“Il signor diavolo” di Pupi Avati: ombre gotiche nel Nord-est

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Un secolare proverbio, rispolverato da Benedetto Croce all’inizio del Novecento, definisce Napoli “un paradiso abitato da diavoli”.
Rimodellando ad hoc la citazione, potremmo aumentare la posta in gioco e notare come l’Italia tutta, in realtà, sia un paradiso (cinematografico) infestato dalle più spaventevoli creature, di provenienza non per forza infernale: zombi, spettri, vampiri e streghe, senza dimenticare gli assassini del cosiddetto giallo all’italiana, tanto ambigui quanto disumani.
Il primo film girato in Italia, propriamente riconducibile al genere orroroso, fu I Vampiri (1957) di Riccardo Freda, con Mario Bava alla fotografia.
Mancava un anno perché il Conte Dracula, interpretato da Christopher Lee, risorgesse negli studi britannici della Hammer. Gli italiani anticiparono, in un certo senso, la rinascita che di lì a poco sarebbe esplosa altrove, in Inghilterra come negli Stati Uniti. Appare dunque lecito parlare di un paradiso assediato dalle tenebre e, naturalmente, anche dai diavoli.
Già l’esordio registico di Mario Bava, nel 1960, esibiva un titolo quanto mai esplicito: La maschera del demonio. Titolo che all’estero, per esigenze di distribuzione, fu invece tradotto Black Sunday (al quale, tre anni dopo, seguì Black Sabbath, noto come I tre volti della paura). E i diavoli – a capo dell’intera progenie mostruosa – vendevano piuttosto bene, benché richiedessero alcune strategie commerciali con cui allettare il nostro pubblico, più favorevole (ed assuefatto) alle roboanti produzioni hollywoodiane. Nacque allora l’usanza di camuffare i nomi degli attori e dei registi dietro una serie d’improbabili alter ego anglofoni.
Al contempo, i diavoli facevano rapidamente scuola, ricevendo omaggi e legittimazioni da parte del grande cinema straniero. Si guardino gli esempi di Polanski (Rosemary’s Baby, 1968), Russell (I diavoli, 1971), Friedkin (L’esorcista, 1973) e Dommer (Omen, 1976).
Così, tra gli anni Sessanta, i Settanta e la prima metà degli Ottanta, fioccavano i Bava, i Freda, i Fulci, gli Argento e gli Avati, abili a plasmare il cinema di genere a livello internazionale, attraverso un ciclo di opere destinate a imporsi come veri capisaldi del thriller e del terrore. Le loro storie impressionavano sia la pellicola che l’immaginario comune: vicende colme di violenza, mistero e raccapriccio, dove il sangue – dapprima reso in bianco e nero, con la seducente densità dell’inchiostro, e poi divenuto vividissimo grazie ai barocchismi del formato Technicolor – inondava sempre più i personaggi e le scenografie.
In seguito la guardia indiavolata si disperse, e il declino del genere corrispose grossomodo a quello del cinema italiano: alcuni autori morirono, altri sprofondarono in una decadenza da cui non si sarebbero mai più ripresi, altri ancora si dedicarono ad una molteplicità di argomenti, facendo solo occasionalmente ritorno alla tenebra delle origini.
L’ultimo caso è quello di Pupi Avati, il quale, ottantenne, ha scelto di reimmergersi coraggiosamente nelle atmosfere torbide e rarefatte del suo peculiare cinema gotico, o meglio, gotico-padano: una definizione coniata dalla critica, di cui Avati si è appropriato con una certa soddisfazione. La filmografia del regista bolognese contiene alcune pellicole eclatanti in tal senso: La casa dalle finestre che ridono (1978), Zeder (1983) e soprattutto L’arcano incantatore (1996). Ed ora, l’ultimo film, Il signor diavolo, adattamento di un romanzo omonimo scritto dallo stesso Avati. A legare queste opere, un identico fil rouge, e cioè l’ambientazione rurale, poco industrializzata, dove l’orrore riesce ancora a infiltrarsi e a tendere insidie mortali.

