriti mostra la distanza tra etica calvinista e morale cattolica, agita lo scontro tra coercizione e libertà, senza però abbandonare mai una vaga empatia umana. Quella del protagonista, che Enzo Tota rende al meglio, conferendo al personaggio, oltre una connaturata veemenza anche tratti di pacatezza e riflessione malinconica. Leopoldo di fronte al rigore morale di Caterina resta prima sorpreso, poi ammirato ha un cedimento, racconta di quella ‘colpa’ che non lo abbandona mai, una figlia che si era suicidata a causa sua, la stretta licenziosa di un giovanotto in un ballo che aveva scatenato la gelosia del padre ed i pregiudizi tradotti in riprovazione. La Caterina interpretata da Marianna Esposito, sempre all’altezza e pienamente nel personaggio, rende magnificamente la rigidità emotiva e di atteggiamenti della donna, un fare dubbioso che esplode in un finale rivelatore e disperato, la varietà dei registri recitativi si apprezza molto. Un dramma psicologico che cresce sullo sfondo di un perbenismo sociale in nome, che appena un anno prima, aveva fatto gridare allo scandalo per i fatti osceni imputati all’immorale Pier Paolo Pasolini. Il testo penetra nella carne viva di una società ancora arretrata (e non solo la Sicilia,certo!) che vorrebbe spacciarsi per altro, pronta a giudicare e censurare, additare e condannare, erano i tempi in cui un apposito ente “bollava” i film usciti in Italia con giudizi morali.

Quel clima da bon ton culturale di sapore democristiano e quella parte di società romana fatua e frizzante sono sul palcoscenico grazie ad una regia che fa vivere e respirare i personaggi, rispettandone i tempi psicologici e le verità di ognuno. Felice Avella per la direzione artistica, la scenografia di Luca Capogrosso e la direzione di scena e costumi di Angela Guerra confezionano la perfetta atmosfera per un teatro che non accusa ritmi in caduta ed il privilegio del testo è una scelta felice che inquadra la vicenda che reclama il rigore della fedeltà. Il disadattamento del protagonista, poi, va oltre la verve recitativa, segno di uno sforzo di adattamento alla nuova realtà, ed il finale dell’incontro con Caterina squarcia nuovi orizzonti. Le convinzioni hanno una loro fragilità e non devono mai impedire la comprensione dell’altro. Intanto il lato oscuro della donna stride con il suo rigore morale, colta in flagranza con Francesca, la nuova cameriera interpretata da una ninfea Giorgia Casciello, deciderà il suo ‘finale di partita’ non perdonandosi, si condannerà più per il tradimento etico di avere accusato ingiustamente piuttosto che avere peccaminosamente desiderato Jana.

Oggi resta poco di quella pruderie che fece gridare scandalo, l’opera ha una sua attualità perché affronta pulsioni segrete e laceranti, che impongono una scelta. Si potrà riflettere anche su dove è arrivato il Paese per non tacciare di anacronismo il ritratto sociale dello scrittore, scevro da ogni retorica e così teatralmente spesso, che restano molte tracce, emotive e cognitive, impigliate nei calorosi applausi finali. Teatro che non è mai esercitazione di stile, ma specchio di vita nel perenne gioco pirandelliano dell’essere e dell’apparire. Visto e apprezzato il 25 febbraio 2017, si replica sabato 5 marzo, ore 21.00 e certamente non sarà un ultima rappresentazione.

Marisa Paladino

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