Un magistrale Carpentieri inaugura il Campania Teatro Festival

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Ritorniamo su un grande lavoro teatrale che ha aperto il Campania Teatro Festival, al Mercadante di Napoli, con due preziosi testi fondamentali nella drammaturgia novecentesca: “L’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett (nella traduzione di Carlo Fruttero), e “Press conference” di Harold Pinter (nella traduzione di Alessandra Serra). Roberto Andò firma la regia del dittico interpretato da Renato Carpentieri. Lo spettacolo, una produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival, dopo le due anteprime al festival, ritornerà sul palcoscenico del Mercadante dal prossimo 21 ottobre quale spettacolo inaugurale della nuova Stagione dello stesso Teatro Nazionale. Assolutamente da non perdere.

Beckett/Pinter

Un grande omaggio a Beckett, visto in scena nel 2006 da Andò con Pinter interprete de “L’ultimo nastro di Krapp”, esempio paradigmatico della sua produzione, sulla fine inevitabile, sul rapporto tra parola, ricerca di senso e memoria. Il testo è incentrato sulla figura di un vecchio vicino alla morte, attesa, ricercata. Nell’opera, scomparso il dialogo, Krapp, scrittore fallito, malandato, ascolta la sua voce registrata trent’anni addietro con un mezzo meccanico all’avanguardia per l’epoca. Seduto a una scrivania piena di bobine, il “vecchio sfatto” ha affidato al registratore le sue memorie, con l’ “addio all’amore”, quando la felicità forse era ancora possibile – nessun rimpianto. Tutto è catalogato e procede verso l’annullamento e il silenzio. Poche azioni nel suo limbo: Krapp sbuccia e mangia banane, cataloga le bobine per ricordare com’era, quando tutta la sua polvere si sarà depositata, la sua opera compiuta, il fuoco vitale spento. Anni, però, che non rivorrebbe indietro. Fuori scroscia il temporale, ed è suggestiva la scena, con una finestra proiettata sullo sfondo.
E nel secondo, brevissimo testo dello spettacolo, “Press Conference”, Carpentieri indossa i panni di un ministro della cultura, un tempo capo della polizia segreta, che risponde alle domande dei giornalisti terrorizzandoli, dimostrando come il linguaggio politico consenta la manipolazione e il controllo. Con Renato Carpentieri recita il piccolo Agostino Cossia, in scena nel ruolo del bambino, al fianco del portavoce governativo, cinico, con lenti da sole, seduto su una poltrona-scranno dalla quale lanciare i suoi anatemi, più attuali che mai: occorre salvaguardare le nostre radici, rieducare o uccidere gli elementi del dissenso, stuprare le donne per rieducarle…Obblighi dettati dalle priorità del libero mercato, che consente anche una certa dose di dissenso, purché rimanga rinchiuso tra quattro mura. Colui che si è perduto sarà così ritrovato. Magnanimità di un potere che si autoalimenta, a cominciare dall’uso subdolo delle parole, dei concetti, dalla soppressione della libertà di pensiero. Le belle scene e le luci sono di Gianni Carluccio, i costumi di Daniela Cernigliaro, il suono è di Hubert Westkemper.
Interminabili, meritatissimi applausi a Carpentieri, alla regia di Andò, ai due grandi drammaturghi maestri del pensiero, sempre drammaticamente attuali.

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