La trama del Signor diavolo si svolge appunto nell’area veneziana, con pochi salti a Roma.
Corre l’anno 1952. La DC detiene ormai il controllo dei palazzi del potere, dove governerà per altri quarant’anni, conducendo una logorante partita contro le forze socialiste e comuniste. Alcune zone del paese, come la laguna veneta, sono saldi feudi democristiani. Eppure è qui che viene consumato un misterioso delitto: un ragazzino quattordicenne (Filippo Franchini) assassina un coetaneo (Lorenzo Salvatori). Ad indagare – ai limiti dell’insabbiamento – viene spedito un giovane funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia (Gabriel Lo Giudice). Intorno al caso gravitano interessi puramente politici: si cerca di evitare lo scandalo, e quindi una grave ritorsione elettorale.
La madre della vittima (Chiara Caselli), una nobildonna ex simpatizzante della DC, gode di amicizie potenti, e le sue accuse rischiano di far vacillare l’egemonia democristiana sulla regione.
Agli occhi della madre, l’intera comunità locale è responsabile di aver maturato una superstizione collettiva poi sfociata nell’omicidio: la vittima, a causa di un’inquietante deformità, era infatti creduta incarnare il Maligno. L’omicida sarebbe stato plagiato da un sagrestano e da una suora.

Nondimeno, come vuole la migliore tradizione gotica (si pensi alla struttura poliprospettica del Frankenstein), le versioni iniziali della storia ben presto perdono coerenza, l’atmosfera s’intorbida e la verità va rapidamente dileguandosi, sino a sfociare in un finale aperto che, per ammissione del regista, preannuncia un seguito sia letterario che cinematografico.
L’ambiguità del singolo narratore, o delle molteplici voci narranti, è una tattica indispensabile qualora s’intenda suggerire il senso del fantastico todoroviano, che impedisce al lettore, così come allo spettatore, di prendere una posizione precisa in merito alla storia raccontata e, in particolare, all’elemento sovrannaturale.
Pupi Avati se ne dimostra finemente consapevole. Di fatto l’intero film poggia sull’intreccio di tre piani temporali: i ricordi dell’omicida, l’interrogatorio condotto dopo l’arresto, e l’indagine segreta del funzionario.
A chi credere? La vittima era davvero in combutta col diavolo, e dunque col Male, oppure non scontava altro se non il pregiudizio popolare? Difficile sperare che il dubbio, per così dire strutturale, ottenga un pieno scioglimento, a meno che non si voglia attendere il prossimo film – soluzione non per forza vincolante. D’altronde, già nei lavori passati del regista (ad esempio ne La casa dalle finestre che ridono o in Zeder) il finale appariva irrisolto.

Ma a rafforzare il paradigma gotico contribuisce la duplice lontananza, sul piano geografico e storico. Solo attraverso una barriera interposta tra l’oggetto e soggetto, stando alla lezione estetica di Edmund Burke (Un’indagine filosofica sull’origine delle nostre idee di Sublime e Bello, 1757), è possibile fruire del terrore al suo livello più alto: il sublime.
Se dunque nel romanzo gotico la distanza geografica era data dall’ubicazione italiana (Il castello di Otranto, L’Italiano) o comunque mediterranea (Il monaco), a quella storica provvedeva l’irrazionalità di alcune epoche, dal Medioevo fino al Seicento: periodi giudicati nefasti, sui quali si abbatteva il disprezzo o la perplessità dei pensatori e degli scrittori vicini all’Illuminismo. In modo simile, ma non identico, la vicenda del Signor diavolo e degli altri film gotici di Pupi Avati (escluso Il nascondiglio, 2007), va a collocarsi in una dimensione aliena, isolata, quasi sospesa al di fuori del tempo, che coincide con la realtà padana, ricca di canneti, di casolari e d’acque immobili dove aleggia la nebbia e dove le innumerevoli leggende contadine circolano senza sosta.

