Ad Astra: Edipo tra le stelle

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Per aspera ad astra, motto latino giocato sulla paronomasia (ossia la somiglianza sonora di due parole dal diverso significato), tradotto vuol dire “Attraverso le difficoltà, sino alle stelle”.
La frase, un’esortazione a vincere gli ostacoli, con evidente valenza metaforica, nel corso del XX secolo ha subito una maggiore adesione al senso letterale. Basti pensare che, reso in codice Morse, il motto è stato registrato sul celebre Golden Record, un vinile d’oro contenente musiche, immagini e messaggi di pace rivolti dal nostro pianeta ad ipotetici ascoltatori extraterrestri.
Su iniziativa dell’astrofisico Carl Sagan, il disco è partito a bordo di Voyager 1 e Voyager 2, le sonde gemelle che dal 1977 solcano il cosmo, dirette oltre le regioni esterne del Sistema solare, nella fioca ma suggestiva speranza d’essere raccolte un giorno da qualche altra civiltà dell’universo.
Oggi, a quarant’anni dalla partenza, le sonde hanno da poco varcato i confini dell’eliosfera, entrando ufficialmente nello spazio interstellare.
Entrambe giungeranno nei pressi – si fa per dire – di Sirio, la stella più luminosa del cielo, tra trecentomila anni. Ma è probabile che il loro viaggio solitario prosegua per sempre.
E allora nessuna frase, se non quella latina, si presta meglio a descriverne l’impresa: decollate dalle profondità dell’universo, precisamente da un atomo blu con le sue laceranti contraddizioni, le navette spaziali sfioreranno stelle sublimi e remote. Stelle reali, dunque, ma anche stelle ideali, poiché il lascito del Golden Record sarà quello di mostrare una civiltà capace di fare sogni meravigliosi, e di coltivare una speranza dolce, per quanto illusoria: la speranza che il tempo e la distanza conservino una traccia del nostro passaggio.

Copertina del Golden Record

Il titolo del film Ad Astra, pur isolando la fine del motto latino, ne sottintende il primo segmento. L’astronauta Roy McBride (Brad Pitt) ha la capacità di mantenere il sangue freddo anche nelle situazioni più estreme, e il suo cuore non sale mai oltre gli ottanta battiti al minuto.
Un primato che gli consente di eccellere nel campo astronomico, dove insidie e contrattempi sono all’ordine del giorno, pronte a rivelarsi fatali. Eppure quest’autocontrollo poggia sulla sostanziale anaffettività del personaggio, la cui vita appare segnata dalla freddezza, dal distacco emotivo e dalla perenne paura del contatto altrui.
McBride vede naufragare la storia d’amore con la compagna (Liv Tyler), senza avere la forza o la volontà di reagire; e vive i trionfi lavorativi come qualcosa d’inevitabile. “Basta che non mi tocchiate”, si schermisce silenziosamente (“Just don’t touch me”).
I suoi superiori, compiaciuti dalla dedizione e dall’imperturbabilità dell’uomo, decidono di assegnargli una missione decisiva: tentare di entrare in contatto col padre scomparso (Tommy Lee Jones), anch’egli astronauta, nonché scienziato di fama mondiale, dato per morto durante una spedizione avviata diversi anni prima. Ma la verità potrebbe non essere questa. Alcuni picchi di energia stanno colpendo il Sistema solare, con effetti tanto devastanti da minacciare la vita sulla Terra; e s’ipotizza che le misteriose radiazioni provengano proprio dalla base spaziale su cui viaggiava il padre di Roy, in orbita presso Nettuno.
Ha inizio così una duplice odissea, che costringe il protagonista ad affrontare non solo i pericoli dello spazio profondo, ma anche il doloroso rapporto con la figura paterna.

Psicoterapia in salsa fantascientifica.
Il cosmo come osservatorio dei traumi, dei lutti, dei conflitti irrisolti, e quindi luogo dei superamenti, delle rinascite, delle redenzioni salvifiche.
Serviva un regista come Stanley Kubrick perché il genere della fantascienza ottenesse una vera dignità cinematografica: era il 1968 quando il viaggio dell’astronauta assumeva una connotazione squisitamente intellettuale, fedele al pensiero nietzschiano, con lo straordinario 2001: Odissea nello Spazio. Quattro anni dopo, sarebbe toccato al geniale Andrej Tarkovskij 
mettere in scene allegorie siderali all’interno del film Solaris (1972). Dignità estetica, dunque, e insieme filosofica, simbolica ed esistenziale. L’oscurità dell’universo, squarciata da punti luminosi, sprigionava enormi potenzialità e molteplici chiavi di lettura, fungendo da potentissima metafora dell’inconscio umano. Una zona incontaminata, dove poter ritrovare padri, mogli e figli, o dove congedarsi definitivamente dal passato. Se nel 1997 usciva Contact di Robert Zemeckis, tra gli esempi più recenti individuiamo Gravity (2013) di Alfonso Cuarón, Interstellar (2014) di Christopher Nolan e First Man (2018) di Damien Chazelle.

