Il pianismo elegante di Jan Lisiecki in un viaggio sonoro

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Un vero e proprio viaggio ci ha offerto di compiere il concerto “World (of) Dance” del pianista Jan Lisiecki tenuto il 19 luglio scorso presso Villa Rufolo all’interno del Ravello Festival in corso.
Il pianista canadese di origini polacche ha offerto al pubblico un programma incentrato sulla danza consentendo di attraversare suggestioni musicali e folcloriche europee e latinoamericane. Partendo dalle Tre danze ceche di Bohuslav Martinů, il programma è proseguito con la Danza española n.1 di Manuel de Falla, le Quattro Danze polacche di Karol Szymanowski, le Danze popolari rumene di Bèla Bartόk, le Danzas argentinas op.2 di Alberto Ginastera. Quindi un gruppo di brani novecenteschi di paesi differenziati, in particolare dell’est europeo, della Spagna e dell’Argentina. Il pianismo di Lisiecki si è rivelato particolarmente congeniale al repertorio del ventesimo secolo: asciutto, lucido, preciso, capace di uno sguardo metacompositivo assolutamente moderno, sensibilissimo nella ricerca del suono. Così delle danze di Martinů del 1926, ha reso i tratti nervosi, gli scarti di ritmo, il procedere per salti, la percussività (tipica del dupat il “battere i piedi”) e in definitiva il giocare con la tastiera. Di particolare fascino la terza danza dal ritmo di Polka ha manifestato un aspetto lirico esaltato dal rubato. Rispetto alla Danza di Manuel De Falla, del 1904-1905, tratta da La vida breve, il pianista con uno stile personalissimo ha offerto una quintessenza del colorismo ritmico iberico alternato al canto profondo in una tensione di grande forza scevra da abbandoni e cedimenti fino alla brillante conclusione. Le danze polacche di Szymanowski, del 1926, hanno ripercorso celebri motivi popolari di quel paese ormai filtrati da un linguaggio nuovo, spesso dissonante, financo sperimentale che ha incontrato il pianismo inquieto e sfaccettato dell’esecutore. Affatto personale, come esplorata dall’interno, l’esecuzione delle sette minute Danze di Bartόk (1915) così legate alla tradizione popolare rumena che fu centrale nella ricerca e negli studi dell’autore. Ciascuna di esse, brevissime e perfettamente centrate su qualche aspetto timbrico, ritmico e melodico della musica popolare incastonato come in un fotogramma sonoro, è stata resa con libertà e rigore in un risultato altamente poetico (in tal senso magica è risuonata la terza dalla meravigliosa sonorità piano), pur in una concezione unitaria che conduce dall’atmosfera pacata iniziale, la famosa “Danza col bastone”, attraverso un crescendo ritmico e dinamico fino alla vivacissima danza conclusiva. Le danze di Ginastera hanno quindi cambiato l’atmosfera trascinandoci nel calore, nella cantabilità mista alla percussività mai violenta e alla ritmica travolgente della musica argentina sfruttando tutti i registri del pianoforte. A seguire ci si è spostati sull’Ottocento, con Valzer alternati di Chopin e Brahms, del primo: il Gran Valzer brillante in Mi maggiore op.18 e il Valzer in La bemolle maggiore op.39 n.15, del secondo due chicche dell’op.39, i raffinatisiimi e lirici valzer n.3 e n.15 una sorta di ninna nanna sognante che si perde nel silenzio.
Nella trasfigurazione stilizzata di questa celebre forma salottiera, è andato come riflesso un che del Novecento dei brani precedenti.
Il pianista ha affrontato i pezzi chopiniani con scioltezza, brillantezza, chiarezza melodica evidenziando i chiaroscuri e valorizzando i valori ritmici anche con interruzioni brusche o sottolineatura di suoni chiave (come nel Valzer in La bemolle), con mentalità analitica, in un’esecuzione aliena da qualsiasi manierismo. L’ultima parte del concerto ha accostato ancora questi mondi proponendo Libertango (1974) di Astor Piazzolla, moderno, ripetitivo e in crescendo, quasi a ricordare il famoso Bolero di Ravel e ancora un “Tango” più evocativo da España (1890) di Albéniz, per poi passare al diabolico della Danza rituel del fuego (1914-15)di Manuel de Falla di cui il pianista con la consueta chiarezza ha reso il ritmo implacabile, i contrasti dinamici a blocchi, il richiamo di timbri di strumenti a percussione . L’ultima parola è stata affidata ad un pezzo maestoso, la polacca op.53 “Eroica” di Chopin (1842), ormai lontana dalla fonte danzata del folklore e invece occasione di espressione dell’anima polacca e del nobile mondo poetico di Chopin, di cui il pianista ha colto la ricchezza dominando razionalmente la vasta costruzione sonora di stampo epico attraverso un virtuosismo mai fine a se stesso e invece obbediente alla scrittura “classica” chopiniana. Il pubblico quasi sotto effetto di incantesimo è infine esploso in applausi liberatori e calorosi compensati ancora da un bis chopiniano che ha sugellato un’esperienza memorabile.

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