“The Mandalorian” – Capitolo XII: Scienza e Postmodernismo all’ombra dell’Impero

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Come ogni cavalcatura eroica che si rispetti, dalla Batmobile di Bruce Wayne al maggiolino sgangherato di Dylan Dog, passando immancabilmente per il Millennium Falcon di Han Solo, anche la Razor Crest su cui viaggia il Mandaloriano dev’essere al più presto riparata. Disastrosi atterraggi su pianeti ghiacciati, cariche di mega-aracnidi e capitomboli nelle acque portuali di Trask ne hanno infatti compromesso lo scafo rendendo impossibile la navigazione interstellare.
Mando decide perciò di far rotta verso il pianeta Navarro. Qui lo attendono due vecchie conoscenze: il gioviale Greef Karga, non più a capo della Gilda dei Cacciatori, e la grintosa Cara Dune, guerriera esperta nei combattimenti corpo a corpo (non a caso interpretata da Gina Carrano, ex lottatrice statunitense). Uniti nel contrastare l’assalto di Moff Gideon al termine della prima stagione, entrambi i personaggi sono ora difensori del pianeta, l’uno come magistrato, l’altra come sceriffo. Grazie alla loro proficua collaborazione, Navarro – pur conservando i suoi scenari inospitali, di natura per lo più vulcanica – sembra essere felicemente rinato. Per strada abbondano i mercati, si passeggia senza preoccupazioni e, tra le varie migliorie, vediamo persino una classe frequentata da giovanissimi studenti.

La cornice scolastica ci fornisce alcuni cenni di geografia starwarsiana (senz’altro noti ai fan più accaniti). Un droide protocollare dello stesso modello di C-3PO, nei panni del maestro, descrive gli strati che compongono la galassia nata dalla fantasia di George Lucas, la cui struttura va dividendosi tra cinque regioni: l’Orlo Esterno, dove per l’appunto sono ambientate le avventure del Mandaloriano,  l’Orlo Intermedio, le Colonie, il Nucleo e quindi il Nucleo profondo dove hanno sede i palazzi della Nuova Repubblica. In realtà il siparietto serve soprattutto a rimarcare delicatamente i poteri telecinetici del Bambino, e cioè il suo intrinseco legame con la Forza, stavolta indirizzato verso i tipici peccatucci dell’innocenza, come la tentazione di sottrarre qualche biscotto al compagno di banco.

Il pericolo, tuttavia, non è del tutto scomparso da Navarro.
Karga e Dune annunciano la presenza di un’ex base imperiale, parzialmente smantellata, che impedisce loro di dormire sonni tranquilli. Non volendo scontentare i suoi amici, in attesa che i meccanici terminino i lavori di riparazione dell’astronave, Mando accetta di unirsi alla scorribanda. Dietro la sua scelta vi è, come sempre in Mandalorian, lo scambio reciproco di favori che consente di raggiungere lo scopo primario mediante un compromesso.
Ai tre personaggi si unisce una quarta figura, un anfibio della specie Mythrol, già introdotto nelle prime scene della stagione precedente, ed ora reinserito come buffa controparte per stemperare l’atmosfera (con risultati non sempre efficaci): lo interpreta il comico latino-americano Horatio Sanz.

Eppure la missione si rivela molto più pericolosa del previsto. Non solo diverse squadre di stormtrooper pattugliano la base da cima a fondo, ma durante l’incursione i quattro intrusi scoprono qualcosa di inatteso e sorprendente: il rapimento del Bambino, a cui puntano con insistenza i cospiratori filoimperiali, nasconde un perverso esperimento eugenetico. Dal sangue prelevato in precedenza alla creatura sta infatti prendendo forma un’ibrida genia di guerrieri sovrumani. Al di là delle apparenze, l’intero edificio è dunque un laboratorio allestito per volontà di Moff Gideon, il quale, incolume dopo lo schianto della propria navicella, progetta adesso una nuova rappresaglia con cui rimpossessarsi della piccola cavia. Gli spettatori già sanno della sopravvivenza di Gideon, ma non il Mandaloriano, che ha così modo di apprendere la verità. Ed è questo lo snodo principale della puntata, nient’affatto di riempimento come si poteva credere all’inizio, ma piuttosto funzionale allo sviluppo della trama.
Mentre ascoltiamo la rivelazione, vediamo una fila di sagome umanoidi immerse dentro grandi vasche opalescenti – spettacolo familiare al cinema fantascientifico, come insegnano Alien IV – La clonazione (1997) o il molto apprezzato La forma dell’acqua (2017). Ed è impossibile non cogliervi uno dei vari leitmotiv che attraversano la saga lucasiana, ossia il tema della manipolazione genetica, dell’alterazione fisica, della riparazione biomeccanica. Tema che in Star Wars, a seconda delle circostanze, assume di volta in volta valore positivo o negativo.
Se Luke perde la mano destra nell’Episodio V, ad esempio, l’arto viene prontamente rimpiazzato, affinché il cavaliere Jedi torni quanto prima a combattere tra le fila dei Ribelli: l’intervento, sul piano morale, ha perciò carattere virtuoso. Viceversa, se nell’Episodio VI spicca la natura per metà robotica di Darth Vader, i cui arti sono anch’essi protesi meccaniche, una sfumatura inquietante avvolge la chirurgia impiegata. Non è una coincidenza che il film esca nel 1983, quando una serie d’innesti corporali, a metà tra la macchina e l’umano, va progressivamente connotando i filoni sci-fi e new horror (per citare qualche titolo, Videodrome risale sempre al 1983; Terminator esordisce nel 1984, anticipato undici anni prima da Il mondo dei robotRobocop è del 1987).