Ad Astra rientra in un simile inquadramento.
Il viaggio di McBride è una parabola che porta all’accettazione di sé, attraverso il superamento di una lunga paralisi psicologica. È il racconto di un’emancipazione dal proprio dolore, derivato dall’abbandono paterno, secondo la tipica mappatura freudiana. In quest’ottica, McBride non puo che incarnare l’archetipo edipico. Come l’eroe greco, anche l’astronauta insegue la verità dentro se stesso, ai margini della coscienza, dove balena pochissima luce; ed anche lui, come Edipo, corre il rischio di smarrirsi in quel buio. Non è un caso, allora, che la meta del viaggio sia Nettuno, il pianeta più lontano del Sistema solare, tenendo conto dell’analogia tra il sole e la coscienza. Ma si pensi anche al legame con la mitologia latina. Nettuno (in greco, Poseidone) era il dio dei mari, signore delle profondità oceaniche: un reame particolarmente affine alla dimensione abissale dell’inconscio. Se n’era già accorto lo stesso padre della psicoanalisi, quando, con una brillante intuizione, aveva raffigurato la mente umana come un iceberg sommerso quasi interamente dall’acqua.

Alla sua prima esperienza fantascientifica, il regista James Gray (Little Odessa, 1994, Leone d’Argento al Festival di Venezia) firma un’opera il cui massimo pregio risiede nel realismo delle scene spaziali, che appaiono sempre dettagliate, intellegibili e verosimili. Per ottenere un tale risultato, si è ricorso alla consulenza di astronauti e di varie agenzie aerospaziali, tra cui la NASA.
Indispensabile il contributo della fotografia. Per quanto debitrice dell’estetica kubrickiana, essa si mostra comunque autonoma e versatile, in grado di valorizzare gli scenari più diversi tra loro, che siano gli ambienti neutri delle astronavi o i pallidi deserti della Luna, il rosso sabbioso di Marte o l’azzurro intenso di Nettuno. Artefice dello splendido lavoro è l’olandese Hoyte van Hoytema, già direttore della fotografia per Interstellar.

Le melodie di Max Richter suonano a loro volta soffuse ed evocative. Il genere ambient, d’altronde, grazie alla consueta carica introspettiva, ai tempi dilatati e alle ritmiche degli arpeggiatori, si sposa perfettamente col materiale trattato.
Ne derivano sequenze memorabili, come quella d’apertura, lontane da qualsiasi tono trionfale o retorico. Merito anche di Pitt, il quale, lavorando per sottrazione, dona credibilità e naturalezza al suo personaggio, rinchiuso in una triste bolla di incomunicabilità verso l’esterno.

I difetti di Ad Astra scaturiscono, semmai, dal didascalismo dei flussi di coscienza. Si nutre la sensazione che, malgrado i dialoghi siano già ridotti all’osso, un numero di parole ancor più esiguo avrebbe giovato all’espressività del film. Sentire la voce fuori campo ripetere concetti che risultano già piuttosto chiari, appesantisce la visione, senza arricchirla di alcun lirismo, e corre più volte il rischio di annoiare.
Il senso di staticità è inoltre gravato dalla trama eccessivamente lineare, dotata di uno sviluppo quasi semplicistico (in particolare sul piano psicologico), agli antipodi rispetto alle torsioni funamboliche di un Nolan.
Ma per fortuna l’impatto visivo riequilibra qualsiasi imperfezione narrativa, e l’intensità delle immagini riesce a farci dimenticare le debolezze dell’uomo (e della sceneggiatura). Innalzandoci fino alle stelle.

Emanuele Arciprete

AD ASTRA

Voto: 7+/10

Anno: 2019
Paese di produzione: Stati Uniti d’America, Brasile, Cina

Regia: James Gray
Sceneggiatura: James GrayEthan Gross

Fotografia: Hoyte van Hoytema
Montaggio: John Axelrad e Lee Haugen

Musiche: Max Richter, Lorne Balfe
Trucco: Victor Del Castillo, Gunn Espegard, Cassie Lyons, Akiko Matsumoto, Kc Mussman

Scenografia: Kevin Thompson
Interpreti: Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Liv Tyler, Ruth Negga, Donald Sutherland
Genere: Fantascienza

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About Author

Ho 29 anni, vivo tra Bologna e Napoli. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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