Il Madrigale alla Corte d’Inghilterra e la Monodia italiana

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A cavallo tra 1500 e 1600 l’Inghilterra visse un periodo di crudo assolutismo e splendente fioritura culturale, opposti che al giorno d’oggi appaiono inconciliabili, ma che la regina Elisabetta I incarnò perfettamente, portando verso l’egemonia sui mari quelle Isole che dal mare stesso erano state tenute in disparte nei secoli precedenti.
Fu l’epoca del Teatro Shakespeareano e della Monodica accompagnata, il primo secondo alcuni nato in Italia e fuggito alle persecuzioni della Controriforma, la seconda certamente importata dalla Penisola mediterranea come dimostra la stampa di madrigali di autori italiani tradotti in inglese riconducibili alla raccolta Musica Transalpina (1588).
Proprio al confronto tra repertorio seicentesco inglese ed italiano è stato dedicato il concerto dello scorso 25 gennaio organizzato dall’Associazione Scarlatti nella consueta location del Teatro Sannazaro; il programma ricco di ayrs, madrigali ed intavolature per liuto è stato eseguito da un trio di barocchisti eccezionali:

Roberta Invernizzi (soprano), Franco Pavan (liuto e tiorba) e Ugo di Giovanni (liuto e arciliuto). I nomi dei tre artisti parlano da sé, non c’è dunque bisogno di citare le collaborazioni con Harnoncourt ed Abbado della Invernizzi, gli apprezzamenti di Rinaldo Alessandrini, Antonio Florio e Alan Curtis che ha ricevuto Ugo di Giovanni o le esibizioni di Franco Pavan con il Concerto Italiano, la Cappella Neapolitana o ancora la sua carriera di musicologo; la loro fama ha attirato un alto numero di spettatori le cui aspettative non sono state disilluse. 
L’abbandono della polifonia a favore della monodia accompagnata può e deve essere letto parallelamente all’evoluzione del liuto e alla nascente pratica del basso continuo.
In Inghilterra il nuovo genere musicale giunge tardi, è del 1597 infatti il primo libro di intavolature composto dal celebre liutista John Dowland, mentre del 1609 è “New citharen lessons” opera didattica di Robert Johnson. Di questi autori sono le composizioni ascoltate nella prima parte del concerto che si è conclusa con arie del tardo seicento di Henry Purcell, la cui fama è dovuta maggiormente alle opere teatrali.
Per il repertorio italiano la voce della Invernizzi, unanimemente riconosciuta come punto di riferimento per la vocalità barocca, è stata accompagnata dalla tiorba di Franco Pavan e dall’arciliuto di Ugo di Giovanni in linea con l’uso del tempo; tiorba ed ariciliuto, distinti tra loro per la diversa accordatura, presero infatti il posto del liuto rinascimentale rispetto al quale presentano un’aggiunta di corde di bordone non tastate. A dare lustro a questi strumenti fu Giovanni Girolamo Kapsperger che per la sua bravura nel suonare e per la sua opera didattica venne detto “Tedesco della Tiorba” e del quale abbiamo ascoltata una Passacaglia ed un’Arpeggiata. In un programma dedicato alla monodia non potevano certo mancare le composizioni di coloro i quali con l’uso di cromatismi e madrigalismi portarono a compimento quel processo per “far che l’oratione sia padrona del armonia e non serva”, parliamo naturalmente di Claudio Monteverdi e Giulio Caccini. 
Per celebrare quest’ultimo, di cui ricorre il quarto centenario dalla morte come ha giustamente ricordato il maestro Pavan, gli interpreti si sono esibii in un fuori programma dedicato agli amori del compositore: la musica e la botanica raccolti nel celebre madrigale “Amarilli, mia bella”. 

Emma Amarilli Ascoli

Foto di Emanuele Ferrigno

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