Scendendo più nel dettaglio, notiamo come l’ingegneria genetica assuma sempre tratti negativi in Star Wars. Lontana dal rappresentare una tecnica di riparazione medica, essa produce uno sdoppiamento dapprima neutrale, ma infine catastrofico per gli equilibri della Forza: oltre ad assemblare le schiere di Cloni che, inizialmente impiegate nelle guerre omonime, costituiscono poi il nerbo dell’esercito imperiale (Episodi II e III), questa scienza consente addirittura all’Imperatore di replicare se stesso nello scialbo Episodio IX. La genetica vale, insomma, come strumento del Lato Oscuro.
Caso sui generis, quello dei Midi-chlorian, i microrganismi diffusi nelle cellule di tutti gli esseri viventi, capaci di coesistere in totale simbiosi con la Forza. Dal loro spontaneo agglomerarsi, con un processo simile a quello di partenogenesi, nasce Anakin Skywalker (man mano destinato, suo malgrado, a trasformarsi nel crudele Vader); ed è sempre il loro anomalo conteggio a far sì che Qui-Gon Jinn, esaminato un campione di sangue del giovane tatooiniano, ne intuisca la natura prodigiosa. George Lucas elabora questa teoria nell’Episodio I; ma poi, per timore delle reazioni dei fan, i quali osteggiano una lettura eccessivamente materialista della Forza, rinuncia all’argomento e non lo affronta più nei restanti episodi da lui diretti. Finché adesso, in The Mandalorian, l’ipotesi che il sangue del “simil Yoda”, imbevuto di energia spirituale, possa innescare straordinari cambiamenti nei destinatari delle trasfusioni, sembra riadattare in modo velato proprio quella teoria, con l’aggiunta di un’inedita ombreggiatura frankensteiniana.

Un lungo inseguimento di veicoli militari, nell’ultimo atto della narrazione, regala una sequenza a dir poco trascinante, pur con qualche giocosa forzatura fedele al consueto registro di Star Wars.
Avendo manomesso il reattore della base imperiale, Karga, Dune e Mythrol rubano una navetta corazzata su cui fuggono attraverso un canyon roccioso. Dietro di loro, alcune speeder biker si lanciano via terra, mentre un pugno di Caccia TIE incombe dall’alto. Cannoni ruggiscono da ambo le parti, e il conflitto a fuoco sembra quasi piegare i nostri eroi, quando all’improvviso, immancabile deus ex machina, Mando accorre pilotando la sua Razor Crest, di nuovo sfrecciante e operativa. Due abili manovre bastano perché l’aviazione nemica finisca distrutta, insieme alla stessa base imperiale, che nel frattempo scompare inghiottita dalla lava di Navarro.
Così, seppure un po’ tardivamente, viene dato un senso al titolo di questo episodio: “L’assedio”. L’afflato militarista si mostra infatti ben orchestrato e conferma la versatilità su cui poggia The Mandalorian, capace di esplorare un genere diverso con ogni puntata – nella prima, il fantasy-western; nella seconda, l’horror fantascientifico; nella terza, l’avventura piratesca; ed ora, come si diceva, il filone bellico – pur senza mai tradire la propria vitalissima identità. Scelta brillante e originale che, giocando col postmodernismo, mescola tutto e allo stesso tempo lo tiene separato: è sufficiente cambiare pianeta, perché in un attimo cambi anche il genere cinematografico di riferimento.

Emanuele Arciprete

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About Author

Compiuti da poco trent'anni, vivo tra Bologna e Napoli. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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