“The Lighthouse” di Robert Eggers: paure e desideri dall’abisso

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Ultimi anni del XIX secolo. Un banco di nebbia soffoca l’orizzonte. Al suo interno, il mare non è altro che una striscia opaca e indefinita, su cui volteggia pigramente qualche gabbiano, mentre in aria si diffonde il suono di una sirena, come uno spaventoso barrito.
Dalla nebbia emerge la sagoma di una nave. Due uomini stanno a prua senza parlare, e in lontananza, davanti alla nave, vedono lampeggiare la luce di un faro. È questa la loro destinazione, dove li attende un mese di guardia e d’isolamento assoluto.

Basta poco per immergerci nell’atmosfera di The Lighthouse.
Quel poco che si fa subito notare: la fotografia è in bianco e nero, e il formato dell’inquadratura, simile ad un quadrato, limita lateralmente il campo visivo. Due bande nere, a destra e a sinistra, racchiudono l’immagine al centro.
Si tratta di un formato 1,19:1, impiegato per un certo periodo dal cinema muto in 35mm, a cui non siamo abituati da oltre ottant’anni. E cioè un rapporto dalla contrazione ben maggiore dell’1,37:1 visto nei recenti
Cold War (2018) e Il figlio di Saul (2015). Per individuare una pellicola con formato simile ma non identico, bisogna tornare indietro al 2011, quando The Artist, fingendosi film muto (senza esserlo davvero), si aggiudicava cinque premi Oscar: in quel caso il formato era 1,33:1, ossia un puro 4:3.
Naturalmente la scelta di The Lighthouse non è casuale, furbetta o meramente citazionista, ma rientra in una complessa figurazione, dove la forma si fa anche sostanza (non dei sogni, stavolta, bensì degli incubi). Ottenerla non è stato semplice: Robert Eggers, regista alla seconda prova dopo l’eccelso The Witch (2015), di nuovo insieme al DoP Jarin Blaschke (che nel film precedente aveva preferito usare luci naturali), per The Lighthouse ha equipaggiato le cineprese con alcune lenti e filtri degli anni ‘30. La tecnica ha richiesto un maggior apporto di luci sul set, così da compensare la bassa sensibilità della pellicola e delle macchine da presa.

A simili cure fotografiche, già di per sé significative, va aggiunto il dettagliato allestimento delle scenografie, ognuna delle quali costruita dal vero – incluso un faro funzionane, alto venti metri, con un fascio di luce visibile per circa venticinque chilometri: come modello, in questo caso, si è preso l’insieme d’illustrazioni e descrizioni fornite dai resoconti d’epoca.
Senza trascurare l’intessitura linguistica dei dialoghi, dotata di una suggestiva patina arcaica. Come già per The Witch, dove frasi e situazioni s’ispiravano a testimonianze giudiziarie riguardanti la stregoneria, Robert Eggers e il fratello Max, autori della sceneggiatura, hanno prestato grande attenzione alla verosimiglianza del lessico e della sintassi. Le parole che risuonano in bocca ai protagonisti di The Lighthouse – due stratosferici Willem Dafoe e Robert Pattinson – si rivelano perciò debitrici di tanta letteratura: Melville in testa, poi Coleridge e Stevenson, ma anche Sarah Orne Jewett, scrittrice statunitense famosa per lo spiccato regionalismo delle proprie storie. Né manca un legame con la cronaca nera: i nomi dei protagonisti rievocano una macabra vicenda avvenuta, duecento anni fa, su un isolotto a largo del Galles.

Una ricerca meticolosa che però, come già anticipato, sfugge alla trappola del vuoto manierismo o del facile richiamo al genere, facendosi invece ricostruzione fedele, e quindi atto filologico, da cui l’orrore e il delirio possano salire a galla con più dirompenza.
Se il primo nucleo della storia era un racconto (pare l’ultimo) incompiuto di E. A. Poe, intitolato anch’esso The Lighthouse, poi accantonato da Eggers per insoddisfazione, la traccia originaria, con la sua immancabile vena inquietante, è tuttavia sopravvissuta, arricchendosi di ulteriori rimandi al terrore marino, fatto di lamie e di creature abissali, da cui mettono in guardia Hodgson e Lovecraft – quel terrore che lo stesso Poe affronta, sempre a mente lucida, in racconti come Una discesa nel Maelström o nel romanzo Storia di Gordon Pym. C’è poi un terrore più concreto, ma comunque ai limiti della follia, che omaggia alcuni esempi tratti dalla modernità, come quello vividissimo di Stephen King. Mentre la carica paradossale di certe situazioni è figlia devota di Beckett.