Qui, rispetto al gotico tradizionale, la critica colpisce semmai il clima politico e non tutta la realtà inquadrata, accompagnandosi ad una strana nostalgia, la stessa nutrita dall’autore per la propria infanzia. Non è un caso che il ragazzino accusato dell’omicidio abbia quattordici anni: l’età di Pupi Avati nel 1952, quando il regista vestiva a sua volta i panni del chierichetto. Un’età ancora felice, innocente ed ormai irrecuperabile, ma anche un punto focale nella formazione dell’individuo, oltre il quale si sprofonda nel vortice dell’adolescenza. Le paure di Pupi Avati risalgono idealmente ad allora. In quegli anni la Chiesa, carica di riti e superstizioni, incuteva un timore reverenziale sui propri fedeli. A farne le spese erano soprattutto le menti più giovani, deboli o inclini alla fantasia.

Ecco perché il regista inscrive Il signor diavolo nel cosiddetto “gotico maggiore”, che a differenza del canone tradizionale, tocca il tema della sacralità in relazione al mistero insondabile del Male. Mistero che, inevitabilmente, si sposa ad una serie di scenari: anzitutto l’edificio religioso, custode di orrendi segreti, come già accadeva, in modo più profano, ne La casa delle finestre che ridono; nonché l’ipogeo, il cimitero, il sepolcro: Zeder presentava ad esempio una situazione analoga a quella del Signor diavolo, col protagonista rinchiuso dentro una tomba sotterranea.

Ma il film più imparentato col Signor diavolo resta forse L’arcano incantatore. Anche quest’ultimo, inserito da Guillermo del Toro tra le sette pellicole da lui preferite in assoluto, ruota intorno all’esoterismo, ad apparizioni fantasmatiche e ad oscuri rituali; ed anche in questo caso abbiamo un ecclesiastico (con le fattezze di un solenne Carlo Cecchi) avvolto dall’ambiguità. Luoghi e tempi di Avati convivono sempre alla perfezione, costituendo un cronotopo fortemente personale.
All’atmosfera tetra del Signor diavolo contribuisce una pallida fotografia dalle sfumature cianotiche. In realtà, Avati avrebbe voluto girare il film in bianco e nero, per ottenere un tono più cinematografico, e per meglio ricreare l’estetica peculiare degli anni cinquanta; tuttavia l’idea gli è stata bocciata dai produttori, per timore che nessuno accettasse poi di distribuire il risultato. Dunque si è scelto di ricorrere ad un compromesso, e cioè ad una forte desaturazione cromatica. D’altro canto, prima di poter essere realizzato, Il signor diavolo ha ricevuto ben sette rifiuti da parte di sette case di distribuzione. A tal riguardo, Pupi Avati non ha nascosto l’amarezza, lamentandosi di come il nostro paese appaia ormai profondamente schiavo di logiche pavide e stagnanti, che ne limitano sempre più le sperimentazioni stilistiche.

Ciò, per fortuna, non comporta in Italia una totale irriconoscenza verso il regista, che quest’anno ha ricevuto il premio alla carriera durante la ventunesima edizione del Napoli Film Festival. Ma il maestro del gotico padano gode di una buona fama anche all’estero, come dimostra la preferenza espressa da Guillermo del Toro. Inoltre il Festival di Sitges 2019, il più importante evento europeo riguardante il cinema fantastico, ha scelto di onorare Pupi Avati insignendolo del Nosferatu Award. Segno che l’orrore di matrice italiana continua – e, si spera, continuerà sempre – ad affascinare chi davvero desideri spaventarsi.

Emanuele Arciprete

IL SIGNOR DIAVOLO

VOTO: 7 ½ /10

Anno: 2019
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati, Tommaso Avati
Paese di produzione: Italia
Fotografia: Cesare Bastelli
Montaggio: Ivan Zuccon
Musiche: Amedeo Tommasi
Costumi: Maria Fassari
Scenografia: Giuliano Pannuti
Trucco: Elisabetta Flotta, Ester Dolcicori, Tony Esposito
Interpreti: Gabriel Lo Giudice, Filippo Franchini, Chiara Caselli, Alessandro Haber, Massimo Bonetti, Gianni Cavina, Lorenzo Salvatori
Genere: Horror, thriller

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Ho 29 anni, vivo tra Bologna e Napoli. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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