“Rope” di Alfred Hitchcock: estetica di un delitto che l’Italia ha censurato

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Film decisivo, film-esperimento, film-svolta. “Nodo alla gola” è tanto famoso quanto poco visto.

Così Natalino Bruzzone e Valerio Caprara parlano di Rope (in italiano Nodo alla gola, 1948), diretto da Alfred Hitchcock, opera celebre per la soluzione di mantenere la continuità spaziale e temporale attraverso un unico piano-sequenza.
La tecnica, che dà la possibilità di seguire l’azione narrativa in tempo reale, è tuttavia solo apparente, poiché deriva dalla successione di otto
long take (letteralmente: lunghe inquadrature) i cui stacchi, inevitabili a causa dell’esaurirsi della pellicola, vengono mascherati con precisi movimenti di macchina: circa ogni dieci minuti, mediante un montaggio interno, i quadri intermedi si soffermano su libri, mobili o giacche, in modo da interrompere la scena e permettere la sostituzione della pellicola.

Ma l’esperimento avanguardistico coinvolge l’intero set del film, dove la cinepresa si muove su di un dolly, seguendo alcune indicazioni tracciate a terra, mentre le scenografie si sfaldano e ricompongono intorno agli attori, per consentire alla MdP di spostarsi senza interruzioni tra un ambiente e l’altro.
Fuori dalla finestra, invece, si staglia un ciclorama di New York, il più grande mai realizzato per un teatro di posa: si tratta di una raffigurazione della città, arricchita di modellini in scala dell’Empire State Building e del Chrysler Building, con l’ausilio di luci al neon (circa 200), di fumo proveniente dai camini, persino di nuvole realizzate in vetroresina che si spostano col passare del tempo, e ben 8000 sono le lampadine ad incandescenza impiegate per illuminare il profilo cittadino a seconda del momento della storia (che inizia di giorno, procede col tramonto e termina al crepuscolo).

La genialità di Rope emerge ad ogni livello, grazie ai dialoghi accattivanti, alla costruzione lucidissima e alle interpretazioni cariche di pathos ed eleganza – una su tutte, quella luciferina di John Dall.
Merito anche dei vari riferimenti letterari (Gide, Dostoevskij, Nietzsche, Poe), ai quali s’ispirano le motivazioni degli assassini, fondate su principi estetici, cinici e terribilmente attuali, specie per l’anno di uscita del film: il 1948. Si parla infatti di superuomini, di superamento della morale, di privilegio del delitto… o meglio, tali argomenti sono affrontati nella versione originale, mentre in quella diffusa da noi in Italia – provvista comunque dell’ottimo doppiaggio di Giuseppe Rinaldi, Gianfranco Bellini e Gualtiero De Angelis – il senso dell’intero film viene pesantemente stravolto. Se da una parte i due protagonisti hanno piena coscienza di commettere l’omicidio dal quale prende avvio la storia, nella versione italiana la morte diviene piuttosto un tragico incidente, la conseguenza di una lite, un disgraziato imprevisto alle cui conseguenze i due assassini tentano di sfuggire. Ciò accade perché, sul piano morale, è molto più accettabile che due uomini uccidano accidentalmente in seguito ad un litigio, invece di credere che agiscano per assecondare un impulso aristocratico di selezione naturale e, quindi, di darwinismo sociale. A farne le spese è l’intelligenza della storia, basata su di una crudeltà perversa che non a caso, nelle stesse battute dei personaggi, tira in ballo Hitler, Nazisti e Fascismo (e proprio riguardo questi ultimi, Brandon/John Dall dichiara: «Li impiccherei tutti!», ma ovviamente la frase da noi scompare). Nascono inoltre una serie di illogicità strutturali, come il fatto che il delitto di apertura venga commesso indossando dei guanti, il cui uso resta però immotivato se davvero non sussiste premeditazione; senza contare la parossistica frenesia di Brandon, pronto a sfidare l’acume di Rupert (James Stewart) in un modo tanto superbo e autolesionista da far calare sul personaggio, anche nella sua resa italiana, un’ambiguità allucinata non così estranea alle vere intenzioni degli autori. Eppure non ci è dato sapere se la coincidenza sia casuale, o se piuttosto si tratti di un qualche salvataggio operato dagli adattatori per aggirare i limiti dell’etica formale.

Allo scopo di comprendere l’entità della censura, basterà confrontare i due dialoghi iniziali, il primo originale, il secondo doppiato.

VERSIONE ORIGINALE

«Phillip, non abbiamo molto tempo. È questa penombra ad intristirti. Nessuno si sente sicuro al buio. Non chi è stato un bambino. Apro le tende, va bene? Ecco. Così va molto meglio. Che splendida serata. Peccato non averlo fatto con le tende aperte e la luce del sole. Be’… non possiamo avere tutto, no? L’abbiamo fatto in pieno giorno. […] Ho sempre desiderato avere più talento artistico. Ma anche l’omicidio può essere considerato un’arte. Il potere di uccidere può essere gratificante quanto il potere di creare. Phillip, ti rendi conto che l’abbiamo fatto esattamente come avevamo previsto? Neanche il più piccolo dettaglio è andato storto. È stato perfetto. Un delitto impeccabile. Abbiamo ucciso per il gusto del pericolo e per il gusto di uccidere. Siamo vivi, completamente e meravigliosamente vivi. Noi e quest’occasione meritiamo ben più dello champagne. La paura è passata, vero, Phillip? Non puoi avere paura. Né tu né io possiamo averne. È ciò che ci distingue dagli uomini comuni. Loro parlano del delitto perfetto, ma non lo commettono. Nessuno uccide per il gusto dell’esperimento. Nessuno tranne noi.»

VERSIONE ITALIANA

«Phillip, non c’è tempo da perdere. È stata una vera disgrazia. Chi immaginava questa tragedia dopo una discussione tanto banale. Ma ora pensiamo a salvarci. Bisogna organizzarci. Purtroppo è andata così. Tutto sommato… ha cominciato lui a scaldarsi e ad offenderci, e senza ragione. Ora, di questo triste incidente, bisogna che non sappia niente nessuno. […] Anche questo tragico incidente ha il suo fascino, perché bisogna eludere le indagini. Per fare questo ci vuole un temperamento e uno stato d’animo particolari. Devi renderti conto che, più che nel fatto stesso, l’abilità consiste nel non tradirsi, evitando ogni possibile errore. Ci vuole perfezione. Se ci pensi bene, perché tutti i delitti o quasi vengono scoperti e puniti? Per il movente, cioè la causa che li ha originati. Ma nel nostro caso il movente non lo conosce nessuno. Ormai non sei più spaventato, vero? Non c’è da aver paura, come devo dirtelo? Questo è la differenza tra il nostro e i comuni fatti di cronaca: tutti sono buoni a cavarsi d’impaccio, basta andare alla polizia, dopo però finiscono in carcere perché non sono creduti. A noi non succederà.»

Emanuele Arciprete

ROPE (NODO ALLA GOLA)

VOTO: 10/10

Anno: 1948
Regia: Alfred Hitchcock
Soggetto: Patrick Hamilton
Sceneggiatura: Arthur Laurents
Paese di produzione: Stati Uniti d’America
Fotografia: Joseph Valentine, William V. Skall
Montaggio: William H. Ziegler
Musiche: Leo S. Forbstein
Scenografia: Perry Ferguson, Emile Kuri, Howard Bristol
Interpreti: John Dall, Farley Granger, James Stewart, Joan Chandler
Genere: Thriller

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About Author

Ho 29 anni, vivo tra Bologna e Napoli. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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