All’effetto contribuisce un quadro visivo intessuto di chiarori, di abbaglianti allucinazioni, di tenebre e oscurità, che rielabora appieno la lezione dell’Espressionismo cinematografico. Murnau, Lang e Dreyer sono tra i grandi maestri ai quali Eggers guarda senza alcuna inerzia. Come nell’Espressionismo, una perpetua doppiezza contrassegna il ruolo delle ombre, dilaganti fino a intrappolare i volti dei protagonisti, le cui espressioni escono deformate e abbrutite con vigorosa teatralità. Viceversa, le luci degli esterni schiacciano i paesaggi, e negli interni, quando non debbano difendersi dalle ombre, inghiottono i corpi per poi bruciarne come un fuoco i tratti somatici. Sono tenebre e bagliori che riverberano dalla stessa voragine umana.
Così, se la visione d’ingranaggi in moto richiama irresistibilmente alla memoria le macchine furiose di Metropolis, il realismo perturbante di altre inquadrature, con dettagli ravvicinati di granchi e calamari, o con scorci dei cavalloni mugghianti, sembra invece legarsi al cinismo di Murnau, quando il regista tedesco, nel suo Nosferatu, raffigura il mondo biologico come un ennesimo ricettacolo di crudeltà.
Ma i modelli non finiscono qui, e il giovane Eggers recupera anche l’estetica del cinema di HitchcockBergman e Lynch. Pericoli, solitudini insulari e surrealismi di The Lighthouse, infatti, svelano una forte parentela con Gli UccelliL’ora del lupo ed Eraserhead.

Andando più a fondo, il film si scopre essere un esorbitante sogno di potenza, nel quale confluiscono due desideri, di supremazia e di soddisfazione sessuale, celebri facce d’una stessa medaglia. E l’energia erotica filtra dal faro prima che da qualunque altro oggetto. Non a caso, stando alle dichiarazioni degli attori, la sceneggiatura paragona apertamente l’edificio a un fallo eretto. Se quindi il magnetismo omoerotico attira i due guardiani, una certa ambivalenza permea la luce emessa dalla torre: Dafoe ne parla al femminile, impiegando il pronome “she”, e rivendicando persino di essere sposato a quella luce (“wedded to this here light”), la quale gli appartiene, ed è più bella, fedele e quieta di qualsiasi donna in carne e ossa; mentre Pattinson vi associa, piuttosto, la nuda virilità e la forza dominatrice del compagno.

In quanto precluso, il faro è una fornace di seduzioni inarrestabili, un nucleo palpitante di segreti, pronto a tramutarsi in luogo della colpa, come una luminosa camera di Barbablù. Qualcosa di simile si era già visto nello Shutter Island di Scorsese. Fioccano i riferimenti alla Ballata del Vecchio Marinaio, alla mitologia greca e norrena, alla narrazione biblica, nonché all’opera shakespeariana: la rottura del divieto, l’atto di violenza insensata, il peccato e la maledizione, con il conseguente castigo, sono temi trasversali che trovano i propri emblemi nel Satana di Milton o nel Prometeo eschileo. Ogni sovvertimento induce un rabbioso senso di rivalsa, i ruoli s’invertono, il cane spodesta il padrone, e la fascinazione erotica diventa umiliazione sessuale.

Altro elemento di continuità tra i due film di Eggers, The Witch e The Lighthouse, è quello dell’intossicazione – lì alimentare, derivata dal grano corrotto, qui alcolica, ma allo stesso modo traghettatrice di un contenuto latente o rimosso in profondità. Pulsioni e angosce inconfessabili individuano in essa un canale da cui risalire; e l’estasi finale resta sospesa su di un piano onirico, stavolta più fragile del precedente.
Le musiche, composte da Mark Korven (anch’egli alla seconda collaborazione con Eggers), fanno egregiamente la loro parte. Fin dalla primissima scena, la gravità degli archi insinua una crescente sensazione minacciosa, a cui contribuisce il volume sinistro dei fiati. Korven, già autore delle musiche del celebre horror fantascientifico The Cube (1997), si conferma un musicista di qualità.
E Robert Eggers, orchestratore assoluto di campi lunghi, primi piani e difficili movimenti di macchina, realizza una seconda magistrale opera d’autore, capace di risplendere – è il caso di dirlo – nel panorama dell’horror contemporaneo e futuro.

Emanuele Arciprete

THE LIGHTHOUSE

Voto: 9/10

Anno: 2019
Paese di produzione: Stati Uniti d’America, Brasile
Regia: Robert Eggers
Sceneggiatura: Robert e Max Eggers

Fotografia: Jarin Blaschke
Montaggio: Louise Ford
Musiche: Mark Korven
Scenografia: Craig Lathrop
Costumi: Linda Muir
Interpreti: Robert Pattinson, Willem Dafoe, Valeriia Karamän, Logan Hawke
Genere: Horror

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Ho 29 anni, vivo tra Bologna e Napoli. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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