Jesus è un punto di domanda

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Jesus è un punto di domanda da cui muove l’omonimo spettacolo dei Babilonia Teatri che abbiamo visto al Piccolo Bellini di Napoli. Dopo un attacco – in cui trascina ed issa in un sacco nero quello che poi scopriremo essere un agnello sacrificale – scandito dalle note straussiane di “Così parlò Zarathustra”, Valeria Raimondi intona una flamencata elencazione per mostrandoci come questa figura “ che è stato uomo, diventata una religione, diventata un credo, un simbolo, una speranza, un rifugio, un bersaglio”, sia presente con superficialità nella nostra realtà ben poco spirituale e cannibalesca, per analizzare e smascherare i luoghi comuni che la accompagnano, per demistificare questa icona evergreen, mercificata, usata ed abusata, sino a spararci addosso, a mo’ di coriandoli, folate di santini che la raffigurano. “Jesus è il nome del fidanzato di Madonna, Jesus è un paio di jeans, Jesus è una miniserie televisiva, Jesus gioca nell’Inter, Jesus tifa per suor Cristina, Jesus è il miglior amico del grande Lebowsky, Jesus è l’uomo più famoso del mondo, Jesus lo conoscono tutti, Jesus è di tutti, tutti per Jesus Jesus per tutti”, mentre papa Bergoglio è un volto da copertina da comprare, da consumare, da archiviare che ritroviamo sugli scaffali di librerie e autogrill, “Francesco vita e rivoluzione, preghiamo con Francesco, i racconti di papa Francesco, papa Francesco la vita e le sfide”.
Il testo di Enrico Castellani recitato da Valeria, donna torero, dissacrante nell’arena rituale e liturgica, tra un ritmo rap, un brano rock, uno slogan pubblicitario, ci rimanda al nostro bisogno di Dio, alla nostra ricerca di senso. Jesus è la domanda che non trova risposta: è il suo bambino di tre anni, Ettore che sulla tavola imbandita della Vigilia di Natale si interroga: “perché il bambinello deve ancora nascere e sulla parete della sala è sofferente in croce, perché deve morire? Tutti devono morire? Ma se lui muore, e poi risorge, risorgiamo anche noi? Perché si muore mamma?” Una rappresentazione potente che potrebbe apparire blasfema, ma a ben intendere è assolutamente tutt’altro, un autentico e sincero inno alla sacralità, essenziale, senza orpelli, senza ori, senza incenso e mirra, senza resurrezione, senza inferno, con il paradiso subito, per tutti e di tutti. Forse è meglio un «My personal Jesus che non entri nella privacy, che non scenda, che non venga a farmi la predica, a parlarmi, a interrogarmi, a chiedermi di seguirlo né di conoscerlo.»
Si procede per scene ad alto impatto emozionale: perturbante è la scena dell’agnus dei, calato dall’alto del palco, legato e pronto per essere cucinato al forno su di un tappeto di patate, seguendo i consigli di una ricetta gustosa; ieratica è quella con Valeria in abito bianco che ci recita la sua preghiera laica: “Credo nelle chiese di pietra, nella loro capacità di attrarre e spaventare, di interrogarci sul tempo sul senso sull’enigma dell’uomo e del mondo, credo nelle chiese di pietra, dove si pensa, si medita, ci si rigenera”. Luoghi, spazi intrisi di bellezza in cui raccogliersi, per entrare nella nostra intimità ed in contatto con l’anima del mondo. Un senso forse c’è, ed è di commovente intensità la scena finale quando Enrico e Valeria insieme, immagine dell’antica progenie nudi ed innocenti, senza colpa e peccato, in un sapiente gioco di luci e penombra, sulla melodia stupenda di “Hallelujah” di Leonard Cohen interpretata da Jeff Buckley, si sfiorano, abbracciandosi e baciandosi.
La sacralità dell’amore sembra essere la risposta del nostro stare al mondo, senza illusioni ma con la consapevolezza che rispetto alla nostra finitudine un sentimento profondo che si incarna, che si fa senso, che si fa anima può essere divino, può essere resurrezione. Forse il paradiso può essere ora, qui, di tutti. Amen. Jesus visto martedì 21 marzo 2017, di Valeria Raimondi, Enrico Castellani e Vincenzo Todesco, scene: Babilonia Teatri, luci e audio: Babilonia Teatri/Luca Scotton, costumi: Babilonia Teatri/Franca Piccoli, applauditissimo, da non perdere assolutamente al Piccolo Bellini sino al 26 marzo.

Dadadago

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