L’ombra del vampiro: quando sul set c’è un vero Nosferatu

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Il Nosferatu di Murnau, capolavoro muto del 1922, oltre ad essere notoriamente il primo vero adattamento cinematografico (non autorizzato) del romanzo Dracula di Bram Stoker, è anche tra le massime vette raggiunte dall’Espressionismo tedesco. Ma chi si nascondeva dietro il vampiro protagonista del film? L’ipotesi cavalcata da L’ombra del vampiro (2000, Elias E. Merhige) è che, nel ruolo del conte Orlok, non figurasse l’attore teatrale Max Schreck, come c’insegnano i manuali pur con qualche sospetto, bensì un vero succhiasangue assoldato da Murnau medesimo durante un viaggio nei Carpazi. A legare i due, una sorta di patto faustiano – ipotesi diffusa, pare, dal regista in persona, congiuntamente ad altre dicerie utili ad accrescere l’atmosfera occulta che aleggiava intorno alla produzione.

E così, nemica del vampiro stavolta non è solo l’aurora, ma la stessa cinepresa. A pochi decenni dall’invenzione, la macchina si accinge dapprima a sdoppiare e infine a sostituire la creatura sepolcrale. Il cinema infatti assorbe la vita, la scompone e l’annienta racchiudendola nello spazio geometrico di un fotogramma, non così dissimile, nella forma rettangolare, dalla cornice di una bara. L’immagine catturata è allora come il sangue bevuto da un non-morto, poiché appare raggelata e deificata. In nome del nuovo idolo tecnologico, simbolo e strumento del progresso, s’inscena il sacrificio dell’antico, e il vampiro, un tempo invincibile e aristocratico seduttore, adesso degradato a poco più di una carcassa nervosa, viene a sua volta sedotto dal nuovo predatore. Non a caso entrambe le entità condividono una strana genealogia, e tanto l’antenato quanto il pronipote corrono gli stessi pericoli: il conte e la pellicola bruciano se esposti alla luce del sole.

Grottesca e riuscitissima l’interpretazione di Willem Dafoe, con le sorprendenti fattezze di Orlok. La natura ferina e la fisionomia pallida e ossuta del personaggio gli calzano come una seconda pelle; e non stupisce che il lavoro sia valso, per l’attore e per il trucco, due nomination agli Oscar.
Intorno a Dafoe ruota un Malkovich eccentrico, sempre elegante, nei panni del regista tedesco Friedrich Wilhelm Murnau, a cui spettano bei monologhi e pregevoli frasi di carattere ambiguo e profetico. La sua figura ossessionata somiglia a quella di un primo sacerdote il quale, preferendo la morfina alle consuete erbe magiche, proclami la fondazione di un culto misterico (e cos’altro è il Cinema se non questo?).
Di particolare valore anche la ricostruzione filologica dei set, destinata a soddisfare i palati più esigenti e nostalgici.

L’ombra del vampiro è dunque uno squisito tributo capace di concedersi delle punte d’ironia, nonché degli anacronismi e qualche occasionale divergenza rispetto alla pellicola espressionista. Un’opera che, nell’insieme, costituisce una sola grande citazione intenta a meditare sul modello e sul significato della sua stessa rappresentazione.

Emanuele Arciprete

L’OMBRA DEL VAMPIRO
Voto: 8/10

Anno: 2000
Regia: E. Elias Merhige
Sceneggiatura: Steven Katz
Fotografia: Lou Bogue
Montaggio: Chris Wyatt
Musiche: Dan Jones
Trucco: Ann Buchanan, Amber Sibley
Scenografia: Assheton Gorton, Chris Bradley
Paese di produzione: Stati Uniti, Regno Unito, Lussemburgo
Interpreti: John Malkovich, Willem Dafoe, Udo Kier, Catherine McCormack
Genere: Horror

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Ho 29 anni, vivo tra Bologna e Napoli. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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