Carmina Burana: sonorità gotiche e architetture greco-romane a Catania

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Non tutte le ciambelle riescono col buco, si sa. E sicuramente qualcosa è andato storto venerdì  6 luglio 2018, per il concerto finale della scarna Stagione estiva del Teatro Massimo Vincenzo Bellini, tenutosi nella suggestiva sede del Teatro Greco Romano di Catania, e che vedeva in programma l’esecuzione dei Carmina Burana di Carl Orff. Perché, al di là della inadeguatezza  della sede ( con annesse saracinesche che si chiudevano, latrati di cani in lontananza, e lotta greco romana tra felini) , era l’atmosfera a mancare di qualcosa. Tutti conoscono  e apprezzano il magnifico Coro del teatro, per cui non si riesce a comprendere cosa sia avvenuto nel cambio della guardia ( ovvero avvicendamento tra i maestri Garatti Ansini uscente, e Luigi Petrozziello entrante, e nello specifico anche direttore del concerto) per presentare una compagine così diversa da quella ascoltata fino al mese scorso e che unanimi consensi aveva riscosso. Lo stesso non può dirsi per l’esecuzione dei celebri Carmina, dove gli Artisti non parevano a proprio agio nell’affrontare la complessa e bellissima partitura  che già tante volte avevano eseguito con esiti  migliori .  Il risultato non è attribuibile al nuovo Maestro del Coro , troppo recentemente chiamato alla guida della compagine etnea, piuttosto a determinare il risultato finale può aver contribuito la scelta di un organico strumentale ridotto – del tutto legittima ma inadatta allo spazio destinato all’esecuzione – e la a divisione in piccolo e grande coro, che  metteva ancor di più in risalto la ormai eccessiva esiguitá dell’organico e, forse, anche la passata freschezza delle voci, soprattutto sopranili, che nei filati erano costrette a sforzi davvero notevoli. L’insieme delle condizioni non ottimali ha anche  determinato  un evidente e grossolano errore di intonazione in “Si puer cum puellula “ che ha condizionato tutto il brano.
Notevole la prova degli strumentisti, in particolar modo dei percussionisti, ovviamente impegnatissimi nel corso della serata; buono l’apporto dei due pianoforti (Alistair Sorley e Paola Selvaggio ) apparsi un po ‘ sottotono; tutti probabilmente alquanto spiazzati dalla gestualità del concertatore. Precisi gli interventi del Coro di voci bianche “Gaudeamus Igitur Concentus” sulle cure di Elisa Poidomani. Corretta ma non entusiasmante  la prova dei solisti, Carmen Maggiore soprano, Domenico Mennini tenore (con troppo evidenti cambi di registro nel suo “Olim lacus colueram “) e Carlo Checchi baritono ( dall’ottimo falsetto ).  Peccato non aver potuto ascoltare nella cavea anche le voci, presenti tra l’altro in platea,  scritturate per “Il barbiere di Siviglia ” fantasma, comparso e scomparso immediatamente dal cartellone . Ma questa è un’altra storia. … (Antonio Mangiagli)

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