Il flauto magico firmato Mariano Bauduin

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Afferma il regista d’opera tedesco Peter Konwitschny che Il flauto magico è così moderno perché non ha forma chiusa, ma rappresenta un sistema aperto, quindi ben si adatta ad una vasta gamma di riscritture e difatti nel tempo questo denso capolavoro mozartiano che adotta la struttura archetipica della fiaba (nell’accezione antropologica di Vladimir Propp) investendo lo spettatore di plurime possibilità di lettura ed interpretazione, ha dato vita a diversi adattamenti. Per l’inaugurazione della stagione lirica e concertistica del teatro Verdi di Salerno venerdì 11 maggio 2018 abbiamo assistito ad un nuovo allestimento del singspiel in due atti, nella versione italiana curata nella traduzione e nella drammaturgia dal regista Mariano Bauduin. Chiariamo subito che operazioni del genere non sono certo inusuali: Fedele D’Amico attuò un rifacimento della versione in italiano del Da Gamerra, scritta per Dresda nel 1794, presentato a Venezia nel giugno 1980 mentre l’esecuzione romana di Karajan del 1953 seguiva nel canto la versione dresdiana, con i parlati completamente riscritti, affidati ad attori italiani avendo difatti sostituito i parlati con recitativi, come di regola nell’opera italiana.
Mariano Bauduin non solo ha rielaborato il libretto originale di Schikaneder ma attingendo al fecondissimo barocco napoletano, tenta vari innesti linguistici, connotando così i caratteri dei personaggi, infarcendo l’opera con ulteriori (colte o popolaresche) citazioni, rimandi, giochi fonetici, omaggi musicali, simboli divinatori come le carte dei tarocchi, interventi del coro in latino, tammorre e nacchere, parodie carnascialesche, atmosfere natalizie, e non manca la Vecchia narrante, tipico omaggio allo Cunto de’ li cunti di basiliana memoria.
Se l’azione si svolge nel mondo del fantastico, strutturato in forze contrapposte (bene/male), scandito da perdita, ricerca e riconquista, attraverso prove di bravura che implicano coraggio e l’esaltazione delle qualità morali del protagonista, in cui la musica non è estranea alla costruzione del significato, anche “la dimensione visiva è un veicolo potente del senso, e incide fortemente sul modo stesso con cui noi ‘sentiamo’ la musica…” (Carlida Steffan). Aggiornare i codici linguistici e visivi è ‘tradurre’ il messaggio originale dell’opera in modo tale che esso arrivi allo spettatore odierno: e proprio per questo che perplessi ci chiediamo quanto sia stato diretto, fruibile, decodificabile questo allestimento ridondante, eccessivamente carico, farraginoso che alterna momenti alti con discutibili interpolazioni drammaturgiche.
Se la riscrittura del Flauto Magico complessivamente non ha ricevuto un grandissimo successo, per il cast canoro non sono mancati consensi ed applausi.
Teneri i tre genietti Aysheh Husanait, Camilla Novelli e Barbara Torre, preparati dal maestro del coro di voci bianche Silvana Noschese e non molto amalgamate vocalmente le tre dame (più streghe con befanesche scope di saggina) i soprani Minni Diodati e Chiara Di Girolamo ed il controtenore Enrico Vicinanza, en travesti.
Brillante per tenuta scenica, verve ed attore nato, impegnato con naturalezza col dialetto partenopeo, Filippo Morace in Papageno, ruolo che il librettista Schikaneder ritagliò su misura per se stesso. Il basso baritono ha espresso con la sua mimica e la voce sempre ben timbrata un personaggio che in questa rivisitazione rimanda alla commedia dell’arte, meritando pienamente la calda accoglienza del pubblico salernitano.
Anicio Zorzi Giustiniani giovane tenore dal timbro chiaro nel ruolo di Tamino, ha dalla sua una bella presenza, una buona padronanza del palco e convince pur non eccellendo. Non delude il bravo tenore Marcello Nardis irriconoscibile truccato da Monastatos invece assolutamente non in serata il basso Giovan Battista Parodi (Sarastro) non tanto dal punto di vista recitativo, autorevole quanto basta, ma in serie difficoltà nel registro grave.
Astrifiammante, la regina della Notte è Sara Blanch, alle prese con due arie dalla tessitura terribile, la prima più drammatica, la seconda più ardua e astratta e va detto che il soprano spagnolo non mancante di doti e fascino, è stata penalizzata nella sua performance d’entrata in scena da un tempo staccato molto lento: poco più andante l’avrebbe favorita nella coloratura ma si è ampiamente riscattata nell’atto successivo. Valentina Mastrangelo in Pamina, divide spesso la scena col principe e ammalia per il suo bel timbro ricco di nuances espressive e una recitazione disinvolta; Francesca Paola Natale è una Papagena tutta pepe anche se vocalmente non ineccepibile.
Applaudite la cuntista Antonella Morea e Renata Fusco, lodevoli i comprimari Nicola Ciancio, Salvatore Minipoli, Antonio Mazza, Salvatore De Crescenzo e coro in forma, schierato sul finire con un bell’effetto scenico e fonico intorno alla platea, diretto da Tiziana Carlini. Bellissima la scena boschiva evocativa di magia ed infanzia costruita da Nicola Rubertelli, con l’ottimo disegno luci di Guido Levi mentre i costumi firmati da Marianna Carbone aggiungono un tocco priapico e satiresco al nero Monastatos e ai devoti schiavi di Sarastro, ed un senso di misteriosa inquietudine al coro degli iniziati che ricorda l’ultimo film di Kubrick. Sul podio a dirigere cantanti ed orchestra Andres Mustonen, che ci è sembrato spesso non  in sintonia con la partitura mozartiana.
Il flauto magico si replica al Teatro Verdi sino al 15 maggio.

Dadadago

Foto Vittorio Ferrigno ©

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