“City Burials” dei Katatonia: viaggio oltre la notte

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I corvi di Stoccolma tornano a cantare.
A quattro anni dall’ultimo disco, l’acclamato The Fall of Hearts (2016), e dopo aver celebrato con un’apposita tournée la decennale pubblicazione di Night Is The New Day (2009), i Katatonia lanciano il loro undicesimo album: City Burials. Titolo che, in un mondo sconvolto dal Covid-19, suona tristemente attuale, significando infatti “sepolture cittadine”.
Eppure, analogie a parte, il senso è immancabilmente metaforico. Le esequie del titolo alludono al superamento di un tempo lontano, del quale bisogna spogliarsi come di una pelle morta. Se Night Is The New Day riconosceva nella tenebra il proprio traguardo, invertendo la polarità tra giorno e notte, e su questa scia si muovevano anche Dead End Kings (2012) e The Fall of Hearts, adesso un chiarore, per quanto fioco, sembra riverberare all’orizzonte.

La notte dei Katatonia è un luogo consacrato alla memoria, un mausoleo dove onorare le varie epoche della vita nella loro irripetibilità. Alla base di City Burials poggia una diagnosi definitiva: quella di un malessere alimentato dalle cicatrici. Chi ne soffre, suo malgrado, non sa far altro che misurare con lo sguardo la distanza tra le attuali disillusioni e le vecchie speranze, i sogni andati in fumo, gli amori naufragati. Ogni ricordo tradisce l’insensatezza da cui è contraddistinto il passaggio umano sulla terra. La notte, intesa come osservatorio esistenziale, mostra dunque il tramonto dei vecchi stupori, e al contempo chiarisce l’impossibilità fisiologica di dimenticare. L’uomo è irrimediabilmente un animale nostalgico. Ma ogni oscurità, giunta al proprio culmine, preannuncia sempre l’aurora: una volta presa consapevolezza dell’invecchiamento, arriva anche il momento di autoassolversi.

Sulla copertina del disco vediamo un volto severo, nascosto dal buio, cingere la propria testa con una corona di specchi, come un guerriero nordico che si proclami re. I frammenti di vetro, simili a ramificazioni runiche, simboleggiano allora il fardello del tempo, la cui superficie sappia riflettere il passato ma anche il futuro. E il messaggio è appunto questo: occorre farsi carico della memoria, rigettando il superfluo e traendone la forza per andare avanti.
Il processo di composizione di City Burials è iniziato presto. Jonas Renkse, autore dei testi e di gran parte delle melodie, dichiara di aver collezionato le idee già durante il tour dedicato a The Fall of Hearts. Le registrazioni, iniziate ad ottobre 2019, sono proseguite per un paio di mesi, concludendosi a dicembre, quando Jacob Hensen ha curato il missaggio e il mastering in Danimarca.
Non tragga in inganno, tuttavia, la rapidità di questi ultimi passaggi: tanto la raffinatezza del suono, quanto l’impeccabilità esecutiva, caratterizzano ormai stabilmente la carriera della band svedese. City Burials rappresenta, anzi, l’apice di un incessante affinamento, senza eguali nel panorama del metal contemporaneo, poiché segnato dalla massima cura rivolta all’aspetto produttivo. L’etichetta resta ancora una volta la Peaceville Records, con la quale i Katatonia pubblicano da oltre vent’anni (e cioè dall’uscita di Tonight’s Decision, nel 1999).

Il risultato è un disco complesso, la cui eterogeneità, sorretta da un’eccellente scrittura dei testi, richiede diversi ascolti per essere pienamente metabolizzata. Lo spirito progressive di The Fall of Hearts lascia spazio ad una serie di tracce polimorfe, meno ricche di tecnicismi, ma in compenso aperte alla sperimentazione elettronica, dove il sound dei Katatonia non smarrisce mai la propria solida individualità. Pur predominando le chitarre, dalle armonie cupe e talvolta anche più aggressive del solito, emerge un largo uso di pianoforti e di sintetizzatori, in un impasto di heavy metal, gothic rock e darkwave. Come già in passato, ne deriva la sensazione che i Katatonia, ad ogni nuovo disco, aggiungano un tassello al trentennale viaggio compiuto dentro se stessi.

