È una perfetta macchina teatrale questa creatura “viva” di Emma Dante, processo essenziale, oramai ben rodato e ricco di probabili varianti acquisite in tre anni di sapienti repliche.
Luci da balera, pochi fari teatrali velati da quinte trasparenti, festoni di una sala della memoria, sospesa tra penombra e particolari abbaglianti, sparati sullo spettatore quasi senza riguardo o astute mediazioni da palcoscenico.
Diamo recensione di «Il tango della capinere», spettacolo di Emma Dante per CILENT ART FEST, a cura del Teatro Pubblico Campano, recita del 3 agosto 2025, nella Villa Salati a Paestum.
Due logori bauli segnano i limiti di una scena che si espande e si contrae, respira e soffoca, geme e sorride, sussurra e urla.
Si parte allora dall’attesa di un evento definito, di un senso chiaro che a volte si manifesta ma solo come inganno per chi vuole certezze o sicurezze, invece sempre negate, con la ferma volontà dichiarata di sorprendere lo spettatore, ammesso a guardare, concedendogli pochissime pause percettive.
Nelle coinvolgenti dinamiche, intime e appassionate, create dai due protagonisti, in ogni istante è facile sentirsi estranei, cercando se mai la complicità di chi ti è vicino per “spiare” insieme.
Presenze, presenze, presenze … passano davanti ai nostri occhi, non più attori corrotti da inutili regole espressive, ma organismi immersi completamente nelle stringenti logiche di scena che non ammettono compromessi.
Una coppia di commuoventi anziani, o sapientissimi aggregati di segni della “vecchiaia” degli uomini e delle donne, inaugura i primi momenti dello spettacolo, dentro iniziali fievoli atmosfere sonore.
Dopo il suono si dilata, è guida potente, collante raro ad ogni gesto, ad ogni abito sovrapposto, prima celato, poi scoperto, usato, scaraventato come traccia sul palco nero.
E il suono minimo di un carillon diventa canzone notissima degli anni … ANTA, trova struggenti ricordi caldi di forno, sviscera anomalie temporali che irrompono come fulmini di un dio istrionico o di un augusto circense.
Un bambino di pezza danza tra un padre e una madre, caricature sensuali, disattente alle sue voglie inespresse ma vere e opprimenti.
Il ballo del mattone li ritrova a sgambettare arzilli e spigliati, giovani e ignudi, un twist irresistibile che in pochi attimi si spegne in un ultimo tango appassionato.
Appare la morte, alla fine, dolce gesto di donna/madre che raccoglie le spoglie bianche di lui e lo cancella nella sua quinta-baule, accorata, sorpresa d’essere ancora in vita.
Il buio di sala rilancia la nostra quotidiana entropia mentre gli attori riemersi dai loro gusci di legno ci inviano baci celesti.
Mimmo Russo
Foto Rosellina Garbo ©