«Anna Bolena»: Il San Carlo incorona non una, ma due Regine

0

Maria Agresta e Annalisa Stroppa commuovono e stimolano riflessioni

 

Bambole come metafora di infanzie negate o persino di maternità sgradite, scomode, rinnegate o inconfessabili paternità e una Elisabetta I, figlia di Anna e di Enrico, che si aggira sulla scena, quasi a ricordarci che sul trono d’Inghilterra, anni dopo, lei sarebbe salita una donna, regina per scelta vergine e non consorte.
È l’immagine dominante che la regista  Jetske Mijnssen vuole mostrarci, pur assumendosi in toto il rischio di stemperare la componente tragica diluendola in uno sciroppo ludico che lo spettatore può essere indotto a preferire per allontanare l’amaro calice della consapevolezza.
E tuttavia che, tra le scene di Ben Baur sia una bambola la prova dell’adulterio, invece che un medaglione, sposta la simbologia su un terreno di immagini di maternità e di carnalità, piuttosto che di galanteria di corte.
La musica di Donizetti però sovrasta con la sua eloquenza veicolando i versi di Romani a dissipare dubbi, e gli interpreti assumono posizioni che esprimono condanna per le violenze che ipocritamente definiamo “del potere”, ma che meglio dovremmo attribuire alla brutalità umana, la sola “virtù” che la rivoluzione borghese, cui Cromwell stava per dare il via, ha equamente distribuito tra le classi.
Ma come dare torto a Maria Agresta quando afferma che non basterebbe una vita intera per padroneggiare il ruolo di Anna Bolena, e tuttavia il nitido controllo della vocalità in piena voce, e poi in filato, e della recitazione messe in mostra dal soprano campano del palco del Teatro San Carlo alla prima dell’8 giugno del melodramma donizettiano che della seconda consorte di Enrico VIII reca il nome, parrebbero smentire la prudente asserzione della cantante.
La cosiddetta scena della follia con l’aria «Al dolce guidami castel natio» è stata l’apoteosi per il soprano campano.
La conduzione di un esperto belcantista come Riccardo Frizza ha messo a loro agio le voci e la deuteragonista Giovanna Semyour ha avuto in Annalisa Stroppa un’interprete credibile per le  linee di canto autenticamente  cesellate, da donizettiana doc e per il fascino scenico sinuosamente evidenziato dai costumi di Klaus Bruns, sotto le luci di  Cor van der Brink magnificanti le trasparenze. Successo personale per il mezzosoprano bresciano.
La scena di apertura del secondo atto, con le due donne che si scoprono rivali, dopo il coro e la “preghiera” di Anna, ha raggiunto cuore e mente degli spettatori. Brave e nobili!
Alexander Vinogradov è un Enrico a tratti tenero, per dare contrasto alla spietatezza della sua condotta; voce da basso nobile e fiero portamento. Lodi.
René Barbera non ha demeritato, ma è parso in qualche difficoltà, rompendo le chiuse di qualche sopracuto, per altro ben raggiunto.
Smeton è un Cherubino in versione romantica, che percorre l’intero arco da «La folle giornata» a «La madre colpevole», con la dichiarazione, e forse consumazione, d’amore per la sua signora, qui regina e non contessa; ha dato vita al personaggio una precisa e tutt’altro che androgina (ma chi stabilisce che debba esserlo?) Caterina Piva. Una rivelazione.
Preciso il Coro preparato da Josè Luis Basso, anche a sezioni divise; le coreografie, di situazione e di commento, di Lillian Stillwell, sono state ben affidate ai solisti del Balletto del Massimo napoletano. Nicolò Donini  e Giorgi Guliashvili  hanno completato il cast.
Lunghi applausi e ovazione per le due “Regine”; Maria Agresta ha voluto dedicare la recita a Giulia Tramontano, giovane donna vittima di femminicidio.

Dario Ascoli

Riproduzione Riservata ®

Stampa
Share.

About Author

Comments are closed.