Il sipario si alza con Heart Set to Divide. La voce trasognata e contemplativa di Jonas ammette di essere stata malata, benché pronta a raggiungere le stelle (“I was sick / but I was set for the stars”); quindi avviene un’apertura aspra, con accordi graffianti che culminano in un coro sommerso: “This is my / elegy for love that couldn’t end”.
Al secondo posto, Behind The Blood – del quale è uscito anche un videoclip – rappresenta una dichiarazione d’amore per l’heavy metal, sulle cui sonorità si è formato il temperamento dei musicisti e anche di tanti ascoltatori. Un riff prepotente, di scuola classica, si scioglie in alcuni assoli dalla grande carica violenta. “You’re a torch to the temple of depression”, canta Jonas, riconoscendo il valore terapeutico svolto da quel genere musicale, sempre capace di penetrare il cuore e di rinfrancare l’animo nei momenti difficili.
Laquer, primo singolo estratto dal disco, spicca come uno dei pezzi più memorabili e innovativi, grazie a una voce sussurrante che va a innestarsi su ritmiche asciutte, di taglio sintetico, dipingendo un quadro espressionista mediante brevi pennellate di parole (“My voice channeling / A circuit’s end / The house we lived in / stricken with blight”).
Dalla languida oscurità di Rein si passa alla freschezza fulminea di The Winter of Our Passing (quasi una risposta al titolo del disco precedente), per poi arrivare al sesto brano, Vanishers: una meravigliosa ballata dall’incedere lento, come una ninnananna provvista della consueta malinconia scandinava. Il canto femminile di Anni Bernhard si unisce a quello maschile di Jonas, rievocando l’analogo duetto di The One You Are Looking for Is Not Here, seconda traccia del disco Dead End Kings (dove la voce aggiuntiva era però della cantautrice norvegese Silje Wergeland). “Who will remain / and wake up to the sound of sorrow?”, domandano le due anime affrante.
Lachesis, al nono posto, costituisce una sorta d’intermezzo, con poche note carezzate sul pianoforte che esprimono soavità e sospensione. Lachesi è nome mitologico, appartenente a una delle tre Moire greche, ovvero colei che, filando senza sosta, assegna un diverso destino a ciascuno degli uomini. Non a caso il testo recita: “Our cards were dealt and what did you receive?”.
A seguire, Neon Epitaph è un pezzo solido, tra i migliori del disco, dalle chitarre spavalde e gli accenni prog. Un vero atto di liberazione, come lasciano intendere i versi del bridge: “Shadow of my shadow / cling not to my grief / I am long left behind now / You are free”.
Il cielo plumbeo comincia a schiarirsi. Se ne ha una conferma col brano successivo, Untrodden, dotato di un lungo assolo, forse quello più intenso di tutto City Burials. Il pezzo sancisce definitivamente il riscatto dal dolore e annuncia tempi di rinascita (“There comes a time for all of us / to set our unfortunate sails / our chance to part with the unrest / the open trail, the fever’s crest.”). Jonas dichiara, a margine, di voler resistere ancora un anno, per vedere se le cose nel frattempo potranno cambiare (“But I’ll stay another year / to see if things might change”).
Infine, come bonus track, troviamo Fighters, magnifica cover di un brano della band svedese Enter the Hunt, il cui semplice e incisivo ritornello (“We’re fighters”) fornisce una chiusa battagliera al viaggio notturno dei Katatonia.

Emanuele Arciprete

KATATONIA – CITY BURIALS

Voto: 8½/10

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Ho 29 anni, vivo tra Bologna e Napoli. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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